di Antonio Salvati
Senza letteratura – lo sappiamo – spesso non si possiedono le parole che dicono la paura, la fragilità, la differenza, la tristezza. Non riusciamo a nominare le cose, ci mancano le emozioni e, conseguentemente, il controllo sulla realtà e su sé stessi. Frequentemente nella letteratura convergono tutti i grandi problemi elaborati nella mente umana dalla condizione mortale; e tutte le inquietudini dell’animo e le aspirazioni relative e supreme. Infatti, la cultura letteraria pone al centro l’esperienza umana e giova a costituire una mentalità comprensiva nei riguardi di tutti gli aspetti, dalla virtù all’abiezione, dell’uomo. Proprio perché la letteratura abbraccia l’intera esperienza umana la letteratura può e deve interrogare la depressione.
La depressione deve interrogare la letteratura, per forgiare un linguaggio che possa scandagliare la malattia mentale al di là delle metafore. La tristezza è una cifra delle narrazioni postmoderne, e la depressione diviene sempre più un tema sotteso a molti romanzi e racconti a partire dalla seconda metà del Novecento. Non esiste un linguaggio per esprimere con precisione la follia, la perdita e il terrore che costituiscono la depressione. Pochi, tra cui in Italia Italo Svevo, Carlo Emilio Gadda, Cesare Pavese e Giuseppe Berto, hanno lasciato pagine memorabili per rappresentare il «male oscuro», sebbene costituiscano tessere di un puzzle destinato a rimanere incompleto.
A questi autori si potrebbe aggiungere – perché no? – il volume di una giovane autrice Elena Guido Ora parlo io (Graus edizioni Napoli 2026 pp. 78 € 15). Elena Guido, nata nel 2007, la depressione l’ha vissuta direttamente e scontrandosi con la malattia mentale ha intrapreso un percorso che le ha consentito di comprendere «cosa significa vivere e non sopravvivere, cosa significa respirare e non annegare».
Leggere è un’arte di vivere in tempi di crisi è una frase attribuita allo scrittore Albert Camus. Potremmo dire la stessa cosa per quanto concerne lo scrivere. Infatti, scrivere spesso ci aiuta ad esplorare il nostro spazio interiore in cui gli aspetti più oscuri non vengono taciuti, ma mostrati e analizzati. Gli vengono dati una forma e delle parole e noi possiamo offrire una nuova luce a quello che proviamo e sentiamo. Racconta Elena: «I farmaci aumentavano. Aumentavano anche quelle che io ho sempre chiamato “crisi”: il nodo alla gola, allo stomaco, le lacrime che mi rigavano le guance e la voglia che avevo di rigarmi altro, l’ansia che mi divorava dall’interno e la morte che pensavo mi attendesse a braccia aperte. Volevo che morte mi abbracciasse. Vedevo tutto in bianco e nero: o bianco o nero».
La depressione ti fa sprofondare nello sconforto più nero, perdi il contatto con gli amici stretti, produce cambiamenti fisici ed emotivi che non controlli. Almudena Sánchez, scrittrice spagnola, anch’essa vittima di depressione, ha voluto cercare l’essenza di una malattia riconoscibile eppure austera, vigliacca, la «più grande, invisibile, inaspettata, distruttiva, egoista, insana, paranoica, squallida, lurida e tendenziosa che abbia mai avuto», utilizzando termini forti ma precisi, evocativi, per individuare un fenomeno dai nomi multiformi e la natura sibillina: «La depressione è stata diagnosticata con questi nomi: aurea funerea, bile nera, fiume nero, inerzia invincibile, isola desolata, frattura cerebrale davanti a un mondo incoerente, sequele catastrofi che dell’amore, malattia metafisica causata dal crepuscolo, nuvolosità di umori neri, atroce spreco di energia emotiva, estremo disgusto, oscura luce saturnina, solennità semifunebre, esplosione di nerume nell’anima, peso terribile per eccesso di coscienza».
L’autolesionismo e il fumo, insieme all’idea della morte, si trasformano in Elena in un’unica, malvagia soluzione. Tra un taglio e l’altro, Elena verrà ricoverata in Neuropsichiatria infantile dove desiderava fumare, «ma non potevo. Non potevo uscire da quel posto finché quelli ai piani alti non avessero dato il consenso. Scoprii una cosa: non ero l’unica ad avere la pelle di carta. Non ero l’unica che si tagliava, che si bruciava. Non ero neanche l’unica che voleva morire, ecco. In qualche modo questo mi rincuorava». La voglia e l’urgenza di guarire la costringe a riscoprire l’importanza vitale della sua famiglia, delle amicizie vere, dei legami autentici. Apprenderà così ad amare e a guardarsi per la prima volta con occhi nuovi. Aveva creduto che non sarebbe «mai diventata quello che tutti chiamano “orgoglio”. Nessuno sarebbe stato orgoglioso di me. Nessuno. Ero un ammasso di schifo. Odiavo il mondo, o forse odiavo molto di più me stessa. Si, mi odiavo. E anche tanto. Un’altra cosa che odiavo? Fare cose. Odiavo tutto quello che mi era sempre piaciuto: ballare, disegnare, dipingere, truccarmi. Era tutto una “palla al piede” o “una spina nel fianco”. Odiavo anche il fatto che odiassi tutto. Un loop continuo e infinito. Ero difettosa. Forse non sarei dovuta esistere». Elena non si sentiva «abbastanza brava in nulla. Non ero abbastanza magra, abbastanza alta, abbastanza… Vivevo con una mente che voleva solo morire, in un corpo che cercava nient’altro che sopravvivere. Vivevo in quel modo in un mondo orrendo. Un mondo pieno di stereotipi e gente piena di ira. Forse anch’io ero come loro, piena di rabbia verso il mondo, verso gli altri, ma soprattutto verso me stessa. (…) Non sentivo più niente, solo una voce che mi diceva di farla finita. Provavo a vivere, mi sforzavo davvero, ma la mia mente voleva solo morire».
La depressione comporta una fatica mentale rilevante, ossia quella di dare voce alla propria sofferenza, soprattutto quando riguarda la psiche. Per questo ogni espressione artistica ha e può avere un aspetto terapeutico. È fondamentale non trattenere per sé i traumi. Ciascuno di noi ha bisogno di esternare, ancora di più nei periodi bui. In realtà, non siamo i nostri fallimenti, non siamo i nostri errori, non siamo i nostri sbagli o i nostri rimpianti. Siamo il risultato di come siamo capaci di trasformarci ogni volta. Elena non ha mai creduto a chi le diceva che il dolore passa. In realtà, «non passa. Si trasforma, cambia la sua forma, ma non scompare. La vera forza non è evitarlo, ma imparare a conviverci, senza lasciare che ti consumi». Elena Guido ci coinvolge in un percorso personale al termine del quale riceviamo come delle forme concrete a qualcosa di sfuggente come la malattia mentale per rendere comprensibile a tutti questa nebulosa tanto trasparente quanto distruttiva. Si può fronteggiarla – ne dovremmo esserne più consapevoli – con l’aiuto del linguaggio (psicoterapia) e quella della chimica (farmaci), nonché dell’affetto. Non a caso, alla fine del libro Elena ringrazia numerose persone che hanno contribuito a farla uscire dal suo inferno e a dedicarsi quelle parole che aveva tanto desiderato, «ma che per tanto tempo erano state così lontane da me: “Sei il mio orgoglio”». Adesso che può dire «Ce l’hai fatta davvero, Elena», noi auspichiamo con lei un maggior riconoscimento del peso della salute mentale nel nostro paese, scardinando desolazione e disperazione, perché nessuna malattia è motivo di vergogna.
