"Frankenstein, o il Moderno Prometeo" e la mostruosità della solitudine

L’11 marzo del 1818 veniva pubblicato per la prima volta il classico della letteratura gotica destinato a diventare immortale. Il romanzo di Mary Shelley è la storia della disfatta di un Creatore che pecca di superbia e la tragedia di una Creatura che la solitudine condanna a diventare il mostro che tutti temono.

"Frankenstein, o il Moderno Prometeo" e la mostruosità della solitudine
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13 Marzo 2026 - 12.20 Culture


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di Martina Narciso

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Era una piovosa notte dell’estate del 1816 quando sul lago Lemano, a Ginevra, una diciannovenne Mary Shelley diede vita a quello che sarebbe diventato il più noto capolavoro gotico della letteratura: Frankenstein, o il moderno Prometeo. Byron, Percy Shelley, Mary e il medico John Polidori erano al rifugio nella Villa Diodati, ma per ripararsi anche dalla noia decisero di intrattenersi mettendosi alla prova con la scrittura di un racconto da brivido. Il risultato di una semplice sfida fu a dir poco complesso, perché Frankenstein più che far rabbrividire dalla paura costringeva a riflettere sulla natura della paura stessa – della vita, della scienza, della responsabilità, del destino. E se ancora oggi si torna a rileggere, riadattare e rivisitare l’opera shelleyana è perché un corpo vivo generato da corpi morti è l’aspetto meno pauroso di tutta la vicenda. 

Il più distante dal mondo era, forse, più vicino all’umanità rispetto agli uomini stessi. Ma quanta crudeltà si può sopportare prima di trasformarsi per davvero in un mostro? Quanto può il desiderio di essere umano, troppo umano, portare a trasformarsi in Creatura selvaggia, bestialmente disumana? E spietato non è anche quel Creatore che, pur di sentirsi un dio, oltrepassa ogni limite umano e naturale? Victor Frankenstein è lo scienziato che, ossessionato dal mistero della morte e dal desiderio di ridare la vita, agisce senza considerare le conseguenze etiche e morali delle sue azioni. Ma Victor Frankenstein è anche, come preannuncia il sottotitolo dell’opera, il “Moderno Prometeo” perché, come il titano mitologico che rubò il fuoco agli dèi, cerca anch’egli di impadronirsi del segreto della vita sfidando superbamente l’ordine naturale.

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Giorno dopo giorno riesuma cadaveri e seziona «le membra proporzionate e i lineamenti più belli», con l’intento di assemblarli in un essere vivente a cui era intenzionato a dare vita. Il corpo inerte sul tavolo di metallo, i lampi, le scintille elettriche – la Creatura è viva. Una sequenza cinematografica fondativa della venuta al mondo di un “mostro” che non è affatto un mostro: cosciente, affamato di conoscenza, cupido di apprendere, osservante curioso della natura; colpevole, però, di avere un aspetto abominevole, che «Una mummia rianimata non sarebbe stata altrettanto ripugnante di quell’infelice».

La Creatura è ripudiata dal suo stesso Creatore, abbandonata a sé stessa e al suo dolore, con il solo desiderio di trovare qualcuno che andasse oltre l’orrore del suo aspetto e vedesse che «per quanto mostruoso, non chiedeva altro che comprensione e amicizia». Elemosina gentilezza e accettazione fin quando urla, svenimenti al suo passaggio e appellativi sputati di ‘demone’ e ‘orco’ lo convincono di non esserne degno. Sopraggiunge la realizzazione: «Non c’era nessuno, tra tutti gli uomini, che provasse pietà per me e volesse aiutarmi? E io dovevo essere clemente con i miei nemici? No. Da quel momento dichiarai una guerra senza fine contro la specie umana, e più che mai contro chi mi aveva creato e spinto verso quella insopportabile tragedia». Sceglie di scatenare la paura («Non scenderò a patti con i miei nemici. Io sono disperato, e loro dovranno condividere la mia disgrazia») visto che non poteva ispirare amore, negatogli anche quando implora Victor di dare vita a una sposa della sua stessa specie.

La crudeltà che pervade la Creatura, dunque, non è intrinseca tanto alla sua natura quanto a quella umana, talmente inorridita dal suo aspetto esteriore da non provare neppure a immaginare cosa potesse offrire quello interiore. Ed è questa consapevolezza, di essere nato solo e destinato a morire solo, che lo porta a seminare disperazione laddove cercava solo compassione («I miei crimini sono figli di una solitudine forzata che non tollero»).  L’orrore del racconto di Mary Shelley è, in fondo, non tanto la scintilla che anima un corpo morto, quanto la solitudine mortale che segue alla nascita. La Creatura diventa mostro non nel laboratorio di Victor, bensì a seguito dell’abbandono di una società che lo condanna a esistere senza amore, amicizia, accoglienza e accettazione. 

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La sua crudeltà nasce quando muore l’illusione di non essere irrimediabilmente solo: «Vedo dovunque la benedizione della gioia; solo io ne sono irrimediabilmente escluso. Ero di indole buone e gentile: il dolore ha fatto di me un demonio. (…) Ero buono, avevo l’anima traboccante d’amore e umanità: ma non sono forse solo, disperatamente solo? Tu, il mio stesso creatore, mi respingi; che cosa posso quindi sperare di ottenere dai tuoi simili, che non mi devono nulla?» Non è un caso, del resto, che molti adattamenti abbiano tentato di spezzare quella solitudine, immaginando per la Creatura una compagna, come nel film “The bride of Frankenstein”. Ma nel romanzo quel desiderio è negato, ed è proprio in quella solitudine irredimibile che si annida la paura più antica degli esseri umani e l’orrore più moderno di Frankenstein.

Forse è questa la verità che più fa rabbrividire del racconto di Mary Shelley. Non la disfatta di un uomo che ha osato sfidare Dio, né di una creatura dalle sembianze di Satana, bensì il Limbo di un mondo che dinanzi al diverso si volta crudelmente dall’altra parte, lasciando che i deliri della solitudine, del rifiuto e dell’esclusione ne segnino il tragico destino: «dovrei essere il tuo Adamo, e invece sono l’angelo caduto», sino ad arrivare alla triste amarezza che poi «l’angelo caduto diventa un diavolo maligno. Eppure, persino quel nemico di Dio e degli uomini aveva amici e compagni nella sua desolazione; io sono solo».

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