Migrazioni, lavoro e pregiudizi: in 'Neri di lavoro' Francesca Dallatana racconta vite e speranze dei migranti

Nel libro Neri di lavoro, Francesca Dallatana racconta storie di migranti, tra lavoro precario, traumi e speranze, invitando a superare pregiudizi con conoscenza, dialogo e responsabilità.

Migrazioni, lavoro e pregiudizi: in 'Neri di lavoro' Francesca Dallatana racconta vite e speranze dei migranti
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Seba Pezzani Modifica articolo

8 Marzo 2026 - 22.59


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«Non ci sono case per gli africani. Che imbrattano i muri, portano dentro figli e figli e poi è impossibile sfrattarli, cucinano carni puzzolenti di odore persistente e duraturo e riempiono i balconi di scarpe e di rifiuti. I soldi non sono sufficienti per i loro affitti. Perché quando se ne vanno le case sono discariche a cielo aperto.»

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Quante volta vi sarà capitato di sentire qualcuno lamentarsi in questo modo, ammesso che non lo abbiate fatto voi stesso. Quante volte avrete notato con un certo fastidio più o meno dissimulato un extracomunitario, apparentemente nullafacente, vestito di tutto punto e con un costoso cellulare in mano. E quante volte vi sarete chiesti se ha senso foraggiare con fondi pubblici gente scioperata se non dedita ad attività illecite. Sono obiezioni legittime che meritano una risposta e, soprattutto, che dovrebbero essere affrontare con serietà dalla classe politica. Persino dalla Sinistra che, sul tema immigrazione, ha perduto tanti voti. Ma una classe politica seria non dovrebbe scordarsi mai che la parola ospitalità è sacra e che sottende una disponibilità ad aiutare chi è più debole in senso ben più ampio. Un popolo poco propenso ad aiutare uno straniero che cerchi asilo difficilmente avrà un atteggiamento più conciliante con i propri anziani, malati, disabili e nullatenenti.

Inutile nascondere la testa sotto la sabbia impalpabile dell’ignavia. Altrettanto sbagliato non prendere in esame il quadro globale nel suo insieme, con un continente – l’Africa – protagonista di una preoccupante espansione demografica non sostenuta da una crescita economica proporzionale e con svariate altre realtà locali di popoli in guerra, costretti a trovare riparo altrove. Perché lo spirito di sopravvivenza è più forte di qualsiasi avversità.

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Francesca Dallatana, sociologa e giornalista, da anni ha fatto del lavoro con i migranti una ragione di vita, forte di una cultura dell’accoglienza che nemmeno rovesci e ostacoli periodici sono mai riusciti del tutto a soffocare.

Le parole con cui ho aperto questo pezzo sono contenute nel bel libro Neri di Lavoro (Amazon, pagg 131, euro 28), una raccolta di racconti presi dalla sua quotidianità e riportati sulla pagina con garbo ma pure con durezza. Perché la vita di chi migra è sempre e comunque tosta. Il libro è facilmente acquistabile su Amazon.

Dei venti spaccati di vita che Francesca Dallatana racconta con un certo lirismo, oltre che con senso giornalistico della verità necessaria, sono protagonisti donne e uomini di svariata provenienza, tutti accomunati dalle difficoltà di un inserimento in una realtà quasi sempre diversissima di quella del loro Paese. Ne esce l’individuo: qualcuno più forte e più accomodante, qualcun altro con fragilità esistenti anche in patria e fattesi ancor più pesanti in quell’Italia che cerca di adottarli.

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C’è chi non riesce a spegnere «le urla dei carceri libici e di quelli del suo Paese». C’è chi vorrebbe raccogliere soldi per tornare a casa da vincitori. C’è chi si accontenta di sopravvivere. C’è chi non riesce a fare nemmeno quello. Perché la «migrazione non migliora e non cancella le imperfezioni della vita di prima. Come la morte e la malattia, la migrazione non migliora le persone». E perché, come racconta l’italiana Marianna, dopo essersene andata a sua volta in Spagna, lì «anche io sono una straniera».

Se non vi ho convinto ad acquistare e a leggere Neri di Lavoro, forse ci riusciranno le parole di Francesca Dallatana.

Che cosa l’ha spinta a scrivere Neri di Lavoro?

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«I media si occupano di lavoro e ne scrivono soprattutto se fa notizia. Ma noi siamo anche quello che facciamo. Per molti è difficile, se non impossibile, raccontare la propria storia di lavoro. La precarietà è uno stato permanente e la paura di dire è spesso più forte dell’esigenza catartica di raccontare. Abbiamo pensato di spogliare le storie di lavoro e di migrazione dalla giacca stretta del giornalismo. E di liberare i cortometraggi dedicati alla migrazione e al lavoro nella terra del racconto. A partire dal novembre del 2023, la Gazzetta dell’Emilia ha pubblicato un racconto alla settimana per la rubrica “Lavoro migrante”. Fino alla sua evoluzione. Nel mese di gennaio 2024 dal racconto siamo passati alle interviste ai lavoratori migranti. Ma questa è la prosecuzione della storia.»

Com’è che è approdata su Amazon? Un libro come il suo non deve essere stato semplice piazzarlo…

«Non ci ho provato. Un amico mi ha suggerito BookaBook. Il numero di pre-ordini si è avvicinato alla massa critica necessaria per la pubblicazione ma non l’ha raggiunta. Come i racconti pubblicati dalla Gazzetta dell’Emilia, anche il libro ha destato interesse. E con Amazon si pubblica in modo diretto.»

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Nel primo racconto, si parla di Svizzera e di un incidente sul lavoro che coinvolge un poveraccio, del cinismo nell’affrontare le pratiche burocratiche e dell’aleggiare costante di un sud più a sud del sud. C’è davvero un sud anche al nord?

«Il protagonista del primo racconto è un lavoratore nobile, vittima in parte di se stesso e in parte del cinismo del gruppo. Vittima di se stesso perché gli piace lavorare, perché ha quell’orgoglio del lavoro che potrebbe sconfinare nel workaholism. Ed è vittima del cinismo del gruppo.  Ovunque c’è un sud. Il sud è un luogo mentale, da dove ci si allontana alla ricerca del decollo. Nel racconto ambientato in Svizzera i migranti italiani sono considerati macchine da lavoro da usare e gettare. Dopo l’incidente sul lavoro il proprietario della fabbrica compra il silenzio dei colleghi del sudamericano morto sul lavoro. Fatte le dovute differenze, è lo stesso meccanismo dello sfruttamento diffuso oggi anche in Italia. Le tutele dei lavoratori vengono annullate in nome della sopravvivenza. E chi viene dal sud, cioè dalla fine del mondo, è così stanco da accettare condizioni di lavoro pesanti. Questi lavoratori sono macchine che continuano a correre nonostante abbiano una o più gomme a terra.»

La narrazione sulle migrazioni è sempre più oggetto di mistificazioni di convenienza politica. Con l’esperienza che si è fatta, esiste un modo per spiegare al volgo profano che accogliere è un dovere?

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«Accogliere è un dovere culturale così come fondamentale è accettare le regole del Paese ospitante da parte delle persone migranti. Una società forte non teme il diverso da sé. Perché ha la forza di mantenere vivo il dialogo e di controbattere. Una società forte è una società colta che pensa e sa leggere i fenomeni e la loro evoluzione, che non nega il mutamento sociale, perché non lo teme. Perché è una società in movimento.»

L’obiezione più diffusa tra chi guarda con diffidenza, se non vera e propria chiusura, agli immigrati è la seguente: «Ci rubano il lavoro, stanno meglio di noi, non vogliono integrarsi, hanno persino l’iPhone». Come opporsi a questa narrazione?

«I migranti fanno fatica. Devono rompere la barriera del sospetto. Si sconfigge la diffidenza attraverso la conoscenza e l’avvicinamento. Una narrazione realistica richiede un cambio di punto di vista. La lettura ci permette di entrare nella vita degli altri senza essere invasivi e di avvinarci alla comprensione.»

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Nel secondo racconto, le cicatrici dell’emigrazione sono protagoniste. Quali sono le ferite che incontra più spesso nelle persone che lasciano la loro terra in cerca di un futuro più umano?

«Sacche di disagio non codificato. Ma non riguarda solo i migranti. È un fenomeno trasversale. I migranti presentano sintomi e segni del disagio in modo acuto. Nascondono meno. I traumi lasciano ferite profonde. Tenere il disagio sotto traccia richiede capacità di dissimulazione. Più che dai racconti, emerge dalle interviste ai lavoratori migranti che hanno accettato di raccontare la loro storia alla Gazzetta dell’Emilia. Tutti gli intervistati hanno raggiunto l’autonomia economica. Nonostante l’integrazione socio-economica rimane una venatura di inadeguatezza, ogni volta che si profila una difficoltà a stare dentro alla scacchiera sociale.»

C’è un racconto i cui protagonisti sono “zingari”, la feccia della feccia. È possibile pensare a una società in cui anche la popolazione nomade, quasi apolide, possa integrarsi?

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«L’integrazione non sempre è possibile. Il personaggio principale del racconto lo dimostra. E non dipende solo dalle condizioni sociali avverse nelle quali si trova. Ma anche dal suo profondo modo di essere. In un Paese libero e civile si dovrebbe vivere seguendo se stessi. In roulotte e da nomadi, se lo si sceglie. Gli zingari sono persone territorialmente mobili con una cultura peculiare dell’interazione sociale. Una società civile e forte accetta la differenza, garantisce i servizi e dialoga. Dagli outsider: spunti di futuro.»

Lei scrive che i migranti vengono da paesi (e continenti) diversi, parlano lingue diverse, praticano religioni diverse, hanno aspirazioni diverse…

«Aggiungo: i migranti spesso hanno obiettivi economici precisi e, una volta che li hanno raggiunti, scelgono di ritornare nei loro Paesi di origine. Oppure praticano esercizi di integrazione a seconda di quanto condizioni personali ed ambientali consentano loro

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Un’altra obiezione che va per la maggiore è che questa gente non si accontenti. Nel racconto “Questione d’onore”, c’è un ragazzo africano che in patria faceva il piastrellista e vorrebbe tornare a svolgere il mestiere che conosce. Nonostante la mera sopravvivenza sia una priorità in un paese che mal digerisce la presenza di stranieri, a me pare un’aspirazione più che legittima.

«I protagonisti dei racconti cambiano lavoro. Accettano la sfida. Cercano il riscatto. Spesso hanno la responsabilità economica dei familiari rimasti nel Paese d’origine. E hanno debiti da saldare: il debito del viaggio. Le interviste pubblicate dalla Gazzetta dell’Emilia, come i racconti raccolti nel libro, mettono in luce l’alternarsi di impegni di lavoro e il progressivo miglioramento professionale. E raccontano la quotidianità faticosa di chi deve continuare a respirare e nuotare in un mare agitato. Un mare in tumulto intorno e un mare di agitazione dentro. È un tratto che emerge dai racconti e dalle interviste. Significativo il viaggio verso l’Italia descritto nell’intervista di una lavoratrice migrante proveniente dalla Moldova, pubblicato sulle colonne della Gazzetta dell’Emilia.»

Ucraina e Russia, appaiono più volte nel suo libro. Dove sta il fascino per quelle terre e cosa rappresenta per il fenomeno migratorio il conflitto tuttora in corso?

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«La Russia è terra d’arte e d’artisti. La Russia è madre della grande letteratura. Il mal di Russia è un fatto. Chi è fuggito per evitare le notti infuocate della guerra non ha smesso di pensare alla propria terra. A est sorge il sole. Dall’est non è possibile fuggire con la mente, neanche se si è obbligati a farlo con il corpo.»

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