Affollata e coinvolgente presentazione del nuovo libro di padre Antonio Spadaro ieri a Roma. Il tema sono ancora i Vangeli, alla cui rilettura l’ex direttore de La Civiltà Cattolica e oggi sottosegretario del dicastero vaticano per la cultura si dedica con successo da tempo. Accanto a lui un ateo importante e acuto, Corrado Augias, coordinati e accompagnati nella discussione da Francesca Sforza, giornalista de La Stampa. Il campo di gioco non è un luogo ecclesiastico, ma la libreria Feltrinelli, che si è dimostrata troppo piccola per un evento del genere, ma probabilmente ha testimoniato un’intenzione: discutere di Gesù non riguarda solo chi crede, o dice o crede di credere; di Gesù non si deve parlare solo in ecclesialese, nel recinto ecclesiale.
Il titolo del volume “A passo d’uomo. Una storia di Gesù con i piedi per terra”, ci introduce alla centralità che hanno nell’opera proprio i piedi, una scelta che Corrado Augias ha definito da subito ardita: scandalosa? Certo per chi è abituato alle aureole un po’ di scandalo ci potrà essere, ma i recenti libri di Spadaro ci hanno introdotto a questo approccio; tutto sommato se un qualsiasi lettore dovesse rispondere alla domanda “cosa faceva soprattutto Gesù?”, non potrebbe che rispondere “camminava”. “Lungo tutto il racconto -scrive Spadaro- una parola ritorna: «Cammina». «Alzati e cammina», «Strada facendo, annunciate…». La storia non invita a contemplare, ma a muoversi”. Leggendo mi sono ricordato di un’omelia in cui Francesco disse che i tempi fanno quello che devono fare, cambiano. E i cristiani cambiano con essi, fedeli al Vangelo, seguendo i segni dei tempi.
Il camminare ha dunque un’evidente importanza, nella vita come nella storia, soprattutto se ricordiamo che papa Francesco, di cui Spadaro è stato per anni il più attento interprete e divulgatore, non parlava di popolo di Dio, ma di “popolo di Dio in cammino”. Dunque qui si parla di un Gesù in movimento anche perché seguirlo non può significare stare fermi, come giudici eterni, immobili, al di là o addirittura al di sopra della storia? Questo Gesù forse ci parla di una fede che cammina nella storia, come camminava Gesù, camminava per strade polverose, gli evangelisti dicono anche sulle acque, comunque non stava fermo, un Gesù stanziale non è noto.
Prima di tentare di ricordare qualcuno degli spunti, degli stimoli offerti da Spadaro, Augias e Sforza (la resurrezione come fatto quotidiano!) varrà la pena di soffermarsi per qualche riga sulla pregevole e incisiva prefazione di Patti Smith, non di un cardinale o teologo della casa pontificia, come avrebbe potuto essere, come a dirci che questo libro non è scritto per le stanze, magari quelle affrescate, ma per le strade faticose e spesso polverose del mondo, della vita. E’ stato un po’ uno dei punti caldi e più vivi del dialogo tra Spadaro e Augias.
Patti Smith è la prefatrice perfetta per un libro così, che vuole prendere le mosse dai piedi di Gesù, non dall’aureolea. Lei ci porta subito a contatto con la forza di questa prospettiva mettendoci a parte che tempo fa è andata intenzionalmente fino a Colmar, in Alsazia, per vedere l’Altare di Isenheim, un polittico realizzato da Matthias Gruenewald. Composta da ante e pannelli, rappresenta la Crocifissione, “priva di qualsiasi bellezza”, il modo migliore per far percepire tutta la sofferenza mortale del Messia.
I piedi di Gesù non sono quelli sottili e dorati scolpiti da Michelangelo, sono deformi e sanguinanti, così da racchiudere tutta la crudeltà. Patti Smith subito dopo ricorda anche i piccoli piedi dipinti dal Beato Angelico nella raffigurazione della Natività. E dunque che piedi sono quelli a cui pensa? I piedi di un Gesù che “cammina da tempo immemorabile, i suoi piedi come di ottone brunito, a illuminare un susseguirsi di soglie. A ogni nostro passo in questa vita, lui è accanto a noi. Mentre siamo avviluppati nei nostri pensieri, lui è a una pensiero da noi. Prendiamoci allora un istante per comprendere che cammina con noi, per lavare nella nostra mente i piedi del messaggero di pace, proprio come lui sta lavando i nostri”.
I richiami “illuministi”, a volte gnostici, di Corrado Augias, hanno reso vivo e interessante il dialogo, che non è stato interno, non si è chiuso in un linguaggio iniziatico, autoreferenziale, ma ha consentito il respiro con approcci diversi, a volte opposti e quindi simili. Spadaro ha colpito nel segno dicendo che restando su due campi l’alternativa è che Gesù sia stato un impostore. Ma anche Augias, ricordata la sua predilezione per la “visione” dell’uomo-Gesù, ha colto nel segno ricordando i trionfi e i baratri raggiunti nel suo nome. Ma a volte gli opposti si toccano, e la critica di Augias a quello che gli appare l’unico punto debole della novità conciliare, la riforma liturgica, che ha sostituito il mistero della lingua insondabile, dei canti gregoriani con preti strimpellanti, è parsa stranamente lefebvriana, (che nella predilezione per l’immobilità chiamano la messa in latino “quella di sempre”, sebbene non sia stato così) o ricordare quanto scrisse Alain Danielou: “Una religione senza grandiosità né fasti e che non si esprime nella lingua misteriosa e sacra degli apostoli, sembra diventata un partito politico come tutti gli altri”.
Di certo una giornalista attenta, accurata e discreta e due grandi interpreti di un confronto che prosegue affascinante ( e proseguirà ancora a lungo, per fortuna) hanno consentito di entrare nelle pieghe di un cammino che ci riguarda e in qualche modo ci coinvolge sempre, per forza.
