Alessio Boni: «Merini non è maledetta. È sacra»

"Canto degli esclusi" torna al Teatro Greco di Roma dal 27 gennaio al 1 febbraio. Uno spettacolo nato nelle tendopoli del terremoto emiliano e in tournée da oltre un decennio

Alessio Boni Marcello Prayer foto Filippo-Manzini - intervista Alessio Boni di Alessia de Antoniis
Alessio Boni - Marcello Prayer - "Canto degli esclusi" - Ph Filippo Manzini
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

23 Gennaio 2026 - 12.29


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di Alessia de Antoniis

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Alessio Boni torna dal 27 gennaio al 1 febbraio al Teatro Greco di Roma con Canto degli esclusi, concertato a due per Alda Merini realizzato insieme a Marcello Prayer.
Non è un debutto. È un fiume che ha viaggiato lontano dalla sorgente.

«Lo spettacolo è nato il 6 agosto 2012 – mi racconta Alessio Boni con quella voce che trasforma una telefonata in un reading teatrale – dopo il terremoto in Emilia: nelle zone rosse non si poteva rientrare nelle case e avevano creato delle tendopoli. Chiesero a vari artisti di andare lì. Con il mio amico Marcello Prayer non volevamo aggiungere tragedia alla tragedia. Così abbiamo pensato ad Alda Merini. La amavamo da tempo e ci sembrava il giusto struggimento di una persona che però rinasce: vede un barlume nel tunnel nero e si aggrappa a quello.

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Portammo Merini a Mirandola, nelle tendopoli accanto alle loro case pericolanti. Lei aveva sofferto come stavano soffrendo loro; ma dentro quel dolore c’è anche altro. Era la prova che la felicità può essere un momento. L’alba non c’è bisogno di inventarla: è lì davanti a te. Basta riconoscerla anche nei frangenti difficili. Ci sembrava la cosa giusta. Piacque tantissimo e da lì non ci ha più abbandonato. Pensavo che sarebbe finita lì».

Invece no. Perché Alda Merini non finisce mai dove credi.

«Proprio il titolo della pièce, Canto degli esclusi, mi ha folgorato» racconta Boni. «È una frase presa da una delle sue poesie. Alda ha dato voce agli esclusi, ma non dall’alto di un piedistallo di cristallo, come magari altri poeti hanno fatto pur con grande sensibilità. No, lei l’ha attraversato quello Stige, ci è passata dentro».

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E infatti la storia di Merini è quella di una donna entrata in ospedale psichiatrico per una visita e rimasta intrappolata per vent’anni. «Lei aveva quella che oggi chiameremmo depressione post partum. Andò in ospedale ma era pieno. Le dissero: “Vai dai nostri colleghi accanto”. Era un manicomio. È entrata e non è più uscita. Nel bene e nel male, è entrata e uscita per vent’anni. Le hanno fatto 46 elettroshock. Ha subito la mattanza dentro un manicomio».

Non a caso, nello spettacolo hanno scelto 46 poesie.

«La cosa straordinaria di Alda è che tutto questo dolore, un mantello incandescente che l’ha rivestita per anni, poteva trasformarsi in rabbia. Poteva avere un rancore spaventoso contro la società. Invece è uscita con una panacea: la poesia. Si è donata con vocazione assoluta, perché la poesia ha questo potere. Si è dedicata agli altri, agli esclusi: i senza tetto, le persone abusate, quelle cresciute in contesti sfortunati. Quelli che le stavano più vicini. A volte diceva di aver trovato più sacralità dentro il manicomio che fuori. Più verità. La giungla dov’è, dentro o fuori?»

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Semplicità che arriva a tutti

Boni si scalda quando parla della poetica di Merini. «Lei descrive questa ambivalenza con una scrittura molto semplice, non articolata, diretta. Semplice, non semplicistica. Per arrivare a tutti. Proprio perché per lei l’importante erano gli esclusi. E gli esclusi non sono sempre gli intellettuali».

Infatti, per tantissimi anni il circolo intellettuale dei poeti non l’ha neanche considerata. «Non è stata mai presa in seria considerazione come poetessa. Poi, alla fine dei suoi anni, l’ha un po’ riscattata Maurizio Costanzo. Aveva quella personalità, quella simpatia irresistibile, perché era ironica; autoironica. Ci sono degli aforismi strepitosi e finiamo lo spettacolo con quelli, perché prendersi per i fondelli è la cosa più sacra che esiste».

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E qui Boni fa una pausa, quasi a cercare le parole giuste. «Io ho incontrato tantissime persone intelligenti nella mia vita, ma non ironiche. Ma non ho mai incontrato una persona ironica che non fosse intelligente. Perché l’ironia scaturisce da un’intelligenza sopraffina. Prendersi per i fondelli, non prendersi troppo sul serio. Lei ce l’aveva. E quindi colpiva tutti».

L’illuminazione pura

Nello spettacolo ci sono tracce audio con la voce della Merini. «C’è un vocale in cui lei è in un bar: si sente il tintinnio dei cucchiaini, delle tazzine. E poi parte l’ispirazione. Chiede al suo segretario di scrivere. Detta “Gerico”. E quella poesia, come l’ha detta in quel momento, così rimane: senza cambiare una virgola. È un’illuminazione che arrivava da non so quale parte dell’universo e lei le dava voce. Raramente rivisitava una poesia».

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Illuminazione pura, dunque? «Illuminazione pura, ma rarissima. Ho fatto una ricerca: pochi altri hanno avuto questa caratteristica. A volte Emily Dickinson, ma non sempre».

Niente maledettismo, tutto sacro

Quando gli chiedo cosa hanno scelto di tagliare per evitare i clichés della “poetessa maledetta”, Boni è netto: «Non c’è niente di maledetto in lei. È tutto sacro. Abbiamo sottolineato il sacro, la forza che ha di ribellarsi a tutto. E l‘autoironia».

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Mi racconta che Merini ha scritto anche La pazza della porta accanto. «La chiamavano così. Lei ne ha fatto un romanzo e si è descritta: “Sì, chiamatemi pazza”. Ma chi ha fatto un’autoanalisi del genere nella propria vita? Non siamo abituati ad analizzarci così, a prenderci così profondamente, a cercarci, a dilaniarci; abbiamo paura di togliere i nostri mattoncini. Lei l’ha fatto. Ha fatto un percorso spaventoso».

E si è messa persino a confronto con Gesù. «Lei diceva: “Io ho sofferto tanto, forse anche più di te, e quindi posso parlare tranquillamente con te così, senza metterti su un piedistallo”. Escono fuori dialoghi stupendi. Puoi essere laico, ateo, ma è fantastico come parlava con il suo Dio, con il suo Gesù. Serenamente: facendosi domande e chiedendo risposte».

I versi che ancora oggi colpiscono

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Ma c’è un verso che ancora oggi, dopo quattordici anni di repliche, lo mette in gioco? Risponde subito: «Come lei descrive la sua nascita. “Io non fui originata, ma balzai prepotente dalle trame del buio per allacciarmi a ogni confusione”. È arrivata balzando prepotentemente dal buio per allacciarsi a tutta la confusione del mondo. Lei diceva: “Io mi sveglio sempre in forma, ma mi deformo attraverso gli altri. Però non fa niente, si va avanti”».

Poi cita un altro verso, la voce che si abbassa: «Beati coloro che si baceranno sempre al di là delle labbra, varcando il confine del piacere, per cibarsi dei sogni». Non è solo sesso, non è solo attrazione: Come diceva Prospero nella Tempesta: siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Mai tarpare le ali al sogno».

La voce si fa più dura: «Ciò che purtroppo fa una guerra, che è la più alta demenza mai raggiunta dell’essere umano, perché sacrifica vita e beni a un fine assolutamente inutile e ti tarpa i sogni».

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Una Me Too ante litteram

Succede sempre che il pubblico smetta di riconoscerla come la “poetessa dei Navigli” scoprendo altro. «Lei era una Me Too ante litteram. Ha partorito quattro figlie e non gliele hanno fatte vedere perché non era considerata una madre a posto. Erano cresciute con altre mamme. Perché lei era folle. E la follia le ha portato via tutto, anche questo».

Mi accorgo che la voce di Boni si è fatta più sottile, più trattenuta. Come se stesse leggendo Merini in questo stesso momento. «C’è un mondo dietro Merini che esce fuori in maniera semplice, diretta, pura. Con una vocazione che credo quasi unica, o almeno rarissima».

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Poi una pausa. «Non è passione, questa. La passione si può esaurire se non hai un riscontro. La vocazione è una spada di Damocle che ti porti appresso. Devi fare quello, non puoi fare altro».

Quando chiudo la telefonata, rileggo una nota di regia dello spettacolo: «Portare in scena una vita incandescente, acuminata, volutamente priva di metafore. Lasciare che il racconto si riveli in tutta la sua cruda sincerità, senza orpelli, con la ferocia dell’urgenza».

Ecco. Forse è proprio questa l’eredità che Alessio Boni e Marcello Prayer continuano a portare nelle tendopoli metaforiche della nostra esistenza: la certezza che anche nel tunnel più nero, anche quando tutto sembra crollare, c’è un verso che ti aspetta. Un barlume. Un canto.
E rimarremo, consapevoli o meno, degli esclusi. Ma forse sapremo cantare.

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CANTO DEGLI ESCLUSI
concertato a due per Alda Merini
di Alessio Boni e Marcello Prayer
con la partecipazione di Giuliano Del Sorbo
produzione United Artists

Lo spettacolo ha una durata di 60 minuti senza intervallo

Teatro Greco (via Leoncavallo 10)
27 gennaio – 1 febbraio
Mar-Mer-Ven ore 20.30 | Giovedì ore 17.00 | Sabato ore 19.00 | Domenica ore 17.00
Info: 3773474023

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