Il Gabbiano di Čechov, alla Warhol
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Il Gabbiano di Čechov, alla Warhol

Filippo Dini porta in scena un Gabbiano pop. L'icona c'è, riconoscibile. Sfugge la profondità dell'originale.

Il Gabbiano - Filippo Dini- Ph Serena Pea - recensione di Alessia de Antoniis
Il Gabbiano - Filippo Dini- Ph Serena Pea
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

22 Gennaio 2026 - 16.03


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di Alessia de Antoniis

Il Gabbiano pop. Ovvero: il Gabbiano di Filippo Dini

Al teatro Argentina di Roma si è appena conclusa la tappa romana del Gabbiano di Filippo Dini (ora al Mercadante di Napoli fino al 1 febbraio 2026).

Un modo di guardare questo spettacolo potrebbe essere quello di evitare il dibattito ormai esausto sull’attualizzazione dei classici e considerarlo come il Gabbiano di Filippo Dini. Spogliarlo dell’alibi del testo e vederlo come opera autonoma. Ma è Čechov e il risultato è in un vecchio detto, rivisitato: l’operazione è riuscita, il paziente potrebbe essere morto.

Il Gabbiano che arriva al Teatro Argentina di Roma, con notevole successo di pubblico, è un Gabbiano pop: un dispositivo energico, ritmato, disseminato di segni contemporanei, inserti musicali, entrate dalla platea, salite e discese dal palco, versi del gabbiano come firma sonora. Un teatro in costante movimento, che interloquisce con la platea, che sembra voler reagire all’immobilità cechoviana trasformando il lago in un flusso continuo.

Il riferimento che viene alla mente è quello di Warhol con la Gioconda: questo Gabbiano sta a Čechov come la Gioconda di Warhol sta a Leonardo. Serializzazione efficace, profondità perduta.

La scena-cardine del dramma — lo spettacolo messo in scena da Kostantin Treplev — chiarisce subito il nodo. In Čechov è il perno tragico: il primo gesto artistico del giovane autore, l’umiliazione pubblica inflitta dalla madre Arkadina, l’innesco della ferita che porterà alla deriva finale. Qui, invece, quella scena affoga nel rumore: battute comiche, caos, confusione che cancella la leggibilità del momento. Non il fallimento dell’opera di Kostantin, ma il fallimento della sua leggibilità.

Dini affida la regia di questo segmento a Leonardo Manzan, in nome di una doppia regia e di un incontro generazionale. Idea intelligente, sulla carta. Ma quando l’autonomia produce un’isola tonale non integrata, il punto più pericoloso dell’architettura si sfalda. Se lì non si capisce che cosa Kostantin stia tentando, il resto corre senza incidere.

A rafforzare questa impressione interviene un altro segnale rivelatore: una frase che nel testo originale appartiene a Trigorin — «la questione non sta nelle forme vecchie o nuove, ma in ciò che sgorga dall’anima dell’autore» — viene qui spostata e trasformata in dichiarazione rivolta alla platea. Non più una confessione interna, ma una giustificazione esterna. Un’excusatio non petita che suona come difesa preventiva del dispositivo, mentre la scena-cardine rinuncia alla chiarezza tragica.

Eppure, quando lo spettacolo rallenta, accade qualcosa di diverso. Il monologo di Trigorin, interpretato dallo stesso Dini, è l’unico momento accolto da un applauso a scena aperta: magnetico, concentrato. Riuscito è il dialogo finale tra Trigorin e Nina prima della partenza per Mosca, carico di un pathos che finalmente attraversa la sala. In quel punto l’inserto musicale (Skyfall) non funziona come orpello, ma come coda emotiva, prolungamento di una tensione autentica. Paradossalmente, lo spettacolo arriva quando smette di voler essere moderno.

Questo paradosso attraversa anche il lavoro degli attori. Giovanni Drago sostiene con energia Kostantin, particolarmente efficace nelle scene di scontro. L’Arkadina di Giuliana De Sio mostra invece una difficoltà tecnica evidente: la voce non arriva in sala. Nella scena madre-figlio l’attrice urla, spinge sull’intensità emotiva, ma il suono non attraversa lo spazio — un limite che per un momento fa pensare a un problema di amplificazione. Non c’è. È una recitazione pensata per formati più intimi, dove il dettaglio conta più della proiezione. Ma su un palcoscenico come l’Argentina, senza voce portante l’autorità scenica vacilla.

Il Gabbiano di Dini funziona come operazione: ritmo, riconoscibilità, consenso, musica, sala piena. Ma la domanda resta aperta e inevitabile: serve far ridere Čechov per renderlo contemporaneo? Servono inserti musicali? O non è piuttosto nel silenzio, nella sospensione, nella parola che fatica a uscire, che il suo teatro continua a interrogarci? Qui, nel tentativo di rendere visibile e condivisibile tutto, qualcosa dell’invisibile cechoviano si perde.

Il gabbiano
di Anton Čechov
traduzione Danilo Macrì
regia Filippo Dini
regia della scena dello spettacolo di Kostantin Leonardo Manzan
dramaturg e aiuto regia Carlo Orlando

con: Giuliana De Sio (Irina Nikolaevna Arkadina), Giovanni Drago (Kostantin Gavrilovič Treplev), Valerio Mazzucato (Petr Nikolaevič Sorin), Virginia Campolucci (Nina), Gennaro Di Biase (Il’ja Afanas’evič Šamraev), Angelica Leo (Polina Andreevna), Enrica Cortese (Maša), Filippo Dini (Boris Aleskseevič Trigorin), Fulvio Pepe (Evgeneij Sergeevič Dorn), Edoardo Sorgente (Semen Semenovič Medvedenko)

scene Laura Benzi
costumi Alessio Rosati
luci Pasquale Mari
musiche Massimo Cordovani

produzione TSV – Teatro Nazionale; Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale; Teatro di Roma – Teatro Nazionale; Teatro Stabile di Bolzano; Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

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