di Alessia de Antoniis
Ci sono libri che promettono completezza e poi, alla prova dei fatti, sommano schede. Tutto Woody Allen (Gremese 2025) fa un’altra cosa. Il pretesto editoriale è limpido: i 90 anni di Allen e l’ambizione dichiarata di un libro “a metà tra dizionario e saggio critico”, pensato però anche per una lettura “con piacere e continuità”. È un programma che potrebbe suonare promozionale; Giacovelli, invece, lo mette al lavoro: l’archivio non diventa altarino, diventa lente.
Il primo gesto è la forma. La materia alleniana viene organizzata in quattro macro-sezioni: una “vita breve” cronologica, un dizionario alfabetico che è il cuore del volume, una sezione di “materiali” (pensiero, dichiarazioni, jazz, frasi, musicografia) e un apparato di indici per orientarsi nel labirinto. Non è solo una scelta pratica: è una tesi implicita. Allen non è un autore che si capisce “in linea retta”. È un sistema di ossessioni, rimandi, falsi ricordi, maschere coerenti. L’alfabeto spietato, antisentimentale, lo costringe a diventare repertorio: ogni voce vale se regge, se rimanda, se si incastra.
In questo senso, il libro non “racconta Woody Allen”: lo mappa. E mappandolo lo scompone. Il che, per un autore che ha fatto della propria immagine un genere, è già un atto critico. Il personaggio alleniano è l’uomo a cui le cose accadono: caso, destino, fraintendimento; la vita come inciampo cosmico. Ma dentro le fonti e nei commenti emerge un contrappunto netto: “mentre il personaggio non ha quasi alcun controllo su quanto gli accade, l’uomo ha una padronanza quasi assoluta” su ciò che fa. Non è un dettaglio biografico: è la chiave per leggere una delle contraddizioni più produttive del suo cinema. La fragilità, spesso, è una forma perfetta di regia.
Qui sta uno dei punti in cui Giacovelli è davvero originale: non si accontenta del mito dell’intellettuale nevrotico. Anzi, ne mostra la natura di dispositivo. Allen stesso ironizza sulla propria etichetta: “È sorprendente quanto spesso io sia etichettato come ‘intellettuale’… non ho un solo neurone intellettuale nel cervello” e la battuta, che funziona proprio perché taglia corto, diventa documento. L’immagine che il pubblico riconosce — occhiali, Manhattan “filtrata dal cuore”, psicanalisi come tic — viene affiancata alla realtà di un artista-industriale: controllo, disciplina, produzione, scelte. Il dizionario, in questo, è più efficace di una biografia: perché non spiega, dimostra per accumulo e per contraddizione.
L’altra invenzione del volume è l’attenzione alla lingua. l lavoro sulle citazioni e sulle traduzioni, spesso in attrito con le soluzioni dei doppiaggi italiani, sposta l’asse: Allen non è solo “temi” e “idee”, è ritmo. E il ritmo, tradotto male, diventa un altro autore. Giacovelli insiste sui “crimini” del doppiaggio che a volte riducono Allen a un barzellettiere. Non è polemica sterile, ma un promemoria: la comicità alleniana vive di precisione, sfumature, tempi. In un Paese che ha spesso conosciuto Allen attraverso una versione addomesticata, questa è una critica all’ecosistema, non all’artista.
Quanto alla visione del mondo, Tutto Woody Allen evita la tentazione di trasformare Allen in un pensatore “sistematico”. Semmai ne restituisce la filosofia come riflesso condizionato: la vita come commedia crudissima, il pessimismo come lucidità, la morte come rumore di fondo. “Faccio film per distrarmi, per non pensare alla morte”: basta questa frase a spiegare perché, in Allen, l’arte non sia un ornamento ma una strategia di sopravvivenza. Il volume fa bene a non vergognarsi di questa dimensione “metafisica” del comico: Allen è uno che cerca antidoti, non risposte. “L’unica speranza dell’umanità risiede nell’illusione”, dice; e l’illusione non è menzogna, è l’unico modo civile di attraversare il nulla senza farsene sequestrare.
Proprio qui si innesta un tema cruciale: la tensione tra commedia e dramma. La mitologia di Allen vuole che dietro il cabarettista ci sia il tragico che bussa — Bergman, O’Neill, la musa “seria” come aspirazione. Giacovelli non lo asseconda automaticamente. Il libro, anzi, guadagna credibilità quando si permette di essere severo con i tentativi più plumbei e con alcune prove letterarie recenti: non è un altare, è un bilancio.
Non tutto, però, è impeccabile. La franchezza di Giacovelli è uno dei motori del libro: orienta, prende posizione, evita l’ecumenismo da schedario. Ma perché resti autorevole deve continuare a pagarsi con argomenti: un “inutile” o un “catastrofico” reggono solo se la stroncatura non diventa scorciatoia. Più interessante è l’altra scelta, dichiarata, sul terreno delle fonti: davanti a datazioni discordanti, l’autore ammette di aver risolto talvolta con una monetina, “come fanno, senza dirvelo, molti storici e critici”. È una trasparenza rara, ma chiede un lettore complice: chi cerca un presidio filologico assoluto storcerà il naso, chi accetta il patto del libro — enciclopedia sì, ma con voce — la apprezzerà.
Detto questo, la forza del volume sta proprio nel suo doppio movimento: è strumento e insieme racconto. L’aggiunta di fotogrammi, manifesti, fotografie, lavora come narrazione parallela; gli interventi esterni (Bergman, jazz, New York) allargano l’orizzonte. E la New York alleniana, che qui torna come ossessione e come scena mentale, viene rimessa al suo posto: non geografia, ma filtro. “Io mostro New York attraverso il filtro del mio cuore”.
Un libro che nasce per essere consultato finisce per costringerti a una lettura. Perché il vero tema, sotto le voci alfabetiche, non è solo “chi è Woody Allen”, ma come si costruisce un autore quando diventa marchio, quando la maschera diventa più credibile dell’uomo. E allora l’enciclopedia azzarda il gesto più narrativo: racconta un uomo che, dietro gli occhiali scuri, resta un artigiano del controllo che finge il caso. E un comico che, per non pensare alla morte, ha inventato un metodo.
