La vecchia tv generalista piace anche ai giovani

La Rai domina il mercato con le sue serie popolari- Il meccanismo del "focolare domestico" funziona ancora e permette il passaggio dai "Cesaroni" a "Mare fuori"- I casi de " La storia" e di "Doc".

La vecchia tv generalista piace anche ai giovani
Immagine tratta dalla serie "La storia"
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redazione Modifica articolo

19 Gennaio 2024 - 17.29 Culture


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di Manuela Ballo

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Perché la tv generalista che era stata data per finita con il grande successo delle piattaforme digitali è in realtà viva e vegeta? Non sono solo gli indici di ascolto a segnalarcelo ma anche, forse soprattutto, la capacità della Rai di raccontare un’Italia popolare che quasi mai è fotografata nella sua complessità, con i dati che soccombono rispetto alle analisi sociologiche.

Sono soprattutto le narrazioni scelte a tenere davanti al televisore generazioni diverse, diventando, di fatto, la spina dorsale di Rai 1 e, forse, dell’intera Rai. Sono serie televisive che creano personaggi capaci di affrontare i lunghi tempi della serialità, come Don Matteo o il Commissario Montalbano, che reggono per interi decenni com’era stato, in precedenza, con la famiglia Cesaroni e con il pensionato Banfi nel Medico in famiglia. Oppure con il caso davvero straordinario di “Un posto al sole”, dove si mescola il tratto tipicamente italiano del raccontare le vicende familiari, ma in cui si avverte anche un pizzico d’intrecci amorosi che alimentavano le serie storiche che la Fininvest importava dagli Usa.
Insomma, in questo primeggiare delle serie in tivvù c’è come un passaggio di testimone tra quelle che hanno fatto la storia della televisione e quelle che si costruiscono di volta in volta, aggiornando l’agenda in base agli umori del pubblico.

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La politica, in questo regno, sembra pesare meno rispetto a quanto ormai domini nell’informazione, dai telegiornali ai talk show, anche se non mancano tentativi di metterci lo zampino magari attraverso la rivisitazione di pezzi di storia italica o di personaggi. Oggi i personaggi incarnano ruoli e professioni del nostro vivere quotidiano (il medico, il professore, il commissario) o i luoghi (la Napoli dei “Bastardi di Pizzofalcone” o di “Mare fuori” o la Puglia della commissaria Tatarianni). D’altra parte fu proprio durante i lunghi anni del lockdown che i territori, a partire dalle Regioni, contribuirono alla produzione di alcune di queste serie per permettere al sistema produttivo di sopravvivere.

Due serie, in particolare, stanno attirando l’attenzione da parte del pubblico e della critica. La prima è la riproposizione firmata Francesca Archibugi de “La storia”, tratta dal libro di Elsa Morante. Qui c’è Roma sotto il peso del fascismo; qui c’è la storia di una vedova che regge l’urto di drammatiche vicende personali e familiari (la brava Jasmine Trinca) che tratteggiano appunto la storia di quel periodo e degli anni, altrettanto duri, della ricostruzione dopo la Liberazione. In realtà già nel 1986 Comencini aveva tratto uno sceneggiato in tre puntate dal libro, ma in questa nuova versione aleggia l’effetto dell’ultimo film di Paola Cortellesi, “C’è ancora domani”, che ha la forza di farci rileggere storie, magari già note, ma che erano mitigate nella loro dimensione marcatamente femminile.
Galeotto fu il bianco e il nero e chi lo ripropose.

L’altra è “Doc”, la storia di un medico che perde la memoria riuscendo, puntata dopo puntata, a ricostruire i frammenti della propria identità professionale e delle sue relazioni amorose. L’ospedale è bello, c’è addirittura un orto sul tetto. Roba del nord o di qualche bella clinica privata. Anche Luca Argentero è bello e piace al pubblico e, come nota Aldo Grasso, forse piace un po’ troppo anche a se stesso. La chiave della perdita di memoria è un espediente che permette una narrazione dove presente e passato si mescolano e dove, di conseguenza, anche i tanti personaggi che ruotano attorno al protagonista assumono ruoli e funzioni diverse, creando sistemi di attesa nel telespettatore.

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Torniamo a ragionare sul meccanismo della Fiction, che contrariamente a ciò che si pensa, non attira solo un pubblico “adulto”, ma sollecita la fantasia e cattura l’attenzione di molti giovani ragazzi e ragazze. Lo scrive, in un mastodontico pezzo de “Il Foglio”, Andrea Minuz sostenendo che: “Benché costose, le serie evento, sono un prodotto sicuro”.

Oltre ad essere un prodotto sicuro, fiction come quelle sopracitate, e in particolare “Mare Fuori” registrano numeri esorbitanti e catturano l’attenzione di molti “teen” contribuendo, per l’appunto, ad agganciare un pubblico “giovane”. Il giornalista sostiene che: “Sarebbe un errore pensare che queste cose siano viste solo da un pubblico anziano. Può sembrare così guardandole da Roma o da Milano. Ma l’Italia non è Roma o Milano. Il fenomeno della visione collettiva appartiene alla fiction. Il modo in cui queste storie si legano alle vite delle persone non ha eguali nel cinema”.

Questo successo si deve quasi sicuramente alla capacità che ha la Rai, sia con le vecchie che con le nuovissime produzioni, di raccontare storie di vita, di analizzare ed entrare nell’ intimo dei personaggi fino a cadere, talvolta, nel lacrimevole , nel troppo immediato o anche nel patetico.
Si fa quindi portatrice di una capacità narrativa che affascina anche i giovani e che permette loro di appassionarsi alle storie e , inevitabilmente, di volerle seguire e approfondire , puntata dopo puntata.

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Questa capacità attrattiva delle produzioni Rai e della fiction come strumento narrativo in generale, non è data solo da questi aspetti sopracitati.

Una questione appare centrale: nonostante tutto, la televisione , e parlo di un certo tipo di televisione, quella generalista in particolare , con cui i nostri genitori e nonni sono cresciuti, ha rappresentato fino agli esordi una sorta di “focolare domestico”, in grado di mettere d’ accordo e riunire attorno ad essa grandi e piccini. Questo crea un meccanismo di affezione che viene suggerito e trasmesso alle nuove generazioni dalle vecchie e che trasmette il proprio gusto. Oggi, anche se questo modello televisivo sembrava soppiantato dall’avanzata esorbitante dello streaming e delle nuove e innumerevoli piattaforme, ritorna, per la verità, ad attrarre una parte di pubblico giovane.

Resta, in realtà, da discutere se i giovani si comportino ovunque allo stesso modo. Forse ci sono differenze tra i ragazzi che abitano le grandi città o che magari frequentano le università, da coloro che restano più degli altri incatenati a questo meccanismo del ricordo. Le piattaforme offrono altre visioni del mondo e altri linguaggi che continuano, in una larga fetta di pubblico giovanile, ad avere un loro seguito.

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