L'epica conclusione della saga moschettieri: un'avventura senza tempo

Il visconte di Bragelonne di Alexandre Dumas, culmine avvincente della saga moschettieri, un classico immortale della letteratura

L'epica conclusione della saga moschettieri: un'avventura senza tempo
Alexandre Dumas
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26 Dicembre 2023 - 00.45


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di Rock Reynolds

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Il Natale alle porte e, forse, non è troppo tardi per un regalo dell’ultimo momento o, addirittura, per una gratificazione che spazzi via l’atmosfera di festa obbligatoria che talvolta finisce per addensarsi su di noi. Dunque, magari, il regalo fatelo a voi stessi e portatevi a casa una copia de Il visconte di Bragelonne  (Parte Prima) – La lezione di D’Artagnan (Donzelli Editore, traduzione di Lila Grieco, pagg 472, euro 33) di Alexandre Dumas. Ultimo volume della celeberrima “Trilogia dei Moschettieri”, non è affatto un figlio minore del grande romanziere francese.

Donzelli Editore da anni ripropone con un’operazione di notevole spessore storicoletterario l’opera di questo grande maestro del romanzo storico e d’avventura, soprattutto alla luce del lavoro filologico compiuto dallo studioso Claude Schopp, che ha ricostruito con cura certosina il testo delle sue opere, le cui stesure comparse negli anni in svariate versioni in francese e in tutte le lingue in cui sono state tradotte, hanno finito per scostarsi dall’originale, travisate dagli editori dei feuilleton come dai tipografi a cui erano state affidate.

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Il visconte di Bragelonne fa seguito al celeberrimo I tre moschettieri (circa 500 pagine) e al comunque lettissimo Vent’anni dopo (circa 700 pagine). Ma, forse proprio per la sua lunghezza-fiume di quasi 2.000 pagine, il terzo e ultimo capitolo di questa trilogia di cappa e spada ha avuto minore eco. Si tratta di un’opera effettivamente monumentale, al punto che l’editore italiano ha scelto di spezzarla in tre volumi tematici: La lezione di D’Artagnan, La favorita del re e La maschera di ferro.

La vicenda de I tre moschettieri è talmente nota da essere entrata a pieno titolo nel folklore europeo. Athos, Portos e Aramis – i tre moschettieri, per l’appunto – sono di per sé personaggi straordinari dalle personalità talmente distinte che rischierebbero di confliggere se a unirli non fosse la casacca della guardia pretoriana del re di Francia e la contrapposizione feroce con il cardinal Richelieu, maestro dell’intrigo per eccellenza. Eppure, è soltanto quando fa la sua comparsa sulle scene il giovane D’Artagnan – guascone per provenienza e pure per indole – che la storia decolla. Ingenuo, onesto e ardimentoso, D’Artagnan sarà il collante della trilogia e il fulcro intorno a cui si dipaneranno le avventure di quello che diventa subito un quartetto indissolubile, sotto il motto “Tutti per uno e uno per tutti”.

Non so se Alexandre Dumas abbia voluto punzecchiare qualche personaggio in vista del suo tempo, come aveva fatto il suo quasi contemporaneo italiano Alessandro Manzoni (1785-1873) nel suo capolavoro I promessi sposi – ricorderete la frase «Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo» – ma ho la sensazione che, di quando in quando, un sassolino dalla scarpa Dumas se lo sia tolto. Il grande autore, figlio di un generale della rivoluzione dal sangue misto franco-haitiano, aveva una decisa inclinazione verso il farsesco, forse mutuata dalla passione per il teatro e per le commedie di Molière, il cui nome viene citato proprio ne Il visconte di Bragelonne. E certe pagine, con dialoghi serrati, allitterati, improntati a un botta e risposta in cui la vis comica fa la parte del leone, rimandano quasi direttamente alle incursioni che Dumas fece nella scrittura teatrale.

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Essendo uno strenuo sostenitore del valore della trama di un romanzo ancor prima che dello stile narrativo utilizzato da chi lo ha scritto – anche se, è evidente, si tratta di due delle ormai note tre gambe dello “sgabello” letterario, come sostiene il maestro del thriller americano Jeffery Deaver, che le affianca all’argomento centrale della storia – non vi racconterò la vicenda (peraltro più che nota) de Il visconte di Bragelonne. Mi limiterò a dirvi che è passato parecchio tempo dai Vent’anni dopo che già ci avevano consegnato i quattro moschettieri leggermente imbolsiti e incanutiti, ancorché più esperti e, forse (ma solo forse), saggi. La scena internazionale è cambiata e, se non ci sono più le macchinazioni del cardinal Richelieu, il cardinal Mazzarino non è che ne faccia sentire la mancanza. È lui a reggere le sorti della Francia, mentre re Luigi XIV è ancora troppo immaturo per svolgere appieno il ruolo che gli spetta. E c’è sempre il rapporto ambivalente con la vicina Inghilterra a dominare i pensieri dei regnanti di questo e di quel paese. I moschettieri, stavolta coadiuvati da Raoul, visconte di Bragelonne nonché figlio di Athos, conte de La Fère, dovranno vegliare sulla presa di coscienza e sull’assunzione del potere da parte del futuro Re Sole, in un delicato momento di transizione.

Alexandre Dumas maestro del romanzo storico, si diceva. Eppure, la nuova versione del testo ricostruita da Claude Schopp vanta numerose note, alcune delle quali puntualizzano errori marchiani proprio sul piano storico, con personaggi collocati in anni o luoghi in cui non avrebbero potuto essere. Ma la grandezza di Dumas non sta nell’accuratezza e, comunque, bisogna tener conto del fatto che, a metà dell’Ottocento, gli strumenti a disposizione di un autore non erano semplici come quelli di cui i romanzieri si possono avvalere oggi. Ciò detto, la pedanteria storica non è certamente al primo posto nella lista delle priorità di Dumas, la cui grandezza ha scavato un solco profondo nella storia della letteratura internazionale proprio in virtù di una non comune capacità di manipolare le parole, un innato senso della frase, una leggerezza vincente e un’abilità ineguagliabile nella creazione di personaggi indimenticabili e nella descrizione vivida di figure storiche note a tutti.

Il senso della frase, dicevamo. Un esempio come ne potrei fare centinaia: «Lambert e Monck: tutto si riassumeva in questi due uomini; il primo a rappresentare il dispotismo militare; il secondo, il repubblicanesimo puro… i soli rappresentanti politici di quella rivoluzione nella quale Carlo I aveva perduto prima la sua corona e poi la sua testa». E ci sono pure passi più lievi, per quanto non meno densi di spessore storico, come quello seguente. «L’uomo spinge la barca in mare, ma Dio e il vento fanno il resto e spingono la barca dove loro aggrada.»

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La Spagna ha il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, capostipite del romanzo moderno. Noi abbiamo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, come anticipato. Ogni nazione ha grandi autori e grandi romanzi. Capolavori epocali, certo. Resta, però, innegabile che i tre paesi a contendersi – prima dell’avvento sulle scene del romanzo americano del Novecento – la palma di patria della prosa sono proprio la Francia e, a seguire, l’Inghilterra e la Russia. Alexandre Dumas sta al fianco di Èmile Zola e Honoré de Balzac, proprio come Charles Dickens sta accanto a Thomas Hardy e Virginia Woolf e Lev Tolstoj fa il paio con Ivan Gončarov e Fëdor Dostoevskij.

Leggete la Parte Prima de Il visconte di Bragelonne e non sarei sorpreso se, a quel punto, decideste di rimettere mano a I tre moschettieri e pure a Vent’anni dopo.

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