L’ultimo giallo di Guccini e Macchiavelli, un "noir" tra storia e cronaca

Presentato a Pistoia l’ultimo romanzo, scritto a quattro mani, della consolidata coppia dell’Appennino tosco emiliano. Un intreccio che si dipana su diversi piani storici e emozionali. Le considerazioni dopo la prima rapida lettura.

L’ultimo giallo di Guccini e Macchiavelli, un "noir" tra storia e cronaca
Francesco Guccini
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26 Ottobre 2023 - 18.59 Culture


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di Marcello Cecconi

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Leggere questo giallo storico che si muove su più piani temporali mi ha intrigato proprio per l’originale intreccio narrativo che offre. D’altra parte i due hanno, da tempo, dimestichezza con il genere giallo. Quello che accade, scorrendo i capitoli, è come se l’immersione negli ideali che emergono attraverso le contrapposizioni politiche e sociali narrate, prendesse il sopravvento sul racconto stesso, riportandoti dentro alla ballata “La Locomotiva”, scritta da Guccini proprio nel 1972. Uno dei tempi in cui è ambientato il romanzo. (Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, “Vola Golondrina”, Giunti, Firenze, 2023, pp. 283, € 18,00).

Gli autori conducono per mano il lettore nei diversi piani sia temporali sia narrativi sia, in maniera divertita, strizzando l’occhio all’attualità. La passione per la filologia è arcinota e distribuita nel romanzo, come quando si riportano alcuni brani in corsivo di “Omaggio alla Catalogna” di George Orwell che si innestano perfettamente nella narrazione degli eventi e dei personaggi del romanzo. Oppure quando il romanzo finisce con alcuni versi di una poesia di Renata Viganò sulla Resistenza. O, ancora, nell’ultimissimo capoverso quando vengono riportati i risultati delle elezioni politiche del 1973 con il Msi-Destra Nazionale che diventa, per la prima volta, il terzo partito italiano.

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Lo stesso piglio lo ritroviamo poi quando descrivono l’importanza della propaganda durante la guerra civile spagnola: siamo nella Barcellona del 1936, con le brigate internazionali accorse a difendere la repubblica dai falangisti di Francisco Franco.

La storia è ambientata nel paesone (inventato) di Montefosco, sull’Appennino tosco-emiliano, durante le prime elezioni politiche repubblicane dell’aprile del 1948 e quelle del 1972 con connessione alla guerra civile spagnola del 1936. Sarà Penelope Rocchi, detta “Lope”, robusta scorsa di ragazza disinibita, ma con una forte dose di sensibilità e attaccamento agli ideali, ad avere il compito di investigare. Minigonna e un caratterino sessantottino da “il corpo è mio e lo gestisco io”, si trova a tessere la tela (non a caso il nome Penelope?) di un filo rosso che si srotola e si riarrotola attraverso flashback incrociati.

“Lope” è una giovane giornalista nata lassù, a Montefosco, ma poi scesa a Bologna per l’Università e lì restata per crearsi un futuro nel duro lavoro del giornalismo locale. Ma dovrà tornare al paese natio, non lo faceva da anni, per raccontare un delitto. Siamo, appunto, nel 1972, le elezioni si avvicinano. Un importante e discusso politico, Ardito Richeldi del Movimento Sociale Italiano, viene trovato morto in casa propria a Montefosco.

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L’arma del delitto è una Ruby, pistola spagnola degli anni ’30 ormai introvabile, ma che è legata alla guerra civile spagnola dove alcuni giovani amici di Montefosco, l’anarchico Rivo e il comunista Pietro fuggiti alle persecuzioni fasciste, si erano arruolati con le Brigate Internazionali. Lì, Pietro incontrerà la “pasionaria” Golondrina che le darà una storia d’amore e una figlia.

E allora Lope, alla ricerca di connessioni, trova casualmente anche quella che parte da Montefusco alla vigilia delle elezioni dell’aprile 1948 quando in una casa abbandonata vicina al paese fu ritrovato un cadavere sfigurato. Era quello di un uomo accanto a una vecchia Guzzi GT 17 con sidecar che per diverse notti aveva tenuto sveglio il paese con le sue rumorose e sorprendenti scorribande notturne nel centro.

Alla fine tutti i misteri saranno chiariti, moventi e colpevoli, compreso quelli sorprendenti dell’omicidio Richeldi, ma la scelta “etica” di Lope sarà quella di rinunciare al grande scoop giornalistico per rispetto del dolore altrui.

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Una lettura scorrevole dove anche le descrizioni dei personaggi e dei territori sono accurate e precise così come lo sono i riferimenti agli avvenimenti storici che fanno da cornice al racconto e, per questo, poco pesa il peccato veniale del riferimento a Leon Gambetta, Presidente della Repubblica Francese, quando invece era solo Presidente del Consiglio dei Ministri.

Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, diversamente giovani e poliedrici artisti, sono rappresentanti di una cultura libertaria di quei crinali sui quali c’è la virtuale riga di confine fra Toscana ed Emilia. Riga di confine che resta ancor più virtuale per i dialetti dell’una e dell’altra parte che si mescolano fregandosene delle carte geografiche.

In edicola da appena tre settimane, “Vola Golondrina”, sta scalando la classifica dei più venduti per la soddisfazione della longeva “coppia di fatto” della narrativa; due storie personali differenti accumunate da un background artistico maturato nella Bologna culla delle ispirazioni culturali e sociali degli anni Sessanta e Settanta.

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