Siena, bella tra le più belle

Siena, si sa, ha un aspetto splendido e gran parte di quello splendore emana da quanto venne costruito negli ultimi secoli del Medioevo

Siena, bella tra le più belle
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

23 Ottobre 2023 - 22.52


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La lunga storia che ho scelto di raccontare ripercorrendo il passato e il presente di Siena passa questa volta attraverso una parola desueta, oggi tornata di moda e usata in modo spesso distorto e manipolatorio, patriottismo. Gliene accosto un’altra, bellezza.

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Siena, si sa, ha un aspetto splendido e gran parte di quello splendore emana da quanto venne costruito negli ultimi secoli del Medioevo. Non fu la sola città ad essere toccata da questa febbre, fu semmai una bella tra le belle. E infatti un po’ tutte le cittadinanze dell’Italia medievale furono animate da quel forte patriottismo che esprimevano anche con il desiderio di abbellire il loro spazio di vita: rinnovavano le cattedrali, costruivano magnifici palazzi pubblici, bei ponti e fontane ornate, realizzavano mura possenti più di quanto fosse necessario, commissionavano prodotti artistici per gli edifici pubblici o per le chiese, per devozione o per comprarsi la salvezza nell’aldilà, ricercavano orgogliosamente il decoro nell’edilizia e nelle strade. 

Molti interventi delineavano un’idea di bellezza che pervadeva anche i luoghi della quotidianità come le strade ma anche le fontane, gli ospedali e come tutte quelle strutture di pubblica utilità che rispondevano a un crescente desiderio di organizzare, dare funzionalità, igiene e decoro. Anche lo sforzo per sostenere le miserie dei più deboli nel  bell’ospedale senese di Santa Maria della Scala contribuiva al modo in cui agli abitanti, anche di strati sociali bassi, veniva proposto di percepire la città nei suoi quotidiani bisogni. 

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Il desiderio che non solo i monumenti ma anche le cose utili alla vita fossero belle è espresso bene nel sistema delle fonti monumentali senesi che, come terminali esterni di sofisticate reti sotterranee – che hanno il rarissimo merito di essere ancor oggi intatte, percorribili e funzionanti anche grazie ad una associazione di cittadini che vi si dedica, La Diana – davano pieno merito a ciò che non era visivamente percepibile. Sotto, gli ingegneri, sopra gli architetti e gli scultori; e davanti e in mezzo a tutta questa maestrìa gli uomini e le donne che attingevano acqua da bere, lavavano i panni, abbeveravano gli animali, bagnavano le lane e le pelli. 

Sulla bellezza si investiva denaro e la si trasformava in un principio generale, da declinare poi nei singoli atti di governo. Negli statuti senesi si mise nero su bianco il principio che “intra li studii et sollecitudini e’ quali procurare si debiano per coloro, e’ quali ànno ad intendere al governamento de la città, è quello massimamente che s’intenda a la belleça de la città”. Insomma, cercare la bellezza nelle forme degli edifici e degli spazi sembra proprio essere stato un progetto politico consapevole per parlare al popolo tutto. Il bello veniva usato come un contenitore di messaggi didattici per cercar un consenso trasversale ai vari gradini sociali, nella speranza che esso generasse senso di appartenenza e pace, e che smorzasse i conflitti determinati dalle diseguaglianze economiche e dalle differenze di ceto.  

Tutto contribuiva, alla fine, a quella “epidemia identitaria” cui si chiedeva di agire da collante sociale. E tutto ci ricorda l’esistenza di un superfluo che, alla fin fine, è necessario. Necessario al buon vivere e necessario per cercare il consenso politico. Così si costruiva e consolidava qualcosa che era destinato a svolgere, da allora e anche fino ad oggi, un ruolo centrale nella vita e nell’immaginario delle cittadinanze. 

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Rimane aperto il problema di quanto e se quella bellezza fosse – e sia – percepita da tutti i cittadini. Proviamo a immaginare cosa potesse rappresentare una piazza pubblica per chi aspettava il lavoro per la giornata o per chi non aveva la farina per il pane: subito essa si trasformava, da luogo ‘ufficiale’ della gestione politica carico dei segni identitari, in punto dove la cittadinanza si riversava e si raggruppava per esprimere il proprio dissenso,  si appropriava di luoghi nevralgici, manifestava sotto le finestre di un bellissimo palazzo comunale, divenuto luogo ostile, e faceva pressione con grida e sassaiole sui consiglieri riuniti nelle grandi sale affrescate. 

Quando la carestia del 1328 provocò a Siena una violenta rivolta, gli insorti si mossero tra la piazza del bell’ospedale e del supero Duomo e la bellissima piazza del Campo, ma non sappiamo se alzarono gli occhi a guardarle né se quella solenne bellezza frenò un po’ la loro ira.

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