Letteraria, un premio serio: Maura Maioli racconta la sua 'creatura'

Il premio “Letteraria”, è stato creato da Maura Maioli, insegnante e romanziera romagnola e donna dalle idee chiare e costruttive

Letteraria, un premio serio: Maura Maioli racconta la sua 'creatura'
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23 Ottobre 2023 - 00.47


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di Rock Reynolds

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Ci sono più editori e premi letterari che lettori nel nostro paese e io non ho mai fatto mistero di un’avversione epidermica per ogni forma di riconoscimento assegnato a questo o quell’autore. Naturalmente, fare di tutta l’erba un fascio – spero mi perdoniate l’immagine fin troppo in linea con i tempi che corrono – non è mai una buona idea. Ma ricordo i primi passi nel mondo editoriale, quando l’addetto stampa di un’importante casa editrice mi disse con grande tranquillità che sarebbe andato a Roma per esercitare qualche “pressione” in favore di un autore della sua scuderia finito nella cinquina di un premio prestigioso.

Devo aver fatto una faccia stranita e l’addetto stampa, vedendomi trasecolare, allargò le braccia e mi rassicurò: lo fanno tutti. «Lo fanno tutti» pare proprio la frase perfetta per come funzionano le cose in Italia. Non ci si può fidare nemmeno della serietà e onestà di un premio letterario. E dire che i libri non rappresentano una ricca fonte di reddito. D’altro canto, se pensiamo ai (cosiddetti) grandi editori italiani, da qualche anno fanno a gara a chi pubblica più sciocchezze senza valore, pescando nell’ampio bacino della televisione e, ora, pure della rete, per alimentare la propria squadra. D’accordo, il tale calciatore o la tale influencer sono famosi e garantiscono un minimo di successo. Ma è proprio vero? Gli editori si domandano mai quante seccature si tirano in casa con personaggi capricciosi ed esigenti? Sono pronto a rintuzzare l’obiezione che mi sento sempre fare dal rappresentante di turno delle case editrici, secondo cui un libro venduto è meglio di niente ed è comunque un seme che potrebbe germogliare in un futuro che sa tanto di fantasy. Mi correggo: fantasia, non fantasy. Una chimera, oserei dire. I dati non sono molto confortanti e ho davvero il sospetto che un libro “inutile” scritto da un “non-autore” non crei il minimo presupposto per la nascita futura di un potenziale lettore. E non venitemi a dire che i ghost writer che glieli scrivono sanno il fatto loro: parlare di fuffa, pur se in modo elegante, porta a pagine zeppe di fuffa. Semmai, mi sono convinto del contrario: con ogni probabilità, un libro brutto e inutile convincerà il compratore che non ha mai letto un libro in vita sua, ritenendolo un passatempo noioso, del fatto che tutti i libri siano brutti e inutili. Insomma, fate leggere una porcheria a chi non ha mai letto nulla e continuerà a non leggere nulla. Penserà, se tutti i libri sono come questo, meglio guardarmi un filmetto con Alvaro Vitali e bermi una birra. Magari! Oggi il livello medio è ancora più basso.

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E, per avvalorare la mia convinzione secondo cui i premi andrebbero in larga parte aboliti, vi siete mai chiesti se ogni anno un premio assegnato non da una giuria popolare bensì da un pool di “addetti ai lavori” senza contraddittorio finisca davvero sulla bacheca dell’autore desiderato? Ogni premio che si rispetti si premunisce sempre: stila una lista di almeno tre nomi papabili e poi li fa scorrere come i petali di una margherita per capire non tanto chi l’ami quanto, piuttosto, chi abbia voglia di andare a ritirarlo. In genere, l’ego dei premiati li spinge a non disertare le cerimonie, ma, di quando in quando, salta fuori la personalità eccentrica di qualcuno a cui di questo o quel premio, soprattutto se non corroborato da un tonico in denaro, non può fregare di meno e che, dunque, non ha la minima intenzione di sottoporsi alla menata della trasferta e declina più o meno garbatamente l’offerta. Un problema? Macché. Si passi al secondo petalo ‘ché, prima o poi, il gonzo che accetta lo si trova. Mi torna in mente la spassosissima scenetta di Mosè sul Sinai tratta da La pazza storia del mondo di Mel Brooks. Un canuto e senescente, come da tradizione biblica, Mosè sale sul monte per ricevere istruzioni dall’Altissimo, che prontamente gliele fa avere attraverso le celebri “tavole”. «L’eterno, il Signore Geova mi comanda di recarvi questi quindici…», dice Mosé, lasciandosi sfuggire di mano una delle tre tavole di pietra, che si spezza inesorabilmente al suolo. «Oh! Dieci, dieci comandamenti!»

E, tanto per rincarare la dose, diversi anni fa un noto regista-attore cinematografico italiano fu insignito di un premio al tempo prestigioso e poi caduto in disgrazia – e non si fa fatica a capire perché – e rifiutò di ritirarlo. Per convincerlo, l’organizzazione gli staccò un congruo assegno come “rimborso spese”. L’assegno – pare di 10.000 euro, cifra che non fa schifo a nessuno nemmeno oggi, ma che, una quindicina di anni fa, era ancor più allettante – a me pare uno scandalo. E sono certo che pagare qualcuno per convincerlo ad accettare di ritirare il premio assegnatogli e non per sottoporlo a una tortura non sia uno scandalo isolato. Perché, si sa, un premio assegnato a chi poi non lo ritira non fa una gran figura!

Ho detto che generalizzare non è mai una buona idea. In effetti, un’eccezione la faccio con piacere. Mi riferisco al premio “Letteraria”, creato da Maura Maioli, insegnante e romanziera romagnola e donna dalle idee chiare e costruttive, come emerge dalla chiacchierata che abbiamo fatto.

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Com’è nato il premio “Letteraria”?

“Letteraria” è nato da un’insofferenza sul giudizio che spesso gli adulti danno dei giovani come afasici, distratti, incapaci di leggere. Ho pensato alla mia classe di liceo di oltre quarant’anni fa e a come anche allora i lettori al suo interno fossero una minoranza. Ho voluto provare a dimostrare che non è cambiato molto e che ci sono ancora giovani che leggono, probabilmente più degli adulti. E poi volevo che la mia città di adozione, Fano, mi offrisse quello che ero costretta a cercare altrove: un’occasione per parlare di letteratura (in ogni scelta c’è sempre una questione privata). Così mi sono inventata un premio in cui la giuria è composta esclusivamente da studenti delle superiori e che ha come momento conclusivo una tre giorni di incontri con i dieci finalisti, cinque autori e cinque traduttori. Ha funzionato. Nella prima edizione gli studenti lettori erano 345, in questa decima edizione 1100.

L’idea che siano dei ragazzi a giudicare mi pare vincente…

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Mi sono sentita dire che «tanto gli studenti sono precettati e imbeccati dagli insegnanti». Non è così. La scelta di aderire alla giuria del premio è individuale e volontaria. Non è l’insegnante a obbligare la classe, ma il singolo alunno a chiedere di partecipare. E il giudizio della giuria è insindacabile. L’ultima parola è degli studenti e non le nascondo che a volte le loro scelte non sarebbero le mie, ma, appunto, nessuno può interferire.

Che esperienza è per gli studenti?

Posso riferirle ciò che mi dicono in moltissimi, cioè che una delle ragioni per cui “Letteraria” piace è che possono scegliere liberamente tra i libri che gli editori decidono di inviare al concorso, come se entrassero in una libreria: li sfogliano, leggono il risvolto e le prime pagine e decidono se quel romanzo o quella raccolta di racconti può incontrare il loro interesse. A volte la loro intuizione è giusta, a volte no, come del resto capita a chiunque prenda in mano un libro. Però, poi avvertono la responsabilità dell’attribuire un premio e quindi affrontano anche libri che esulano dal loro gusto, e questo è importante perché allarga il loro orizzonte e affina le loro capacità di lettura. Lo riconoscono tutti quegli studenti che hanno cominciato a leggere in prima superiore: in quinta, sono ancora nostri lettori. Sono entusiasti, hanno il desiderio di condividere ciò che hanno letto; me ne rendo conto quando passo al vaglio i loro giudizi di lettura. Il premio ha fatto nascere degli amori letterari, come, per esempio, quello per Colm Tóibín, e ha fatto scoprire case editrici che non si trovano in primo piano nelle librerie, come Mattioli 1885. 

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Com’è stata l’edizione di quest’anno?

Non vorrei essere autocelebrativa, ma è stato più che mai evidente come il cuore di “Letteraria” siano i giovani, perché sono stati in tantissimi a partecipare agli incontri. E sono stati anche protagonisti di momenti salienti, come lo spettacolo per voce recitante, disegno dal vivo e musica dedicato a Calvino, o la serata della premiazione, in cui hanno portato la freschezza delle loro idee. In questa decima edizione, “Letteraria” è diventata pure un podcast la cui redazione ha un’età media di 18 anni. La qualità degli incontri durante le giornate del premio è alta e questo nel tempo ha fidelizzato una città e un territorio. C’è attesa nell’aria quando arriva il weekend di “Letteraria”. Penso alle oltre duecento persone che in questa edizione hanno gremito la Pinacoteca San Domenico, dove si svolge parte degli incontri, in occasione della conversazione tra la scrittrice armena Narine Abgarian e la sua straordinaria traduttrice italiana, Claudia Zonghetti.

Lei stessa è scrittrice. Il suo nuovo romanzo in cosa differisce dal precedente?

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Il mio libro precedente, Un giorno ti ho parlato d’amore, è un romanzo di formazione in cui affermo il desiderio e il diritto ad andarcene quando, per qualsiasi motivo, la vita che viviamo non ci soddisfa. Il mio protagonista è un ragazzo mite e colto che va all’avventura confidando nella gentilezza e nella solidarietà umana. Piuttosto controcorrente. Copper invece (L’Asino d’Oro Edizioni, pagg 177, euro 15), è la storia di un adulto che ha smarrito la sua umanità fino a compiere un gesto di violenza gratuita: il pestaggio di un ragazzo di colore. Copper è stato bambino, un bambino «dato in prestito» a cui nessuno ha mai raccontato la verità sulla sua nascita, sulle sue origini. È stato a sua volta ferito. Il romanzo è nato da questa domanda: come può un uomo che è stato un bambino ferito diventare un adulto violento che, indossando una divisa, ferisce a sua volta chi è indifeso? La voce narrante ne ricostruisce il passato nel tentativo di richiamarlo indietro, di fargli ritrovare almeno una piccola parte dell’umanità perduta. Nel fare questo, ripercorre inevitabilmente parti della storia di questo paese, anche se Copper non è un romanzo storico.

Il tema che balza all’occhio è quello attualissimo del razzismo più becero. Ha preso spunto dal pestaggio e dall’uccisione di Willy Montero?

Forse sarà una sorpresa, ma no. L’assassinio di Willy Monteiro è avvenuto il 6 settembre del 2020, quello di George Floyd il 25 maggio dello stesso anno. Io ho cominciato a lavorare a Copper nell’estate del 2019. Tengo un taccuino di appunti con la data per ogni romanzo che scrivo. Ma non dubito che il clima di questo nostro tempo e una questione privata (di nuovo) mi abbiano spinto a scrivere di razzismo, anche se non si tratta di un romanzo sul razzismo. La violenza è un tema, come lo sono la colpa, la menzogna, il rifiuto dell’amore. Sotto sotto, in realtà c’è un altro tema a me caro e che ritengo di nuovo attualissimo, considerato il nostro clima politico: la comprensione e, se vogliamo, il perdono. Persino le peggiori nefandezze sono commesse da esseri umani che hanno una storia. Nel romanzo si dice che il gesto di violenza compiuto da Copper è imperdonabile e che «il perdono non ha parte in questa storia». A dare il perdono possono essere solo le vittime, ma, in questo caso, il ragazzo di colore ferito, Isaac Adomach, non può concederlo perché è destinato a diventare un’ombra, come tanti clandestini. Né ci può essere per lui una giustizia perché Copper non viene denunciato. Eppure non c’è pessimismo, perché si dice anche che bisogna imparare ad andare avanti «nonostante l’imperdonabile» e che, se non si può rendere giustizia, si può però trovare un modo per riparare, cioè quello che alla fine il mio protagonista farà. Peraltro, il compito della letteratura non è giudicare, bensì interrogarsi e non penso, come scriveva Levi, che “comprendere” sia già “quasi giustificare”. Credo invece che sia necessario per andare avanti.

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Da donna, scrittrice ed educatrice, cosa si può fare per insegnare ai ragazzi la forza della comprensione e del perdono?

Con i miei studenti cerco di essere innanzitutto attenta e precisa nell’uso delle parole: per esempio, invitandoli a riflettere su come il termine “invasione” sia preso dal lessico militare e implichi la presenza di un esercito armato di tutto punto. Allora si rendono conto come sia assolutamente improprio applicarlo a gruppi di persone che arrivano scalze nel nostro paese. Poi, li invito a usare la ragione, il metodo empirico: per esempio, dico loro di utilizzare la vista per individuare il presunto esercito di migranti. In tal modo, si rendono conto di vederne pochissimi (e qualcuno mi chiede dove sono gli altri). Infine, chiedo loro di mettere alla prova i dati raccolti: quanto fanno 100.000 persone divise in 7901 comuni italiani? Così, si rendono conto che il risultato è meno di 13. È una fatica, ma, opponendo la parola esatta alla parola d’ordine e la ragione all’istinto, come nel caso di Copper, li si può ricondurre all’umanità che è in loro.

Lei hai davanti agli occhi i nostri dirigenti del domani. Come reagiscono?

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I giovani sono in divenire: è necessario parlare con loro, aiutarli a capire fenomeni complessi che non si possono affrontare con mezzi spicci. Anche a questo serve la letteratura: a opporre complessità e profondità a semplificazione e superficialità, alla squallida spregiudicatezza di alcuni uomini politici. È un compito difficile, perché sono immersi in un brodo di coltura infetto di aggressività verbale e di cinismo. Però, se li si rende consapevoli di questo e del fatto che un altro pensiero è possibile, sono tutt’altro che insensibili. Quando li invito ad andare nel mondo fiduciosi, a spostare costantemente la frontiera dentro e fuori di sé, vedo i loro occhi illuminarsi. Perciò continuo ad avere fiducia nei giovani. Altrimenti, non mi sarei inventata “Letteraria” e non scriverei romanzi in cui oppongo sempre la mitezza, capace di disarmare, e la comprensione, capace di smontare, all’aggressività e all’esclusione.

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