Badoglio, casa Savoia e il fascismo: il significato dell’8 settembre 1943

Prima d’allora, per oltre vent’anni il Paese era sprofondato nel medioevo della ragione e del sentimento, schiacciato dal tallone della dittatura fascista che l’aveva trascinato in una guerra insensata

Badoglio, casa Savoia e il fascismo: il significato dell’8 settembre 1943
Il Corriere della Sera annuncia l'armistizio l'8 settembre 1943
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Giuseppe Costigliola Modifica articolo

8 Settembre 2023 - 08.51


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Ai deboli di memoria, ai cittadini distratti, agli studenti svogliati, ai perennemente obnubilati da un sistema di potere sempre più subdolo e pervasivo l’8 settembre del 1943 non dirà assolutamente niente. Decenni di rimozione, di cancellazione della memoria, di retrivo revisionismo hanno prodotto un mare di macerie nella coscienza nazionale, di velenose ambiguità in quelle dei singoli italiani. Eppure, quello straccio di politica democratica, quel brandello di crescita civile, quel briciolo di storia repubblicana che l’Italia ha sperimentato dal termine del Secondo conflitto mondiale ha la sua origine proprio in quella data. Uno spartiacque per la storia nazionale, per le vicende delle donne e degli uomini che lo vissero, e di quelli che successivamente vi si sono confrontati, in un modo o nell’altro.

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Prima d’allora, per oltre vent’anni il Paese era sprofondato nel medioevo della ragione e del sentimento, schiacciato dal tallone della dittatura fascista che l’aveva trascinato in una guerra insensata. Poi, la sconfitta di un ideale di morte e di violenza, la distruzione fisica e morale di un’intera nazione cominciarono a sedimentarsi nelle coscienze. Quel giorno anche gli scherani del regime, la monarchia italiana e i più alti gradi del governo e dello Stato maggiore italiano, gettarono definitivamente la maschera: un manipolo di vigliacchi, che lasciarono il Paese allo sbando, senza difese, senza direttive, con la famigerata “fuga di Pescara”. 

Il re scappato, l’esercito disfatto, gli uffici pubblici abbandonati, la complicata tela istituzionale e amministrativa liquefatta: si viveva nella totale assenza di autorità e di norme, se non quelle dei nuovi aguzzini, i tedeschi, che invasero una terra lasciata a se stessa. E così, al senso di liberazione suscitato dal proclama di Badoglio che quell’8 settembre annunciava l’armistizio con gli angloamericani, subentrò un lancinante senso di smarrimento. Ma poi, l’indifferibilità di una scelta.

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Perché fu questo il concetto fondamentale che l’8 settembre introdusse negli italiani: quello della scelta. In quel vuoto istituzionale e morale, dopo che al monopolio statale della violenza si era sostituita la legge della giungla, ognuno si trovò a dover scegliere l’autorità da ritenere legittima. Irrinunciabile l’analisi che ne ha fatto lo storico Claudio Pavone: il problema della scelta toccava il fondo della questione morale, in cui suppuravano problemi di coscienza personale. C’era innanzitutto da sopravvivere, certo; ma per molti, per le persone più sensibili e moralmente sane, si trattava di vivere senza perdere i propri principi. In loro si attualizzò con dolore dimidiante la frase che Kant citava da Giovenale: “propter vitam vivendi perdere causam”: per salvare la propria vita c’era il rischio di perdere la ragione del vivere. Una massima che, come ancora notava Pavone, rispecchia il dramma in cui si trovarono molti italiani dopo l’8 settembre.

Si trattava di una scelta volontaria, messa di continuo alla prova, che andava quindi riconfermata per prima cosa davanti a se stessi. Anche chi non decise subito, dovette poi farlo: quando il maresciallo Graziani da Ministro della Difesa della RSI emanò i bandi di leva, molti giovani non ancora schierati, che forse avevano cercato di sfuggire all’imperativo del momento, dovettero operarla, una scelta: presentarsi o disertare. Un bivio cui si trovarono davanti continuamente anche i civili, come pure gli internati militari, che dovettero optare se arruolarsi nelle divisioni fasciste ricostruite in Germania o meno: il 76 per cento volle rimanere in prigionia. Come si disse un sergente chiuso in un campo di concentramento, vedendo le sentinelle tedesche al di là del reticolato: “Quelli lì credono di essere loro liberi e noi prigionieri, in realtà siamo liberi noi che abbiamo saputo scegliere la libertà e non loro che sono rimasti degli schiavi di un potere totalitario e tirannico”. Perché fare la scelta giusta significava essere portatori di una grande carica di critica del passato che si era dimostrato folle e distruttivo, e di un’enorme fiducia nei valori che hanno dato origine all’Italia repubblicana e alla sua Costituzione.

L’8 settembre e i mesi che seguirono determinarono insomma in parecchi la rivelazione di sé a se medesimi, come di solito avviene nei grandi, tragici avvenimenti della storia; salvo, forse, che negli ignavi. In quella data si riscoprì un più autentico senso della patria, come scrisse magistralmente Natalia Ginzburg: “Le strade e le piazze delle città, teatro un tempo della nostra noia di adolescenti e oggetto del nostro altezzoso disprezzo, diventarono i luoghi che era necessario difendere. Le parole ‘patria’ e ‘Italia’, che ci avevano tanto nauseato tra le pareti della scuola, perché sempre accompagnate dagli aggettivi ‘fascista’, perché colme di vuoto, ci parvero d’un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta. D’un tratto alle nostre orecchie risultarono vere”. 

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Molti, da quel giorno in avanti, intrapresero un cammino di riscatto, di riposizionamento esistenziale e sociale. Perché allora si scontrarono, come forse non era mai accaduto con tanta chiarezza nella nostra storia, due visioni dell’Italia, due idee diverse di patria, soprattutto due modi opposti di vedere il futuro d’un popolo, di tracciare un quadro di civiltà. A spingere gli italiani nella scelta da che parte stare era la fiducia in una possibilità di ricostruzione, meglio, di rifondazione di una nuova morale, una nuova visione che cancellasse la deriva autoritaria e violenta del fascismo. Una ritrovata gioia di vivere da contrapporre alla cupezza “mascherata da spavalderia ma nel fondo nichilistica” dei repubblichini, per citare ancora Pavone.

Il paradosso di quelle giornate, che obbligarono tutti a riqualificarsi, a prendere posizione, è oggi difficile da raccontare ad una massa di apatici e qualunquisti cittadini quali siamo diventati. Ma agli ignavi di allora come di oggi risuonino come eterno monito le parole di uno studente di legge di Parma, il diciannovenne Giacomo Ulivi, torturato, poi amnistiato, infine fucilato dai fascisti per rappresaglia sulla piazza Grande di Modena: Pensate che tutto è successo perché non ne avete voluto sapere!

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