Capossela sulle barricate con le sue Tredici canzoni urgenti

Un nuovo disco di Vinicio Capossela mette in moto tutto l’apparato della stampa nazionale, anche quello storico che si occupa di musica almeno dagli anni Settanta

Capossela sulle barricate con le sue Tredici canzoni urgenti
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18 Aprile 2023 - 18.58


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di Antonio Bodria e Giordano Casiraghi

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Un nuovo disco di Vinicio Capossela mette in moto tutto l’apparato della stampa nazionale, anche quello storico che si occupa di musica almeno dagli anni Settanta. Vinicio è in procinto di pubblicare «Tredici canzoni urgenti» e già quello che ha anticipato attira molta curiosità.

L’album esce il 21 aprile ma già il giorno prima lo presenta in anteprima al Conservatorio di Milano, con biglietti andati esauriti in un baleno. Capossela non è mai solo sul palco e stavolta viene accompagnato da numerosi artisti: Mara Redeghieri, Margherita Vicario, Irene Sciacovelli, Sir Oliver Skardy, Cesare Malfatti, Don Antonio (Gramentieri), FiloQ, Andrea Lamacchia, Alessandro “Asso” Stefana, Piero Perelli, Taketo Gohara, Mauro Ottolini, Michele Vignali, Daniela Savoldi, Enrico Gabrielli e il Maestro Raffaele Tiseo che molti brani ha formato e arrangiato. Chi canta con lui e chi invece suona ance, ottoni, strumenti elettronici. Veri e propri concerti seguiranno nell’autunno, mentre ospitate si segnalano da più parti, dopo il passaggio nella trasmissione televisiva «Splendida cornice» sarà per esempio a Parma, città e zona molto frequentata da Vinicio. Il 24 aprile è ospite della serata di Gianluca De Rubertis e Sara Loreni al Borgo Santa Brigida. 

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L’artista si è presentato alla stampa in completo nero con il solito cappello da capostazione. Elegante come si deve perché tiene alla forma nella stessa maniera della sostanza, altrimenti perché tutti quei travestimenti con maschere improbabili di animali nei suoi concerti. Ebbene Vinicio appare disponibile come non mai, si concede persino ai selfie di qualche giornalista che ne fa collezione, ma l’argomento dell’album stavolta è davvero importante e non potrebbe essere più drammatica la svolta che Vinicio Capossela imprime al suo percorso tematico e poetico con il suo nuovo album, “Tredici canzoni urgenti”.

Ed è già l’aggettivo contenuto nel titolo a fornirne a chiare lettere la cifra: i contenuti, il linguaggio, e soprattutto le intenzioni pressanti che sorreggono tutto il lavoro paiono addirittura trascendere l’ambito della generica attenzione al sociale, per approdare a quello che si sarebbe piuttosto tentati di definire, con franchezza, politico. Termine che pare brutto? Superato? Fuori tempo massimo? Ma è proprio questo il punto: l’urgenza che spinge l’autore sembra essere proprio quella di tornare a chiamare le cose che veramente contano con il loro nome, in modo diretto e cogente, per risvegliare le coscienze alla resistenza di fronte ai pericolosi deterioramenti del vivere che proprio alla politica fanno capo.

La sorpresa è probabilmente maggiore per chi ha frequentato Capossela solo attraverso i suoi album: chi lo conosce, chi ha letto i suoi libri e ascoltato le sue interviste, e anche chi ha seguito i più eloquenti tra i suoi concerti, sa che i valori (anche questo suona brutto?) che oggi difende sono sempre stati profondamente suoi. Non è lui ad essere cambiato: è la crescente gravità delle minacce a cui quei valori sono sottoposti dall’accavallarsi degli eventi di questi ultimi anni a rendergli, appunto, urgente la necessità di esplicitarli anche nella sua opera musicale, con un’immediatezza alla quale finora aveva preferito, tutt’al più, l’allusione mediata dal suo straordinario bagaglio poetico.

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A dire il vero, qualche indizio di quel che stava per succedere si poteva trovare già nei suoi lavori immediatamente precedenti: se al monumentale “Marinai, profeti e balene” (2011) era seguito un cospicuo periodo di preziosa ricerca e rivisitazione, dapprima di alcuni suoi (e altrui) capolavori in chiave rebetica (2012), e poi delle radici musicali e antropologiche della sua “terra dell’osso” (“Canzoni della Cupa” – 2016), ecco che invece “Ballate per Uomini e Bestie” del 2019 rivelava, in alcuni brani, un’inusitata e quasi aggressiva (anche musicalmente) vena di denuncia, a partire ovviamente da “La peste”, sinistramente profetico nel titolo, e dedicato a censurare un problema di stretta attualità, quale la degenerazione della “vita in rete” che ci stanno e ci stiamo costringendo a trascorrere.

E anche in “Eclissica” (2021), il formidabile diario di bordo di quindici anni di vita, riordinato e commentato da Capossela durante la pandemia, gli spunti per comprendere da dove vengano le urgenze delle “Tredici canzoni” traspaiono dalla maggior parte delle quasi seicento pagine; tra le tante, tornano in mente quelle (pagg. 393 – 398) che contengono il paragrafo (datato: Francia, marzo 2014) dedicato alla “Canzone popolare nella Grande Guerra”, e in particolare alla “Chanson de Craonne” (censurata addirittura fino al 1974, quasi sessant’anni dopo la sua composizione, anonima, da parte dei soldati francesi al fronte), e il successivo commento “Ellissi 2020, aprile: Il tallone di ferro”, dedicato allo scandalo della guerra, “più infame di ogni catastrofe originata dalla natura. Più dei terremoti, dei virus, delle epidemie”, in quanto opera esclusivamente dell’uomo, e in particolare di quei pochi uomini che hanno il potere di imporla e l’interesse a ricavarne profitto, a scapito dei molti costretti a subirne la violenza.

La denuncia, in questo caso della guerra (l’autore, ancora una volta purtroppo buon profeta), e la canzone popolare come suo strumento d’elezione: la spiegazione dell’impulso che, arrivata davvero la guerra (e non solo quella), ha generato le “Tredici canzoni urgenti” sarebbe già lì, in quelle cinque pagine.

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Ma anche chi ha ascoltato quei brani, e letto quelle pagine, ben difficilmente avrebbe potuto aspettarsi l’ampiezza della virata che, con queste “Tredici canzoni”, Capossela imprime al proprio percorso tematico e stilistico.

Accantonati e nascosti al sicuro, pur con tutto l’affetto che meritano e la speranza di tornare a riprenderli (anche questo par di leggere tra le righe dei testi), i bar di provincia e le escursioni oniriche, i territori mitologici e fantastici, le balere e le balene, oggi Vinicio suona l’allarme. E chiama chi vuole ascoltarlo a salire sulle barricate, come quelle erette nel 1922, contro l’incipiente regime, negli stessi borghi della Parma popolare da cui Capossela mosse i primi passi della sua carriera. Barricate fatte prima di tutto di consapevolezza, quale presupposto necessario della resistenza. Perché appare chiaro che la prima preoccupazione che muove le “Tredici canzoni”, il pericolo dei pericoli che apre la strada a tutti gli altri, è quello della perdita, indotta e autoindotta, della capacità di vederli.

Ed ecco allora che, accompagnate dal collaudato caleidoscopio musicale che l’autore sa maneggiare e rinfrescare in modo sempre così efficace (sì, c’è tutto: dagli archi al cha cha cha, dal funky ai tempi dispari, ci sono gli ospiti vecchi e nuovi, sempre pertinenti e mai banali; ma questa volta davvero la musica pare un veicolo, per quanto scattante e affidabile come al solito, rispetto alla novità dei testi che trasporta), sfilano davanti all’ascoltatore le descrizioni dei mali da cui Capossela vuol metterci in guardia, ciascuno crudelmente illuminato a giorno come da un faro di sala operatoria, perché nessuno possa restare indietro senza aver visto.

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Per prima, la paura. Le paure. Che sono il più insormontabile ostacolo alla consapevolezza, e perciò sono da sempre sistematicamente incentivate, amplificate o create ad arte da chi ha interesse ad impedire che l’altrui consapevolezza maturi. “Il bene rifugio”, proposto da Capossela nel brano d’apertura così intitolato, è nientemeno che l’amore. Ma, par di capire, inteso non come mero ripiegamento intimistico in fuga dalla realtà, bensì come ambiente protetto in cui generare e accumulare la forza per resistere appunto alle paure e alle incertezze, esemplificate in un elenco attualissimo di stampo principalmente economico (il gas e il Brent contrapposti ai Bund e ai future), ma che in quello certamente non si esauriscono.

A seguire, “All you can eat”: il titolo è folgorante per i diversi rimandi che evoca, e in effetti il testo pare sollecitare diversi livelli di lettura.

In primo piano c’è proprio la critica specifica al ruolo esasperato e paradossale che il culto dell’alimentazione, nelle varie declinazioni tra spazzatura a basso costo e gourmet status symbol, ha assunto nella socialità, peraltro con l’appoggio sempre sospetto dei media: questo sì un “bene rifugio” che in realtà non garantisce il rifugio da nulla.

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Ma, a monte, la censura si rivolge a questa situazione soprattutto come una delle manifestazioni di un sistema sociale che, più in generale, sembra offrire a tutti una libertà apparentemente senza limiti e senza remore (“Questa è la libertà / ti puoi scialare / puoi trasgredire / senza più regola”), che invece è soffocata nel recinto inoffensivo dell’uniformità e della perdita di senso critico (“Se tanto è tutto uguale / se non conta più studiare / se non conta più sapere / se siamo irrilevanza / se non c’è differenza / nella terra dell’Abbastanza / se non c’è principio né speranza / allora mangia…”).

“La parte del torto” (traccia n.3, uscita anticipatamente come singolo) è forse il brano dell’album più immediatamente politico, e non a caso il titolo è una diretta citazione da Bertolt Brecht, autore politico per antonomasia nel suo tentativo di opporsi, con la sua poesia e il suo teatro, alla decomposizione della Repubblica di Weimar e all’avvento del nazionalsocialismo. Il suo noto aforisma secondo cui “Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano già occupati”, contenuto nell’ “Opera da tre soldi” e riferito a quel contesto, è tornato recentemente d’attualità nel dibattito politico italiano, e Capossela trae ispirazione dalla vicenda per stigmatizzare la deriva che favorisce, come strumento per conquistare o mantenere il potere, la confusione e il superamento della contrapposizione tra sistemi valoriali, portando tutti “dalla parte del torto”.

E finalmente la guerra, l’ineludibile, declinata in ben quattro delle “Tredici canzoni”. Da un lato, l’antimilitarismo assoluto di “Gloria all’archibugio” (traccia n.6), elegantemente tratto da Ludovico Ariosto, nume tutelare della cultura della provincia reggiana in cui Vinicio è cresciuto (e dove, lo ricordava lui stesso ai compaesani durante un concerto al “suo” Fuori Orario, tutto si chiama “Ariosto”, dai licei, ai cinema, ai centri commerciali), e dal suo rifiuto, quantomeno letterario, delle armi da fuoco, la cui utilizzabilità a grande distanza avrebbe snaturato l’indole cavalleresca, benché brutale, dei combattimenti uomo a uomo di cui la sua opera pure è costellata. 

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Oggi siamo arrivati ai droni e ai missili intercontinentali, grazie ai quali lo sterminio può essere inflitto a mezzo mondo di distanza (e anche a mezzo mondo tout court, data la quantità), manovrando un joystick su uno schermo dal proprio ufficio, dal quale, terminate le otto ore di lavoro, si può uscire a fare jogging prima di tornare a casa per cena, e il richiamo all’Ariosto risulta quantomeno suggestivo.

Dall’altro, il mortificante e sterile atteggiamento con il quale rischiamo di seguire il conflitto e di prendere parte in favore dell’uno o dell’altro contendente, comodamente seduti sul nostro “Divano occidentale” (traccia n.5), quasi come se fosse il tifo per un evento sportivo che stiamo seguendo in televisione.

Forse una possibile (per quanto difficile) sintesi virtuosa tra i due atteggiamenti ci viene proposta da Capossela con il luminoso ricordo delle “Staffette in bicicletta” (traccia n.4), le donne che parteciparono alla resistenza senza usare le armi, ma occupandosi delle comunicazioni e delle altre necessità dei partigiani, e così facendo, secondo l’autore, “guerra alla guerra”. Molto efficace ed evocativa l’elencazione dei loro nomi di battesimo, a sottolineare, e a farci sentire più vicina, l’umanità di ciascuna delle persone coinvolte.

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Storia a se, sempre in tema di guerra, fa “La crociata dei bambini” (traccia n.8, anch’essa uscita anticipatamente come singolo), ispirata ancora a Brecht: qui la denuncia è tutta rimessa alla pietà dolorosa, il gruppo di bambini guidati da uno di loro in cerca di pace e rifugio dalla guerra, e desolatamente disperso senza che (per ora?) se ne sappia più nulla.

Cambiando argomento, incrociamo un altro male assoluto che suscita giustamente l’indignazione dell’autore: si tratta della violenza di genere, la violenza sulle donne e particolarmente quella perpetrata in famiglia.

Per farcene condividere l’orrore quotidiano, magari nascosto dietro una parvenza di normalità, e gravato da un’ancora insufficiente sanzione sociale (prima ancora che penale), di nuovo Capossela azzecca un mezzo poetico di particolare efficacia, lasciando che, come spesso accade nella realtà, sia proprio la donna vittima (per la voce adattissima di Margherita Vicario) ad elencare le ragioni irragionevoli che, secondo certo senso comune non ancora eradicato (“La cattiva educazione” che dà il titolo al brano – traccia n.9), giustificherebbero l’aggressore.

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Infine, in “Minorità” (traccia n.10), l’oppressiva condizione carceraria deplorata in se, ma anche come metafora di quella dei cittadini di fronte al potere, con l’umiliante “domandina” come unico, degradante mezzo per implorare ciò che sarebbe un diritto ottenere.

Da qui in avanti, nelle tre tracce conclusive, quella che pare una sorta di “pars construens”, l’indicazione, o l’invocazione, di una via di riscatto, dopo tanta rabbia e tanto dolore.

Dapprima, in “Cha cha chaf della pozzanghera” (traccia n. 11), una brillante rivendicazione degli spazi insopprimibili di libertà individuale.

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Poi, la commovente “Il tempo dei regali” (traccia n.12), il tempo degli incontri, di quella condivisione di esperienze e confidenze che è il vero patrimonio che la vita ci regala, a condizione di saperlo a nostra volta regalare.

Da ultimo, la chiusa di “Con i tasti che ci abbiamo” (traccia n.13), che con grazia (la grazia tanto cara a Vinicio) e semplicità, ma anche con decisione e un realismo venato di ottimismo, ci esorta e ci rassicura al tempo stesso: dobbiamo fare con quel che abbiamo, e, per quanto poco sia, possiamo farlo.

Una trattazione particolare fuori scaletta merita “Ariosto governatore” (traccia n.7). Di nuovo si tira in ballo l’Ariosto, per il suo dolente bilancio di una vita d’artista di successo, ma che conclude di non essere riuscito a incidere sulla società, alla quale ha finito per adeguarsi (“autor di corte”), offrendole in fondo solo “parole” e “illusioni”, mentre “l’opera e il successo materiale / non ripara dal male sociale: / veder perire ciò che vale”.

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In premio del suo successo “di corte”, ma anche in considerazione delle sue difficoltà economiche, al nostro artista è stato concesso il prestigioso incarico: “son qui finito / tra monti e lupi / a far da governatore”; ma, tratte dall’alto di quella sede le conclusioni di cui sopra, ora l’artista vorrebbe tornare a valle: “Mi faccia ritornare, sua eccellenza / al disordine furioso della mia follia / che gira come giostra in tondo / al triste ordine del mondo.”

Ora: la storia, pur poeticamente trasfigurata, è complessivamente vera, tratta dalle lettere dell’Ariosto. Ma è difficile impedirsi di sospettare che i versi di Capossela, già maestro del fantastico come l’autore del “Furioso”, contengano un che di autobiografico.

E allora: il protagonista della canzone dice di voler tornare al disordine della sua follia, ma se la ragione dei suo voler tornare a valle fosse anche quella di riprovare a parlare con la sua gente in un modo diverso, per contribuire più efficacemente a non “veder perire ciò che vale”, lì starebbe una, o la, chiave di lettura di queste “Tredici canzoni urgenti”.

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