L'antifascismo è la nostra patria

È in corso da trent'anni, dalla fine conclamata della Guerra Fredda, una vera e propria offensiva globale revisionista sulle vicende della Seconda Guerra Mondiale.

L'antifascismo è la nostra patria
Il dittatore fascista Benito Mussolini
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2 Aprile 2023 - 11.38


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di Eric Gobetti

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È in corso da oltre trent’anni, dalla fine conclamata della Guerra Fredda, una vera e propria offensiva globale revisionista sulle vicende della Seconda Guerra Mondiale. L’intento è quello di interpretare in chiave non più ideologica, ma puramente nazionale quegli avvenimenti drammatici. Con lo scopo di condannare le ideologie novecentesche, considerate in toto criminali, e riconciliare i paesi (inclusa l’Italia) sulla base dell’appartenenza nazionale. Riassumendo in uno slogan: fascismo e comunismo erano il “male”; sarebbe andata invece benissimo se gli italiani (i croati, i polacchi, ecc ecc) fossero stati tutti dalla stessa parte.

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A partire dagli anni Novanta in Italia la prospettiva si è progressivamente modificata: all’inizio si argomentava che i militi della RSI avevano sì combattuto dalla parte sbagliata, ma in fondo lo facevano per la patria; poco dopo si è passati a sottolineare che anche l’altra parte (i liberatori, ma soprattutto la Resistenza) aveva commesso crimini, quindi azzerando la differenza nelle scelte (partigiani e fascisti rappresentavano opposti estremisti, la parte migliore della patria era quella che non si era schierata, che aveva aspettato pazientemente che passasse ‘a nuttata); alla fine si è giunti a dichiarare che, almeno in alcune parti d’Italia (il confine orientale), i fascisti difendevano la patria, mentre i loro avversari (i partigiani) non erano altro che criminali accecati dall’ideologia e agli ordini del nemico nazionale (gli slavocomunisti).

Questi passaggi sono segnati da tre eventi particolarmente simbolici: la nota dichiarazione di Luciano Violante sui “ragazzi di Salò” (1996); l’immenso successo del libro di Giampaolo Pansa Il sangue dei vinti (2003 la prima edizione); l’istituzione del Giorno del Ricordo (2004) per celebrare le vittime delle foibe, ovvero le vittime dei partigiani jugoslavi, e i successivi film prodotti o coprodotti dalla Rai che “certificano” questa visione puramente vittimista che non fa alcun cenno ai crimini commessi dai fascisti e dai nazisti (2005 e 2018).

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Ora, dopo diversi decenni, possiamo dire che questo approccio ha creato gravi problemi, che si riflettono non solo sulla nostra visione del passato, ma anche sulla percezione del presente e sulle aspettative per il futuro. 

 

Negare l’aspetto ideologico di quelle vicende e sottolinearne solo gli elementi nazionali è storicamente inesatto. Perché anche se oggi noi non ci crediamo più, all’epoca invece le ideologie erano alla base delle scelte individuali di molte persone. Inoltre, se è comprensibile, seppur con tutti i necessari distinguo, condannare storicamente i regimi dittatoriali totalitari (fascismo, nazismo e stalinismo), considerare le ideologie che li animavano ugualmente e intrinsecamente criminali è eticamente inaccettabile. Infine, la seconda guerra mondiale non è uno scontro fra fascismi e comunismi, entrambi dunque ugualmente condannabili, secondo questa visione. Nella realtà da una parte stavano il fascismo e il nazismo (con tutto ciò che rappresentavano, incluse le politiche di sterminio), dall’altra stava il comunismo, certo, ma anche un antifascismo variegato che includeva tutto ciò che siamo oggi, compresi i fautori della democrazia liberale. 

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Guardare con distacco e giudicare criticamente le ideologie novecentesche è logico e necessario. Ma contrapporre un’ideologia “buona” ottocentesca (il nazionalismo) a quelle “cattive” novecentesche (fascismo e comunismo) mi pare pericoloso. Perché il modello politico nazionalista è alla base sia delle ideologie fasciste, sia delle degenerazioni di quella comunista. Il nazionalismo non è la risposta a quell’epoca di violenza, è il problema che sta alle fondamenta.

 

Non è un caso infatti che questa nuova prospettiva interpretativa che condanna le ideologie (ma sempre più spesso solo una ideologia, quella comunista) sia promossa dalle destre neonazionaliste in ogni parte d’Europa. Si tratta spesso, ma non sempre, di forze politiche che sono eredi dirette dello schieramento ideologico fascista. Il loro intento infatti è prettamente ideologico: imporre a tutti i paesi d’Europa una condanna del comunismo come male assoluto, scagionando o almeno minimizzando le colpe dei fascismi. Tutte i fenomeni progressisti del Novecento, incluse la Resistenze europee, sarebbero il frutto bacato di quell’ideologia criminale e andrebbero dunque condannate. 

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Questa visione si sta imponendo in molti paesi (in Italia certamente) anche grazie all’incapacità di reazione da parte delle forze democratiche. Ovunque queste forze (spesso eredi di partiti progressisti novecenteschi) si trovano schiacciate fra la comune condanna del comunismo e la ricerca affannosa di legittimazione attraverso il patriottismo e la compattezza della comunità nazionale. Manca la capacità intellettuale, ma spesso anche la volontà politica, di difendere i valori dell’antifascismo, di riaffermare la condanna assoluta dell’ideologia fascista, di riconoscersi nelle forze progressiste che hanno contribuito a liberare l’Europa dal mostro nazista. Nell’interpretare una guerra globale che ha visto fortunatamente sconfitti gli eserciti che volevano imporre al mondo il modello politico fascista non si può essere neutrali. Va bene il rispetto per le vittime e la comprensione umana anche per le scelte sbagliate fatte allora, ma la posizione di chi si ritiene sinceramente democratico deve essere chiara e netta: una condanna assoluta del fascismo e di tutto ciò che rappresenta: autoritarismo, razzismo, violenza politica. Oggi come allora non c’è e non può esserci spazio per le vie di mezzo e i compromessi. 

 

Di fronte alla debolezza politica dei partiti democratici, prosperano e aumentano il loro consenso e la loro egemonia culturale i neonazionalisti, e la loro prospettiva interpretativa sulla seconda guerra mondiale. Che non rappresenta solo, come dicevo all’inizio, uno sguardo sul passato, ma evidenzia una prospettiva di confronto col presente e col futuro più prossimo. Una prospettiva appunto nazionalista, di rifiuto dell’alterità (evidenziato dall’atteggiamento di totale respingimento verso le migrazioni, peraltro condiviso da tutte le forze politiche parlamentari in Italia) e anche di conflitto con gli altri paesi europei, in un ritorno grave e pericoloso ad una prospettiva di scontro invece che di collaborazione anche all’interno dell’Unione Europea. 

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Ma c’è di più e di peggio. Il rifiuto di ogni prospettiva progressista (condannata come comunista, quindi criminale in sé) non lascia alle nuove generazioni altra via per il futuro che non sia quella già tracciata del nazionalismo o della rivalutazione del modello politico fascista (in fondo, in larga parte, un nazionalismo estremista). Di fronte ad una società plurale, globalizzata, inevitabilmente meticcia, il nazionalismo non offre e non può offrire risposte ai nostri ragazzi disorientati. Privati della possibilità di affidarsi ai valori realmente pluralisti, democratici, internazionalisti e solidali dell’antifascismo (screditato da questa narrazione tossica), non resta loro che affidarsi alla controparte. Il fascismo infatti proietta un’immagine di forza, di compattezza identitaria, di dinamico successo e di necessaria violenza che può facilmente attrarre i milioni di giovani senza speranze che caratterizzano le nostre società avanzate. 

È tempo di reagire. Ora, prima che sia troppo tardi. Non bastano gli sforzi dei tanti (studiosi, intellettuali, attivisti, ecc ecc) che in varia forma si impegnano a difendere i valori fondamentali della nostra democrazia, scritti dai partigiani nella Costituzione. È necessario l’impegno di chi ha in mano le redini politiche dell’Italia e dell’Europa. Sono le nostre istituzioni che devono tornare a credere in quei valori, che devono comprendere che la strada della chiusura nazionalista è un vicolo cieco che conduce inevitabilmente al fascismo, e al conflitto. Sono i nostri Presidenti, i nostri Primi Ministri, che devono riaffermare con forza e convinzione che il fascismo e il nazionalismo hanno già devastato una volta l’Europa, tra il 1914 e il 1945, e non devono tornare a farlo. Ma soprattutto essi devono agire davvero in base ai valori della Costituzione: l’accoglienza, il dialogo, il rispetto delle regole di convivenza civile, il supporto ai più deboli contro i più forti, ai più poveri contro i più ricchi.  

La strada è questa, non ce ne sono altre. È stata tracciata lucidamente di chi (comunisti e cattolici, liberali e socialdemocratici) aveva visto coi propri occhi l’immensa carneficina scatenata dal nazionalismo e dal fascismo. Fidiamoci ancora di loro.

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