Un 8 marzo allo specchio: una festa da ripensare

In occasione della Giornata internazionale della donna, una piccola riflessione su quanto sia importante ripensare questa ricorrenza al di fuori di gesti rituali e consegne di fiori.

Un 8 marzo allo specchio: una festa da ripensare
Valentina Mercanti e Francesco Raspini
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8 Marzo 2023 - 16.50 Culture


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di Marialaura Baldino

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Con l’Iran ancora in rivolta, due donne in Italia ai vertici dei maggiori partiti politici e con la grande presenza di associazioni femminili in piazza, la lotta per la parità dei diritti appare, o così viene dipinta, come una rivoluzione finita.

A discapito dei rituali mondani, con l’assalto ai fiorai e alle scatole di cioccolatini, l’istituzionalità (sottaciuta) di questa ricorrenza ci ricorda, in realtà, che il percorso verso la parità dei diritti di genere non sia arrivato a compiere che un breve passo che ha i tratti di un’abbozzata emancipazione.

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Ci siamo detti tante volte come questa giornata serva a ricordare le grandi conquiste ottenute nel tempo, anche se solo in una piccola parte di mondo, o anche a ripensare alle numerose situazioni di disparità e discriminazione che continuano a subire.

Un 8 marzo che, però, oggi, sa di ben poco, se ci si continua fare gli auguri senza, in fondo, riflettere davvero sul significato della ricorrenza e sulla condizione della donna nella nostra società.

Rileggere questa giornata aiuterebbe tutti a capire che chiamarla festa, in realtà non le rende né merito né giustizia.

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Nessuno nega le grandi conquiste del passato e le piccole vittorie quotidiane, solo che se poi questi stessi diritti, che molti credono già consolidati, vengono continuamente messi in discussione da esponenti politici e  dalla nostra società, mi spiegate quindi cosa ci sarebbe da festeggiare?

Se volessimo rifletterci su, partendo dall’esempio più dibattuto oggi, la legge 194 sull’interruzione di gravidanza è un valido modello a sostegno del fatto che niente deve essere dato per scontato e il pensare che alcuni diritti siamo sempre e comunque garantiti è un lusso che non possiamo permetterci.

Ragionando, invece, sull’ambito lavorativo, proprio questa mattina “La Repubblica” ha reso noto, online, un dato importante, rilasciato da Inapp-Plus, dove 1 donna su 5 lascia il lavoro dopo la maternità, magari anche vincolate dal mancato rinnovo del contratto dopo il parto.

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Menzionerei, per la riflessione, anche il famoso “soffitto di cristallo”, una triste metafora usata anche per indicare gli ostacoli lavorativi, economici e sociali dovuti a discriminazioni di genere nella parità dei diritti. Una retorica cattiva, perché da il senso del fatto che è possibile vedere al di là del vetro, se solo venisse infranto. Ma siamo ancora qua, con solo il 3% delle donne in Italia che occupa posizioni di potere e con il divario retributivo di genere che persiste.

Oggi, quindi, non è la giornata per festeggiare le donne, con frasi postate nelle stories e gif di mimose che imperversano le chat di Whatsapp. Non pensate a questa giornata come una festa, bensì come un megafono, che diffonde la pretesa di rispetto e l’impegno nella parità dei diritti, che chiede una parità di accesso alle cariche istituzionali e una maggiore parità retributiva; un megafono che incita alla lotta contro violenza di genere e ogni forma di abuso e femminicidio.

Pensarla così questa giornata, ci aiuterebbe a ritrovare la dimensione e l’obbiettivo originale di questa celebrazione, evitando di compiere gesti vuoti e di pronunciare parole povere che danneggiano l’accezione di quei pochi diritti conquistati.

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