Chi è stato ad uccidere Pier Paolo Pasolini?

Pubblichiamo un significativo estratto del libro di Giovanni Giovannetti “Malastoria”

Chi è stato ad uccidere Pier Paolo Pasolini?
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Giovanni Giovannetti Modifica articolo

23 Dicembre 2022 - 11.36


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Dalla notte in cui ammazzano Pasolini a oggi, le pratiche analitiche in criminologia hanno fatto enormi passi in avanti, consentendo accertamenti tecnicamente impossibili nel 1975. Le macchie di sangue sulla camicia di Pasolini – conservata con gli altri reperti ritrovati sull’auto in uno scatolone al Mu.Cri., il Museo criminologico di Roma – potrebbero così rivelare l’identità degli assassini.

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Il 3 maggio 2010 lo scatolone contenente i reperti è stato consegnato al Ris di Roma. E nelle mani degli investigatori scientifici gli abiti di Pelosi e Pasolini hanno preso parola, rivelando altri tre profili genetici oltre ai loro, forse ascrivibili agli assassini (e la traccia biologica di “3° soggetto ignoto” si trova sia sulla maglia intima di lana del Pelosi che sulla camicia di Pasolini): un ulteriore riscontro che a eseguire il massacro fu un nutrito commando.

L’esca

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Dopo il furto del negativo di Salò compiuto da Maurizio Abbatino e dai fratelli Borsellino (ma il copione sembra scritto con l’inchiostro dei Marsigliesi), il film viene dunque sottratto da quella che presto sarebbe diventata la banda della Magliana: «Ce l’abbiamo noi la pellicola originale del film Salò…», dice un giorno Sergio Placidi a Sergio Citti, «al tuo amico devi dire che se le rivuole, deve sganciare due miliardi di lire» (il produttore del film Alberto Grimaldi replicò offrendo non più di 50 milioni di lire). E dunque del ricatto era al corrente Sergio Citti, a suo dire letteralmente prelevato da Sergio Placidi e portato in un seminterrato di San Basilio, dove ha modo di incontrare alcuni della banda, che si offrono di restituire il film a Pasolini, così da attirarlo, per tramite dell’inconsapevole Citti, sul luogo dell’agguato.

Poco dopo, il contatto si fa diretto. Lo conferma il critico cinematografico Gian Luigi Rondi a Unomattina (Rai 1) il 2 aprile 2016, commentando il film di David Grieco La macchinazione: subito dopo quel contatto Pasolini «mi telefonò e mi disse “che cosa posso fare? Qui mi parlano della banda…” (dei Marsigliesi?) Gli ho detto “stai attento, non frequentare quella gente, e difatti quella gente arrivò di sua iniziativa, senza che lui la chiamasse». Pasolini era disperato, «“ho fatto un lavoro molto impegnativo e ora non ho più nulla”. Questo film è servito per la sua trappola. Gli hanno detto “te lo diamo il primo novembre all’idroscalo di Ostia, tu vieni a tarda sera”. Lui andò tranquillamente con la sua macchina ed è accaduto quello che è accaduto». A riprova di ciò che Pelosi scrive nel suo libro; a ulteriore riscontro delle pizze di Salò usate come esca.

5 maggio 2015 per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini è di nuovo archiviazione. L’Ordinanza nemmeno ipotizza un movente, né modalità del massacro, né possibili mandanti; secondo i giudici «tutte le indagini che appaiono allo stato ragionevolmente possibili sono state svolte e non hanno avuto un esito suscettibile di proficuo sviluppo procedimentale».

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Insomma, i giudici, pur avendo delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi: che la “verità” giudiziaria – e solo quella – torni pure là dov’era, sembrano dire, cioè alla vergognosa sentenza d’appello del 1976, più e più volte smentita dai fatti: un solo colpevole, l’allora “reo confesso” Pelosi.

La macchinazione

La verità? Pasolini è stato ucciso da più persone e qualcuno ha cercato di nascondere la verità. Come in un copione, «le macchine si fermarono a raggiera puntando entrambe gli abbaglianti verso la Gt, come fosse la scena di un film», scrive Pino Pelosi nel suo libro. Proprio come in una delle scene più efficaci del film La macchinazione di David Grieco (1917): non auto, ma trivelle montate su cingolati che sinistramente avanzano verso il corpo esanime di Pasolini dopo che Pelosi viene scritturato per recitare in un finto film la parte di un pischello che uccide un froscio che vuole violentarlo.

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Anche questa è fantasia. Ma è una finzione efficace che riesce a rendere credibile la verità: il fatto cioè che la versione ufficiale dell’omicidio di Pasolini sia stata costruita come in un copione.

Benpensanti, fascisti e pennivendoli cortigiani stiano allora sereni. Stiano sereni coloro che per mesi o forse anni, e ancora nei giorni della morte, tengono il suo telefono sotto abusivo controllo. Stiano sereni i due Carabinieri in pattuglia (forse gli stessi di cui ha parlato il profugo russo Misha Besseldorf) che la notte del 2 novembre 1975, coperti dal buio, assistono al massacro, forse credendolo un banale regolamento di conti e fermando poi Pelosi, appiedato, sul litorale di Ostia, a due passi dal luogo del delitto. Non sta guidando l’auto di Pasolini, come invece si legge nel loro rapporto, perché quell’auto verrà ritrovata la notte stessa sulla via Tiburtina, ben distante da Ostia, a cinquanta metri dalla roulotte di Giuseppe Mastini alias Johnny lo zingaro.

Chi ha ucciso Pasolini?

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Il picchiatore «alto, grosso e con la barba folta» di cui parla Pelosi sarebbe un militante di Avanguardia nazionale.

Più che a scopo di ricatto, per questi ambienti il furto delle pizze del film Salò assume un ben più profondo significato simbolico. Salò, ambientato ai tempi della Repubblica sociale italiana. Salò, metafora del potere d’oggi «che manipola i corpi in modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler», ha detto Pasolini in una intervista nel 1975: «Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio di culture viventi, reali, precedenti».

Per il mondo dei Delle Chiaie, dei Di Luia e dei Concutelli tutto ha un limite e con Salò “Paola” (come in questi ambienti chiamano Pasolini) quel limite lo ha ampiamente superato. E poi i fascisti, statene certi, non dimenticano l’onta dell’intrepido camerata Serafino Di Luia inseguito e picchiato da “Paola” fin sopra a un autobus, in risposta all’aggressione fascista la sera del 22 settembre 1962, dopo la “prima” di Mamma Roma.

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In conclusione, che dire di più sui veri esecutori materiali? I loro nomi – due in particolare – oggi stanno sulla bocca (quasi sempre cucita) di coloro che a quel tempo hanno frequentato gli ambienti neofascisti della capitale. Erano risaputi anche da taluni funzionari del Dipartimento affari riservati. E ovviamente li sapeva Pelosi, che prima di morire li ha confessati quanto meno a un noto politico vicino allo scrittore. Al dunque e senza voler attribuire responsabilità (non spetta a noi ma ai magistrati), non sarebbe il momento di riaprire le indagini e di andare più a fondo sul ruolo che nel massacro di Pasolini, stando a queste voci convergenti, potrebbe aver avuto l’ambiente di Avanguardia nazionale; magari sentendo il non più giovane Bruno Di Luia come persona ipoteticamente informate sui fatti?

L’amico degli amici

Mi sia concessa un’ultima postilla. Quella che vede l’autista dei Marsigliesi Antonio Pinna (è tra i sicari di Pasolini all’idroscalo) fatto esfiltrare nel marzo 1976 da un tale colonnello Michele Santoro dei Carabinieri: quel Santoro amico del criminologo nazifascista e piduista Aldo Semerari? quel fautore dell’alleanza tattica tra criminalità comune e destra eversiva? Colui che nell’aprile 1973 fornisce l’esplosivo a Nico Azzi del gruppo milanese la Fenice, per alcuni attentati sui treni? lo stesso colonnello dei Carabinieri (e dei Servizi) che due anni dopo la morte di Pasolini andrà a processo per le bombe di Trento? Stando alla “fonte” – un ex dei Nar che da Santoro avrebbe avuto protezione e favori («mi ha tolto d’impiccio un sacco di volte», ha detto) – sì, è lui. E dal libretto di servizio del colonnello risulta che nel 1975-’76 questo amico dei fascisti, dei golpisti e dei piduisti è di stanza proprio a Roma, senza compiti particolari, presso la Sesta brigata Carabinieri. A proposito: le periodiche e parecchio lusinghiere schede valutative su di lui che si leggono nel libretto sono a firma, fra gli altri, di personaggi di peso come i generali Franco Picchiotti, Giuseppe Siracusano, il comandante alla Pastrengo Giovan Battista Palumbo e il futuro capo del Sisde Giulio Grassini: tutti piduisti.

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