Edipo (senza Freud) debutta a Napoli: è "Alla greca" di De Capitani

Applauditissimo al Campania Teatro Festival, Elio De Capitani torna a Berkoff con un cult anni 80, tra blank verse, squarci lirici e turpiloquio rabelesiano.

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12 Luglio 2022 - 19.33


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di Alessia de Antoniis

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Elio De Capitani porta a Napoli l’Edipo di “Alla greca” di Steven Berkoff. A trent’anni dalla sua prima volta, l’Elfo Puccini presenta al Campania Teatro Festival la nuova edizione, ancora con le scene di Thalia Istikopoulou e i costumi di Andrea Taddei, che non tradiscono la loro età.

“Alla greca”: il giovane Eddy, che ignora di essere stato adottato, lascia la casa paterna, uccide l’uomo che non sa essere suo padre e si innamora di sua madre. È l’Edipo re di Sofocle. Non manca nulla, neanche la profezia e la Sfinge. C’è anche l’indovinello, risolto stavolta in modo dissacrante.

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Ma se ami il teatro greco per la sua veste, se non sei disposto a perderti nella sua anima, se non accetti che il suo messaggio universale non sta nella sua morale ma nella sua capacità di sopravvivere ad essa e declinarsi nelle mutevoli situazioni della società umana, questo spettacolo non fa per te.

Siamo nella London Calling. Il coro, dal piano rialzato della scenografia, parla il jazz di Mario Arcari, Tommaso Frigerio e Giosuè Pugnale. Sono loro ad accompagnare, sottolineare, enfatizzare il testo per tutta la durata dello spettacolo.

Le piaghe tebane sono la violenza della polizia con i suoi manganelli, gli scioperi e il degrado dei centri urbani dell’Inghilterra della Thatcher, le esplosioni delle bombe dell’IRA.

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Gli aulici discorsi in greco antico lasciano il posto al turpiloquio, in una narrazione ininterrotta, abilmente tradotta da Giuseppe Manfridi e Carlotta Clerici, che miscelano sapientemente violenza e lirismo, restituendoci quel linguaggio orribilmente divertente, caustico e irriverente, che ben rende la rabbia del sottoproletariato inglese degli anni Ottanta.

Marco Bonadei è Eddy: potente, domina il palco riuscendo a bilanciare due nomi storici dell’Elfo, la coppia Elio De Capitani – Cristina Crippa, unici rimasti della prima edizione. Eddy non è un eroe, solo un uomo che oscilla tra follia e tenerezza, che fa della sua fragilità la sua forza; il figlio di quella urban culture inglese che si scontra con il bigottismo di una coppia di anziani genitori, sudditi dell’ultimo impero della storia moderna, e che si illude di sfuggire al suo destino allontanandosi dal luogo teatro del vaticinio di un vecchio zingaro.

De Capitani regista gioca con un testo esilarante e smodato, dal linguaggio dissacrante. De Capitani attore è doppiamente bravo, sottoponendosi a due ore di impegno fisico costante, recitando con una inesauribile carica vitale nel duplice ruolo di Laio e del padre adottivo di Edipo. A lui il merito di aver ridato vita a un testo scomodo allora, per le implicazioni politiche, e attuale ancora oggi come racconto di una società in cui la morale è discutibile e la pietà è soppiantata dalla rabbia; una società violenta, dal linguaggio sboccato, dilaniata dal divario sociale e che puzza di morte: la propria.

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Cristina Crippa, Sfinge decadente come la società tatcheriana e Sara Borsarelli, una Giocasta da pub, le due figure femminili che completano un cast coinvolgente che mantiene un ritmo sostenuto per quasi due ore.

Ma “Alla greca” non è l’Edipo re e Berkoff non è Sofocle; quello della tragedia greca non è un fantasma, ma una sorta di anima mundi, che, costantemente presente, si manifesta in accordo coi tempi.

E se Edipo si rifiutasse di obbedire al fato? Se la sua opposizione alle istituzioni non si limitasse all’allontanamento dallo zingaro e dalla casa paterna, alla fuga? E se Eddy si ribellasse non solo agli dèi, alle istituzioni, ma anche a Freud? E se scoprissimo che le scelte di Eddy, che non è più Edipo, sono assolutamente ininfluenti rispetto ai mali della società?

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Quando la morale incontra la sessualità, la prima supporta la seconda o la condiziona? E se l’incesto non fosse stato regolato da leggi medievali? E se esistesse una società dove l’incesto rientrasse nelle normali manifestazioni dell’amore? E se eros, anteros, himeros e storgé fossero fratelli? E se fossero solo le convenzioni sociali ad aver alzato muri che l’uomo nel suo stato naturale non avrebbe?

“Perché io dovrei strapparmi gli occhi alla greca, e perché tu dovresti impiccarti?” è la domanda di Eddy. Perché dovremmo sottostare a una divinità sconosciuta invece di vivere liberamente le nostre scelte, direbbe forse un iconoclasta come Berkoff.

“Alla greca” è un testo che sorprende fino alla fine, quando le luci si spengono sul potente monologo di Marco Bonadei, che allibisce il pubblico per la sua decisione; che mostra, forse, com’è la natura umana priva di condizionamenti. Eddy, che all’inizio aveva detto al padre “Desiderare mia madre? Figurarsi! Preferirei fare un pompino a Hitler”, arriva al termine del suo processo di trasformazione scoprendo come l’amore sia più importante dell’oggetto amato. E qui la difficoltà maggiore per lo spettatore: quella di riuscire, a causa dei vincoli della società moderna vittima dello stigma freudiano del complesso edipico, a connettersi con Eddy, che ricorda, magari per il trucco e alcuni abiti, l’inquietante Alex di Arancia meccanica.

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Applauditissimo alla prima nella meravigliosa cornice del giardino della Reggia di Capodimonte, “Alla greca” replicherà all’Elfo Puccini di Milano dal 21 ottobre al 13 novembre.

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