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Terrorismo: la tragedia di una generazione raccontata attraverso la storia di Marco Donat-Cattin

La vicenda del caso di Marco Donat-Cattin e lo choc collettivo che comportò, è trattata in un libro ben scritto dalla storica fiorentina Monica Galfré

Terrorismo: la tragedia di una generazione raccontata attraverso la storia di Marco Donat-Cattin
Marco Donat-Cattin

globalist

9 Luglio 2022 - 23.00


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di Antonio Salvati

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Negli anni Settanta in Italia si registrò una impressionante diffusione della violenza politica, anche grazie a numerose elaborazioni teoriche – pochi lo ricordano – finalizzate a giustificarne legittimità e necessità. Molte organizzazioni terroristiche – ed in particolare la principale di queste, le Brigate Rosse – fin dall’inizio della loro attività agirono con l’intento di portare a termine la delegittimazione dello Stato italiano con la volontà di colpirne “il cuore”. Delegittimazione che negli anni Settanta parve raggiungere un livello fino ad allora sconosciuto, in un ampio ambito della popolazione. La profondità della lacerazione prodotta dal terrorismo e il suo radicamento nella storia italiana, ci aiutano a comprendere lo scandalo, avvenuto esattamente agli inizi degli anni ottanta, che travolse la vita politica e privata di Carlo Donat-Cattin, uno dei politici più influenti della Repubblica, più volte ministro, in quel momento vicesegretario della Dc, il partito che da 35 anni si identifica o quasi con lo Stato.

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Com’è noto, si scopre che suo figlio Marco milita ai vertici di Prima linea, una delle principali organizzazioni terroristiche di sinistra attive negli anni di piombo. La notizia, che si combina a circostanze inquietanti degne di una spy story, fa da detonatore a uno dei più gravi scandali della storia repubblicana. Infatti, mentre si scopre che Marco è coinvolto nell’omicidio del magistrato Emilio Alessandrini, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga è accusato di favoreggiamento per aver passato al vicesegretario del suo partito informazioni riservatissime sulla situazione del figlio.

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Una vera e propria tragedia familiare che mostrò i risvolti umani più laceranti del cosiddetto attacco al cuore dello Stato. La vicenda del caso di Marco Donat-Cattin e lo choc collettivo che comportò, è trattata in un libro ben fatto di Monica Galfré Il figlio terrorista. Il caso Donat-Cattin e la tragedia di una generazione (Einaudi 2022 pp. 276 € 18,50). La storica fiorentina descrive non solo l’esplosione di veleni e rese dei conti fra e nei partiti, ma anche il dramma di una famiglia, accanto a quelli di un’intera classe dirigente che riflette, come era accaduto nel caso Moro due anni prima, nel dilemma fra ragion di Stato e umana compassione.

Anche se sono trascorsi appena due anni dall’epilogo della tragica vicenda di Aldo Moro, l’autrice giustamente avverte che in quei primi mesi del 1980, «quando crolla il muro dell’impenetrabilità e le nebbie cominciano a diradarsi, gli eventi prendono a precipitare per tutti i militanti. Il crinale che molti di loro hanno percorso con spregiudicata incoscienza, in equilibrio su un filo teso sul nulla, lascia ora intravedere abissi vertiginosi. I primi pentiti, le indagini e gli arresti continui, il clima politico generale, le piazze che si svuotano, preludio della cosiddetta marcia dei 40 000, che si può dire chiuda il ciclo della conflittualità operaia iniziato con l’autunno caldo, tutto frana in una china che presto si fa inarrestabile». Tra le file della lotta armata è ovunque percepibile un senso di profonda stanchezza, anche tra chi ancora non intende mollare. La sensazione precisa che qualcosa stia irrimediabilmente finendo, «la consapevolezza che uscirne sarà ben più complicato di quanto sia stato entrarci, risparmiano pochi di loro. Molti si descrivono come una sorta di dead men walking, esuli in quelle terre straniere che stanno diventando le città, ormai incapaci di mimetizzarli nelle pieghe di un movimento in avanzato stato di decomposizione». In un altro volume interessante, la Galfré, La guerra è finita. L’Italia e l’uscita dal terrorismo 1980-1987 (Laterza 2022 pp. 270 € 22), ricostruisce il lungo percorso con il quale l’Italia si è lasciata alle spalle la terribile stagione di sangue del terrorismo, restituendo il fenomeno armato alla storia del paese, come parte integrante e non separata, descrivendo il fenomeno del pentitismo, i movimenti e la legge sulla dissociazione, il potere acquisito dalla magistratura nei confronti della politica, il ruolo svolto dalla Chiesa e dal mondo cattolico nella riconciliazione, il processo di autocritica con cui gli ex terroristi hanno delegittimato l’omicidio e la violenza. Una normalizzazione – spiega l’autrice – complessa e tormentata, dopo eventi che hanno trasformato nel profondo le coscienze dei singoli e della società, facendo dell’Italia un caso unico in Europa.

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Marco è un giovane come tanti; almeno in parte la sua storia assomiglia a quella della generazione nata alla metà degli anni ’50, che incontra la politica negli anni della contestazione e crede di cambiare il mondo. Inevitabili domande come quella relativa alle responsabilità che possono essere imputate alle famiglie di fronte alla scelta armata dei loro figli? È una domanda – racconta la Galfré – che dopo lo scandalo risuona ovunque e si carica di una drammaticità nuova. L’interrogativo incrocia una dimensione intima e allo stesso tempo pubblica. La famiglia rimanda agli affetti più privati di ciascun individuo, ma la famiglia è anche la prima cellula della società e prefigura le regole di convivenza espresse dalle istituzioni. Tanto più in un caso come quello dei Donat-Cattin, dove il padre è un importante uomo politico, esponente di un partito per il quale la famiglia ha un significato identitario forte.

Piú che capirli, i figli vanno amati, sembrano dire i genitori dei colpevoli, in cerca di giustificazioni consce o inconsce che siano. Non c’è grande differenza tra ambienti politici, sociali e culturali. Sono quei padri, ricorda l’autrice, che spesso hanno combattuto il fascismo e costruito la Repubblica, «ora difendono i propri figli, anche di fronte all’evidenza: e con loro difendono se stessi. Quei figli sono cresciuti nel dopoguerra, amati, desiderati, ricoperti di attenzioni e di speranze, viziati: i genitori vi hanno rovesciato le proprie aspettative quasi da non distinguere la realtà dal sogno, li legano a loro un amore e anche una distanza ugualmente incancellabili». Scriverà in quei giorni Lietta Tornabuoni: «È l’esperienza del nuovo, tragico modo di essere madri e padri in questi anni di sangue, un altro segno del costume crudele, della mutazione e inversione di rapporti provocati dal terrorismo».

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La vicenda del rapporto conflittuale tra Carlo e Marco Donat-Cattin mette subito in mostra quanto il problema è diffuso, più di quanto si creda. Riguarda famiglie di giornalisti, politici, professionisti, non esclusi i comunisti. Nelle sedute della Commissione parlamentare su via Fani e poi della Commissione parlamentare sul terrorismo e sulle stragi riemerge a più riprese il problema dei figli estremisti e coinvolti a vario titolo nel fenomeno eversivo. In realtà, allargando lo sguardo, l’autrice evidenzia quanto il contrasto tra generazioni appare una resa dei conti assai più ampia, giocata tutta al maschile, tra padri e figli, mentre assistiamo alla fine della società patriarcale, in un mondo in cui il potere è però ancora segnato dalla presenza degli uomini. Un dramma che scorre parallelo a quello delle famiglie delle vittime, come quello che riguarda il giornalista Walter Tobagi, ucciso il 28 maggio da una formazione armata di sinistra. Sulla scena pubblica compare Ulderico Tobagi, che condivide con Carlo Donat-Cattin la tragedia di un figlio con un destino diverso da quello sognato. Volti diversi della stessa Italia, di una modernizzazione a marce forzate che sovraccarica i figli di speranze, li fa crescere amati, ricoperti di attenzioni, viziati, e che finisce col sovrapporre il riscatto sociale del boom, la contestazione e l’estremismo. Quei “figli”, Marco Donat-Cattin in qualche modo li rappresenta tutti.

La Galfré, togliendo al protagonista ogni componente stereotipa, dal “terrorista” al “militante rivoluzionario”, è riuscita con successo a tracciare la sua vita breve – utilizzando essenzialmente le deposizioni processuali di Marco, considerate più vicine alla realtà, in relazione dell’immediatezza, dei ricordi e delle ricostruzioni a distanza di decenni – per tanti versi condivisa da molti altri giovani del suo tempo e del suo Paese. Marco Donat-Cattin, che uccise personalmente il giudice Emilio Alessandrini, visse l’incubo di quella morte della quale non si liberò mai. Come tanti ebbe numerose relazioni sentimentali, molto spesso tormentate. Non sono tralasciati il rapporto tra comunità e individui, il senso della precipitazione negli inferi di una lotta armata vissuta con profonde lacerazioni interiori. Infine, la rottura che portò Marco e molti alla dissociazione, al pentimento o alla resa. Donat-Cattin appare come un “pentito a metà”, quasi un dissociato ante litteram: quando iniziò a collaborare, non facendo nomi ma ricostruendo l’intera genesi di Prima linea, la sua articolazione e i delitti compiuti, la dissociazione ancora non esisteva. Morì pochi anni dopo sull’autostrada per cercare di soccorrere una donna dopo un tamponamento a catena. Era uscito di galera da sei mesi, si occupava di recupero dei tossicodipendenti.

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Il libro ha il notevole merito di descrivere la parabola di una generazione decisamente inquieta che si sviluppa parallelamente con il dramma di un paese. Una storia italiana, come ha sottolineato l’autrice.

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