"Herbarium: i fiori sono rimasti rosa”: l’ingresso nei luoghi vivificati dall’arte d

Entrare in un luogo vivificato dall’arte di Alessandra Calò è un’esperienza totalizzante, penetrarvi diviene un’immersione rinvigorente,

"Herbarium: i fiori sono rimasti rosa”: l’ingresso nei luoghi vivificati dall’arte d
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25 Giugno 2022 - 21.33


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di Francesca Parenti

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Entrare in un luogo vivificato dall’arte di Alessandra Calò è un’esperienza totalizzante, penetrarvi diviene un’immersione rinvigorente, accedervi compone un solido episodio fenomenico, addentrarvisi costituisce un resistente evento d’impatto percettivo e sensorio.

La vista, infatti ed indubbiamente, viene sollecitata, ma non in misura solinga.

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La visione è stimolata analogamente all’estensione imprescindibile di tutti gli altri sensi.

Le immagini hanno spessore tattile, possiedono una densità olfattiva, un gusto dal sapore ricercato, plurali pratiche scrittorie si raggiungono a formare agglomerati avveduti e, quasi, allusivi bassorilievi scultorei velati dal visionario metaforico, impregnati di gravida concretezza e fertile pulviscolo materico.

In limine, distinte ed attigue grafie si incontrano sovrapponendosi senza che mai nessuna prenda il sopravvento sulle altre; (dis)simili eppur limitrofe scritture si accostano senza calpestarsi l’un l’altra, sottratte al divenire di prevaricante sovra-strutturazione filosofica di monade inscindibile.

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Tutt’altro semmai.

Difatti, un affiancamento combaciante collima in un’aggregata stratificazione e in un continuum significante.

Ogni livello è indagato nelle proprie sorgenti zampillanti, sondato nei fondali impervi, scandagliato negli alvei reconditi: l’artista, con destrezza inventiva e saggezza erudita, lo conduce in emersione e lo accosta agli altri, restituendo una mise en abîme ri-collocata da sequenza esemplare in condensato creativo ed affiliazione prodigiosa.

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La realizzazione conclusa non potrebbe perdurare se non in virtù dell’incarico paritetico, per contenuto e rilevanza democratica, dei tasselli reperiti e selezionati intenzionalmente.

Tali accadimenti, di validità portentosa e fulgida autenticità, sono dovuti ad almeno due assunti che reggono la sua talentuosa ars.

In primis, per apprezzare a fondo e comprendere integralmente le opere di Alessandra Calò dobbiamo affrancarci dalla rigidità delle catene intransigenti e liberarci dalle prigionie bloccanti nell’ordinaria e stantia modalità di visita: le sue non sono solamente mostre o restrittivamente esposizioni, si tratta pienamente di autentiche esperienze.

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In secundis, definire Alessandra Calò una fotografa, approvando tutta l’affezione possibile e la valenza che si ripone in questa locuzione di eminente rilievo, è un posizionamento riduttivo.  Oltremodo limitante e oltremisura restrittivo.

Lei è un’Artista, con la lettera A che deve essere in maiuscolo. Rendiamole, senza transigere, questo merito.

La sua arte (elisir di sapienza, elezione di grazia e distillato di raffinatezza) possiede l’essenza di una voce che chiama dall’interno, finché le valli profondissime delle anime nostre non rispondono. Parimenti, risulta abile nel dissetare gli spiriti in cerca, avvolgendoli nella culla del passato (lungi dall’anacronismo) ed è capace di offrire ospitalità nella dolcezza di un presente ritrovato.

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Permettetemi un’eccentrica digressione, secondo la quale mi autorizzo a credere che persino la fisiognomica, in parte, avvalori i capisaldi enumerati in precedenza.

L’essere una creatura di rara ricchezza intellettuale e inusitata generosità cortese è percepibile fin dal volto di Alessandra, dai tratti di una beltà antica, venuta da un’epoca remota, dall’intensità limpida del suo sguardo, dalla nuance dell’incarnato, dalle delicate onde perlacee della capigliatura argentea, dalle movenze aggraziate.

La sua ultima esposizione, tenutasi presso Il Palazzo dei Musei dal 29 aprile al 12 giugno nell’ambito del Festival Fotografia Europea di Reggio Emilia, risulta attestazione e convalida di quanto scritto fino ad ora.

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HERBARIUM. I fiori sono rimasti rosa è un carnet de voyage in cui Alessandra fonde i sostegni della sua poetica artistica, parzialmente enumerati e solcati in apertura. 

Usa la fotografia, ma senza limitarsi ad essa, riprendendo le antiche tecniche di stampa a contatto ottocentesche, come la callotipia; si avvale di lapislazzuli calligrafici; si muove dal recupero dell’Erbario di Antonio Cremona Casoli (1883-84), conservato presso i Musei Civici della città, che diviene innesco detonante della ricerca.

Proprio iniziando da questo raduno botanico sconosciuto, assemblage insolito di un adolescente reggiano, e, in virtù del suo approccio non rigidamente scientifico, ma piuttosto sentimentale, la Calò reinterpreta, rileggere e valorizza il segmento elettivo di un archivio, relazionando eccezionalmente passato, presente, contemporaneo e coagulandoli, con inaspettata efficacia, alla pratica di utilità sociale per la collettività.

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Ettore Sottsass preannunciava, con la sua consueta lungimiranza, che “più la modernità si agita per inventare umane soluzioni o anche soltanto umane distrazioni alle domande oscure che non avranno mai risposta e più la modernità produce insopportabili solitudini” ed Alessandra procede proprio per evitare risvolti di alienazione ed esiti di fuggitive lontananze.

HERBARIUM è, prima di tutto, un progetto collaborativo ed inclusivo che l’ha vista operare, con comprensiva vicinanza e quotidiana dedizione, al fianco di Valentina Bertolini, Paolo Borghi, Valentina De Luca, Cinzia Immovilli, Flavia Vezzani e Caterina Perezzani.

Esso rientra, infatti, nel rilevante programma di Reggio Emilia Città Senza Barriere “Incontri! Arte e persone” che ha l’intento di riporre attenzione e impegno sui contenuti, nient’affatto secondari, derivanti dall’incontro necessario e non procrastinabile tra fragilità e creatività; inoltre, si avvale del sostegno dei Musei Civici di Reggio Emilia, Fotografia Europea e della collaborazione con Farmacie Comunali Riunite, Consorzio Oscar Romero, Fondazione Palazzo Magnani.

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La scoperta dell’Erbario di Antonio Cremona Casoli, dalla purezza e curiosità non intaccate dal rigore della dottrina scientifica, diventa per Alessandra la scintilla per avviare innovativi concepimenti iconografici.

Azzardiamo una traslazione, riesumando la lezione di Blaise Pascal, il quale, nei celebri Pensieri, afferma che “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. Dall’antinomia ragione/cuore discende il distinguo tra l’esprit de géométrie e l’esprit de finesse che hanno influenze difformi e inconciliabili. Casoli ne è già dotato e l’artista, sulle sue orme, si dota a sua volta del medesimo spirito (il secondo del dualismo enunciato, riguardante l’uomo, il cuore e il sentimento). Servendosi, anche, di questa acquisizione, la Calò inizia a guidare ed affiancare, con premura e solerzia, un gruppo di ragazzi con fragilità del progetto STRADE nella costituzione partecipata di un erbario ideale. Per l’esattezza, un erbario rayografico all’interno del quale la nozione di bellezza si estende per autorizzare la fertile inclusione di ciò che l’ottusità confina, tristemente e frequentemente, al di fuori della cosiddetta normalità, ossia l’imperfezione, la difformità e la marginalità.

La raffigurazione del gesto di cura evocato dai protagonisti restituisce un’azione diventata iconica e in grado di inaugurare una cooperazione e un vincolo simbiotico tra umanità e natura rappresentate. Si dischiude un pellegrinaggio temporale attraverso l’individuazione e la posa resistente di supporti quali appunto la fotografia, l’antica tecnica di stampa e la calligrafia dell’erbario ottocentesco.

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Dalle parole di Alessandra: “sono stata coinvolta in un progetto sociale che pone l’attenzione sul tema dell’incontro tra fragilità e creatività, promosso da Reggio Emilia Città Senza Barriere e denominato Incontri! Arte e persone. Ad accompagnarmi nella realizzazione dell’opera, sei persone con fragilità. Esplorando gli archivi dei Musei Civici, abbiamo scoperto un erbario datato 1884, realizzato dall’allora quattordicenne Antonio Casoli Cremona: da subito, è diventato uno spunto per riflettere su nuovi modi di concepire l’immagine.

Se gli erbari classici nascono per scopi di ricerca e catalogazione, quello di Antonio ha la purezza e la curiosità di chi ancora non conosce il rigore della scienza, ma si cimenta in una pratica con spirito romantico e sperimentazione.

Con quello stesso spirito ho deciso di affrontare questo percorso laboratoriale proponendo al gruppo la realizzazione di un originale erbario rayografico, dove il concetto di bellezza si sarebbe allargato fino ad includere l’imperfezione, la fragilità e la marginalità. I vegetali, raccolti nella prima fase, non sono piante nobili o curate, bensì quelle comunemente definite erbacce. Queste rimandano al concetto di fragilità/diversità intesa come ciò che non rientra nei canoni e all’obiettivo di scoprire la bellezza nella semplicità. Sono stati realizzati poi degli erbari fotografici utilizzando delle tecniche antiche di stampa a contatto dell’800, come la callotipia, che non privilegiano la precisione, l’alta risoluzione ma, al contrario, determinano un processo creativo fatto di tentativi ed errori che appare più umano ed inclusivo.

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Restando fedele al mio modus operandi, dove la sovrapposizione di immagini e simboli crea una nuova visione del reale, nasce l’opera. HERBARIUM, potrei definirlo il risultato di un percorso condiviso, durato quattro mesi, dove la pratica artistica si fonde con la sensibilità dei gesti e lo sguardo di chi si meraviglia ancora davanti alle piccole cose.”

Per Blaise Pascal “l’immaginazione ingrandisce le piccole cose fino a riempircene l’anima” e sono questi i natali di HERBARIUM, esito derivante da un itinéraire condiviso, in cui la pratica artistica si unisce con la sensibilità e lo sguardo dei partecipanti: c’est le même regard, meravigliosamente apparso, quando gli stessi, sfogliando le pagine dell’antico reperto, scoprono, con stupore, che “i fiori sono rimasti rosa.”

Un ambiente laterale del Palazzo dei Musei è divenuto il milieu ospitante questa insolita e peculiare vicenda: da vecchio laboratorio e luogo di servizio dove si lavavano i marmi prima di trasportarli nelle sale del Museo, è stato trasformato e vissuto per quattro mesi in camera oscura prima, sede espositiva poi, ed ora è stato restituito alla città in veste di spazio adatto all’accoglienza di prossime proposte culturali. Appositamente, l’immagine evocativa, che funge da fondale della vetrina aperta su Via Secchi, delinea un ponte tra luogo della memoria e spazio di vita collettiva.

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Eppure, il percorso di visita all’interno rimane un’esperienza intima che riecheggia nelle opere installate ed è supportata dalla traccia digitale, restituzione suggestiva e articolata delle fasi di svolgimento creativo e sperimentale.

Il recondito cortile interno, retrostante il laboratorio, funge da contrappunto melodioso, ospitando un’installazione dall’accessibilità e fruibilità globale.

HERBARIUM, frutto di un lavoro lungo e quotidiano, di ascolto e ricerca, di tempo necessario trascorso insieme, è, nel compimento finale, armonia totale tra i visitatori e il cammino della comunità: ci tocca, ci avvolge, ci affascina, ci stupisce.

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HERBARIUM, come già accennato, non si vede soltanto: si sente e si esperisce.

L’appurata innovazione non risiede nella tecnologia, quanto piuttosto giace in nuce nel rinvenimento dell’antico, riunificato con il contemporaneo e l’essere umano, riportati da Alessandra nella dimensione attuale. L’incantesimo della sua arte, lux diffusa che si posa con premura, abbatte distanze, differenze, riguardando e coinvolgendo tutti. Nessuno resta esiliato, isolato o messo da parte: in questo lavoro, nello specifico, e nella sua pratica artistica unica, non imitabile, aliena al banale. In Alessandra non alberga alcuno spirito di accettazione conformista né di emulazione, perciò in lei non possono trovare posto dissipamenti esistenziali, antri di vacuità, caverne di sprechi, sperpero di abbandoni.

Benché giovane, la Calò ha una decennale carriera costellata di successi inconfutabili: ha partecipato a svariati Festival e tenuto mostre in Italia e all’estero (Circulation(s) Festival de la jeune photographie européenne a Parigi, Les rencontres d’Arles, Istituto Italiano di Cultura a Madrid, Open House a Roma, Festival Filosofia a Modena); ha vinto numerosi premi e ottenuto riconoscimenti internazionali come il Premio editoriale Tribew nel 2018, la menzione d’onore dell’IPA International Photographic Award nel 2017 e il Premio Combat nel 2016; ha realizzato numerosi libri d’artista ed opere che sono in importanti collezioni pubbliche e private. Di pochi giorni fa è la splendida notizia di un ulteriore merito: il progetto KOCHAN (del 2018) farà parte dei Rencontres de la photographie en Gaspesie, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Montréal, in Canada. Per scoprire questa ed altre ricerche passate o future, il suo sito è estremamente accurato (www.alessandracalo.it) e visitandolo ne rimarrete estasiati ed abbagliati: il desiderio di approfondire la conoscenza della sua arte vi conquisterà.

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Tornando ad HERBARIUM, esso realizza, con esattezza puntuale e circostanziata, la profezia che Paul Klee enunciava in Confessione creatrice e altri scritti: “l’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile.” Ciò è possibile perché l’opera indaga le forme dell’esperienza propria e altrui creando un endroit di comunanza e di appartenenza; questo miracolo si realizza in quanto ritrova una progressione accogliente in cui l’apparente difformità e il mutamento da un’idea stantia di normalità fraintesa e mal interpretata, viene invece affrontata e scorre parallela e intersecante a lei e, di conseguenza, a noi.

HERBARIUM è prato rigoglioso, creatore di corrispondenze senza forzature o pre-definizioni, in un atto artistico che è tanto individuale quanto partecipato e collettivo, in una realtà non può dirsi compiuta finché non viene vissuta ed esperita; è una vigorosa dichiarazione di poetica, in cui la storia dell’arte si poggia lieve sulle sue e nostre spalle; è una grandiosa e coraggiosa messa alla prova del ruolo dell’arte nell’esperienza umana.

HERBARIUM, fabbrica di bene, non emula e non limita. Soprattutto, non fraintende e non ignora. Semmai affronta e, così facendo, dimostra che si può tornare a vivere ritrovando asilo per l’armonia perduta, fuggendo le ustioni del male e raccogliendo le gocce di bene. È punto di partenza e arrivo di esperienze, il diapason su cui queste si accordano con altrettante esistenze.

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Tentare di imbrigliare la ricerca di Alessandra in gabbie e restrizioni è una forzatura pericolosa, al limite del distruttivo, specialmente perché HERBARIUM, ante e post, è per noi tutti: per la collettività e il tessuto sociale a cui ogni essere umano appartiene.

HERBARIUM è ora un libro d’artista di squisita raffinatezza, pur nella sua disarmante semplicità lontana dall’opulenza. Non poteva essere diversamente.

Realizzato con la supervisione magistrale di Alessandra e pubblicato da Studio Faganel Editore di Gorizia, è stato presentato al pubblico in occasione del finissage della mostra, alla presenza dell’artista e con l’intervento del Professor Massimo Mussini.

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Una decisione che induce a riflettere: solo a conclusione del Festival il libro giunge, permettendo così ad HERBARIUM di proseguire il suo percorso e di diffondere il sommesso delicato e il sommerso fragile che si fanno trasformazione traslitterata in voci risolute e caparbie.

È un volume che sussurra: non ha bisogno di urlare affinché la polifonia sonora al suo interno riesca a farsi sentire. Lo udiamo comunque, in un’eco di cattura, colloqui con il tempo e nella coincidenza pensata di plusieurs niveaux.

Una tiratura limitata è stata realizzata per due differenti versioni: 150 copie trade edition, numerate e firmate, con una stampa originale in copertina di mm 67×62, 16 pp, € 75, lingua inglese; 16 copie special edition con una stampa originale su carta giapponese di mm 270×210; 16 pp, € 200, lingua inglese.

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Tenere tra le mani questa boîte pregevole e pregiata (di 21.5 x 27.3 cm) anticipa il preludio di una découverte ininterrompue.

Con delicatezza si apre lo scrigno, a protezione e tutela del contenuto, e si assiste allo spalancarsi di una cartella che somiglia allo sbocciare di un fiore: al centro di una forma stellata appaiono le 16 tavole. Ognuna è tableau vivant, mélange di tre “scritture con la luce” (mani, vegetali ed écritures) ed è diversa dalle altre, per richiamare simbolicamente la biodiversità e la neurodiversità.

Nella scrupolosa fattura editoriale e compositiva, semplicità e raffinatezza convivono senza sciagurati alterchi, privi di conflittuali soperchierie, avulsi da dispute ostili: l’essenzialità riconosciuta è indossata senza vanto, come cute in dotazione, ambasciatrice di rivelazioni senza pose depauperanti.

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HERBARIUM ha ancora tante cose da dichiarare ed esprimere: è disponibilità all’emozione così come viene percepita dalle persone, è ambiente non restrittivo o limitato agli addetti ai lavori; è apertura, nutrimento, chiamata e abbraccio affettuoso.

È un canto d’amore per l’umanità intera. C’est partout et partout ça va être: per ogni spazio e in ogni dove. L’esclusione non è ammessa. Donc, c’est pour tous. Progetto espositivo e libro d’artista dialogano tra loro e colloquiano con noi.

La basilare e genuina struttura lignea dell’installazione, esattamente come per le carte del volume, richiama la tonalità delle opere in un’alternanza ritmica di pieni e vuoti. Un casellario che non ammette futili classificazioni, una scaffalatura in cui successioni ed avvicendamenti posseggono appigli di legami apparentemente imprendibili: è qui che ne risiede l’anima e trova conforto il cuore. Se così non fosse, tutto quanto cadrebbe, al pari di un birillo, all’urto delle prospettive fatue e delle sterili commiserazioni. 

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Cosa ci salva allora?  La grande arte di Alessandra Calò che domanda di lasciarci possedere da essa.  Lasciamola fare, gliene saremo grati. Ne va dell’accrescimento delle nostre coscienze. 

Grazie ad HERBARIUM rifioriscono le nostre esistenze. Lasciamole germogliare con fiducia, gliene saremo riconoscenti. Ne va della maturazione del nostro pensiero.  Ça va sans dire.

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