La lingua dei dialetti ritrovata sui social

Da Instagram a Tik Tok, la comunicazione mediale diventa sempre più local. “Un fenomeno di identificazione e differenziazione”. Il parere del semiologo Giovanni Manetti

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29 Maggio 2022 - 12.57 Culture


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di Linda Salvetti 

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Napoletano, romano, siciliano. La lingua perduta dei dialetti italiani, imitata, evocata o ricreata, per citare De André, è diventata la voce di molti giovani sui social media, come linguaggio ad uso quotidiano o per diletto. Non è la morte della lingua annunciata da Pasolini. E non è neppure l’avvento di una nuova moda, anzi, è un fenomeno che si ripete. Ma che lingua è? Di che cosa è espressione? E qual è il motivo del suo recupero? Lo abbiamo chiesto al semiologo Giovanni Manetti, ordinario di Semiotica e Storia della Semiotica all’Università di Siena. 

Ripercorrendo attraverso un breve excursus la storia della lingua italiana e non, cosa sono e come nascono i dialetti? 
I dialetti sono vere e proprie lingue, ma, come è stato talvolta tanto argutamente, quanto icasticamente,  detto,“senza una marina e un esercito”. Le lingue, come oggi le intendiamo, sono nate con gli Stati Nazionali. Ad esempio, il francese è nato come lingua di una nazione fortemente accentrata sulla città di Parigi, identificandosi dunque con la parlata dello stesso centro urbano sulle rive della Senna; il tedesco trova le sue radici nella traduzione della Bibbia nel cuore della Germania; mentre, in Italia, le lingue sono nate in corrispondenza degli stati in cui l’Italia è rimasta divisa fino al 1860. Certo, l’influenza dei tre grandi trecentisti, Dante, Boccaccio e Petrarca ha fatto sì che la lingua italiana si identificasse con il toscano “purificato”, che oggi è stato adottato in generale anche dai media. Tuttavia, per avere un “vero” dialetto bisogna che la lingua faccia uso di un lessico diverso da quello standard, come il napoletano, il sardo, il siciliano, il veneto  o il romano, che a differenza del toscano vanno oltre le diverse semplici regole di pronuncia locali e regionali. Oggi, nei media mainstream c’è una predominanza delle varietà centro-meridionali, per motivi non linguistici, ma di produzione ed elaborazione culturale, legati alla stessa industria culturale.

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Come spiega il recupero di questa lingua perduta?
Pasolini temeva che con l’unificazione linguistica del paese, accelerata anche dalla diffusione della televisione a metà degli anni 50’, si creassero le condizioni per una definitiva scomparsa dei dialetti. Invece, accanto al fenomeno di apprendimento dell’italiano, nel suo senso più tradizionale e comune, recentemente è nata una forma di rivalutazione delle parlate locali. Molti dei problemi legati al rapporto tra lingue locali e lingua nazionale sono ben descritti da Tullio De Mauro, in vari interventi ed anche in uno dei suoi libri più famosi e significativi: “Storia linguistica dell’Italia unita” del 1963.
Una soluzione che viene proposta oggi per ovviare sia alla scomparsa dei dialetti, sia al fenomeno opposto della marginalizzazione di coloro che li parlano/parlavano in maniera esclusiva è il bilinguismo, cioè la contemporanea competenza dell’italiano standard e della lingua locale. Non è un caso che, ad esempio, nella provincia autonoma dell’ Alto Adige (e in alcune zone del Trentino), il bilinguismo si realizzi in modo effettivo anche a livello istituzionale, proponendo nelle scuole, accanto allo studio dell’italiano e del tedesco, quello del ladino, esempio di un dialetto che è una vera e propria lingua sviluppatasi dal latino nelle tre valli, rispettivamente, di Fassa, Gardena e Badia.
Tornare alla conoscenza del dialetto, o non perderla, è fondamentale per conservare le nostre radici e per la protezione e il mantenimento culturale di una lingua altrimenti perduta, e con essa una visione del mondo alternativa o complementare a quella che la lingua standard propone. 

Qual è l’uso prevalente dei dialetti nel panorama artistico e culturale italiano?
Essendo che ogni lingua esprime una propria visione del mondo, esprimersi in dialetto, dove abbiamo non solo un lessico, ma spesso anche delle forme grammaticali diverse, comporta che solo in quella lingua si possano dire le cose che vengono dette. Non è un caso che espressioni alte della nostra poesia nazionale siano rappresentate dalle composizioni di quei letterati che hanno scelto il dialetto come lingua. Si pensi ad alcuni esempi, del resto ben noti. Pasolini stesso aveva scritto delle raccolte di poesie in friulano; il suo interesse per quel dialetto era sorto quando, sebbene fosse nato a Bologna, aveva seguito il padre militare, che era stato trasferito in Friuli, e lì aveva cominciato ad apprezzare la lingua friulana e a cercare di promuovere la sua protezione. “Co la sera a si pièrt ta li fontanis / il me paìs al è colòur smarìt. Jo i soj lontàn, recuardi li so ranis, / la luna, il trist tintinulà dai gris…” (Canto delle campane, 1954). Ci sono poi, le poesie del poeta Carlo Porta in milanese, come “El sarà vera fors quell ch’el dis lu / che Milan l’è on paes che mett ingossa / che l’aria l’è malsana, umeda, grossa / e che nun Milanes semm turlurù…” (E sarà vero quello che dice lei, 1813). La raccolta di sonetti in romanesco di Giuseppe Gioachino Belli, tra i quali “Na caliggine come in cuest’istate / Nu la ricorda nemmanco mi’ nonno. / Tutt’er giorno se smania, e le nottate / Beato lui chi rrequia e ppijja sonno!…” (L’istate, 1833). Infine, giunti al napoletano, non si possono non ricordare le poesie di  Salvatore Di Giacomo e, perché no? di Totò, pseudonimo di Antonio de Curtis, come “Stu core analfabbeta / tu ll’he purtato a scola, / e s’è mparato a scrivere / e s’è mparato a lleggere / sultanto na parola: / “Ammore” e niente cchiù…” (Cuore analfabeta, 1980). Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare; e non c’è chi non conosca e si diverta assistendo a quel misto di italiano e siciliano dei romanzi di Camilleri.

Di quale identità il dialetto è espressione nei social media?
L’uso del dialetto è un fenomeno che ha riguardato, prima ancora che nascessero i social, i linguaggi giovanili che hanno attraversato decenni della nostra storia e cultura. I linguisti Emanuele Banfi e Alberto Sobrero nel volume di saggi da loro curato, “Linguaggi giovanili degli anni Novanta” del 1992, mostrano come i linguaggi usati tra i giovani, appartenenti ad una fascia d’età tra i 14 e 20 anni, siano ricchi di espressioni dialettali. Di solito vengono (impropriamente) definiti gerghi, per un loro presunto carattere di segretezza, in quanto dovrebbero sfuggire alla comprensione degli adulti. infatti sono usati per lo più antagonisticamente rispetto al modo di esprimersi dei genitori o delle istituzioni. Per questo tenderebbero ad assomigliare (ma molto superficialmente) a quelli usati dalla mala vita o dalla delinquenza, che dovevano/devono essere incomprensibili agli agenti di sicurezza. Non li possiamo definire come vere e proprie lingue, perché non investono l’intero lessico, ma solo gli ambiti di interesse degli adolescenti che li usano: i genitori, la scuola, i soggetti delle relazioni sentimentali, ecc.
È un fenomeno che riguarda dei giovani ancora non in possesso di un’identità personale, ma che assumono un’identità di gruppo, da un lato come forma di identificazione con i pari e dall’altro come forma di differenziazione da coloro che sono considerati altri da loro, gli adulti. Questa funzione identitaria si riscontra anche nei social, dove il dialetto è usato da un lato per sentirsi parte di un gruppo identificato regionalmente e localmente, in contrapposizione con gruppi di diversa estrazione, e dall’altro con uno scopo umoristico, per dimostrarsi arguti e per far divertire gli altri, creando anche una dimensione di leggera trasgressione dal parlare l’italiano che tutti parlano, che si traduce in una sensazione di libertà. Ed è così che anche nello spazio virtuale dei social, si creano delle comunità di riferimento, e la lingua, così come altre forme di comunicazione, interviene a creare quel fenomeno tipico di identità e socialità specifica. L’elemento di continuità tra linguaggi giovanili del secolo scorso e attuali social è, del resto, dato dal fatto che mediamente i soggetti che li usano appartengono alla stessa fascia di età e, nonostante le differenze, hanno molti tratti in comune.

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