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Un paese razzista senza Primo Levi: ancora non ci meritiamo il dono che ci ha lasciato

Nato a Torino nel 1919 da famiglia ebrea, venne deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Se questo è un uomo è il capolavoro nato da quella tragedia

Prmo Levi
Prmo Levi

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11 Aprile 2022 - 10.42


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Un grande uomo che ha lasciato un’enorme eredità: Primo Levi, scrittore e intellettuale divenuto il testimone della Shoah nel mondo.
Nato a Torino nel 1919 da famiglia ebrea, ha difficoltà a terminare gli studi a causa dell’introduzione delle leggi razziali. Riesce comunque a laurearsi e nel 1943 entra in contatto con un gruppo di partigiani operante in Val d’Aosta. Nel dicembre dello stesso anno, viene arrestato dalla milizia fascista. Con altri 650 ebrei, viene deportato nel campo di concentramento di Auschwitz.

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Tra i pochissimi a fare ritorno dal campo di concentramento, Levi racconta la sua disumana e drammatica vicenda nel libro Se questo è un uomo. Raccontare diventa per lui un dovere. Un modo per non cancellare l’assurdità di quanto successo. In un mondo che dimentica, che dalla storia non impara mai nulla, Levi decide di trovare forza nel racconto, affinché la memoria non si perda. Affinché le nuove generazioni conoscano. E attraverso la conoscenza, tramandino e imparino dagli errori assurdi della storia.

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“Perché io?” si chiede lo scrittore Primo Levi ne “I sommersi e i salvati”. Perché io sono sopravvissuto e gli altri no? Questa domanda assilla Primo Levi, lo assillava dal suo ritorno dall’orrore della Shoah.

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Se questo è un uomo diventa un pilastro della letteratura mondiale. Purtroppo però il mondo non ha ancora imparato a vivere senza guerra, violenza, razzismo, odio, sterminio.
L’11 aprile 1987 Primo Levi moriva suicida a Torino.
A 35 anni dalla sua morte dobbiamo ancora imparare a meritarci il dono che ci ha lasciato, la sua lezione.

La sua forza era quella di essere uomo tra gli uomini ad ogni costo, sempre. 

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“Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.
Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
Mi rendo conto e chiedo venia dei difetti strutturali del libro. Se non di fatto, come intenzione e come concezione esso è nato fin dai giorni di Lager. Il bisogno di raccontare agli “altri”, di fare gli “altri” partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore. Di qui il suo carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza. Il lavoro di raccordo e di fusione è stato svolto su piano, ed è posteriore”.

Primo Levi, Prefazione a “Se questo è un uomo”

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