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L’ultima stagione riformista: Aldo Moro e l’apertura al centrosinistra

Cosa rimane di quello slancio riformatore che elettrizzò l’Italia, suscitando acerrime avversioni tra le forze reazionarie e luminose speranze tra le fila progressiste?

L’ultima stagione riformista: Aldo Moro e l’apertura al centrosinistra

Giuseppe Costigliola

19 Marzo 2022 - 16.42


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Il 22 febbraio 1962 entrò in carica il quarto governo Fanfani, sostenuto da una coalizione fra Democrazia Cristiana, Partito Socialdemocratico e Partito Repubblicano, con l’astensione dei socialisti. L’esecutivo, ricordato per le grandi riforme che varò – dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica alla scuola media unificata – rappresentò il prodromo di una virata politica all’epoca considerata rivoluzionaria da alcuni ambienti, da altri ormai matura: quella del cosiddetto centrosinistra “organico”, che si concretizzò nel dicembre del 1963 con il governo presieduto da Aldo Moro e dal suo vice Pietro Nenni, segretario del Partito socialista. Per quanto di breve durata, e, considerate le speranze, piuttosto deludente nei risultati, si trattò di un autentico evento storico, di cui oggi è difficile comprendere appieno la portata senza un’adeguata storicizzazione.

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Per chi voglia approfondire la questione, o semplicemente desideri scoprire come eravamo e perché siamo diventati quel che siamo, si segnala un libro pubblicato di recente dall’editore il Mulino, L’apertura. L’Italia e il centrosinistra, 1953-1963 (pp. 293, € 22), a firma di Paolo Pombeni, professore emerito presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna.

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Con prosa chiara, che non sacrifica il dettaglio storico e la puntuale ricostruzione di un’epoca quasi archeologica – non tanto per gli anni trascorsi, ma per l’abissale diversità umana e culturale che ci separa da essa –, l’autore ripercorre un decennio di fondamentale importanza nella vita di una nazione uscita in macerie da una guerra assurda, con una struttura statuale nuova di zecca e tutta da verificare, un arco storico acceso da dibattiti feroci e da una vertiginosa modernizzazione che ne mutava radicalmente il volto.

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Siamo negli anni del progressivo consolidamento del potere democristiano, dei continui diktat dei poteri d’oltre Tevere che intervenivano pesantemente nella politica nazionale e locale, della Guerra fredda e di epocali eventi come l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Urss, delle ingerenze degli Stati Uniti. Con l’ausilio di una nutrita bibliografia, dei ricordi e riflessioni dei protagonisti, Pombeni ricostruisce con agili pennellate un’epoca di vigorose passioni politiche, di scontri leali e colpi bassi, di grandi timori e coraggiose prese di posizione di coloro che si trovarono ad affrontare il passaggio storico che condusse l’Italia fuori dal dopoguerra, dagli anni della ricostruzione al boom economico, al suo declinare. Non solo fatti, avvenimenti, duri scontri ideologici e personali: a rendere gradevole la lettura di questo studio è la rievocazione degli umori e dei sapori di un periodo ormai remoto, il recupero dei sogni e delle paure iconoclaste dei suoi protagonisti, l’analisi dei progetti realizzati e soprattutto mancati.

Dalla “legge truffa” alla crisi della scelta centrista, dal “disgelo costituzionale” alla svolta del 1956, dalle resistenze all’apertura a sinistra ai tentativi di svolta, dall’avvento di Moro all’avventurismo di Tambroni, dal centrosinistra programmatico a quello organico, il tremendo impatto della modernizzazione e della profonda trasformazione economica e sociale: ogni passaggio che portò alla stagione riformista viene ricostruito e vagliato, sullo sfondo dei grandi eventi internazionali la cui eco aveva ovviamente un’immediata ricaduta sulla politica nazionale. Doverosa attenzione viene riservata alle posizioni e agli interventi delle alte gerarchie cattoliche, al peso che ebbero nelle decisioni che contavano, ai potentati economici, alle lotte intestine nei partiti che complicavano non poco un quadro già oltremodo complesso. De Gasperi, Fanfani, Segni, Scelba, Moro, Dossetti, Nenni, Togliatti, De Martino: queste e numerose altre figure rivivono con vivida espressione in queste pagine, uomini in carne ed ossa con propri programmi, inclinazioni e idiosincrasie, a ricordarci che la politica è calcolo ma anche passione, pragmatismo ma anche ideale. E che un tempo era, soprattutto, espressione culturale.

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Ma cosa rimane di quello slancio riformatore che elettrizzò l’Italia, suscitando acerrime avversioni tra le forze reazionarie e luminose speranze tra le fila progressiste? Si tratta davvero, come sostiene più d’uno storico, dell’ultima stagione riformista di un Paese pervicacemente conservatore? Le domande, cui l’autore tenta di rispondere nelle conclusioni, sconfessando l’idea che si trattò di “una vittoria di Pirro”, esulano la mera pertinenza storiografica. Nel mondo iperliberista in cui ci dibattiamo, nel trionfo assoluto del capitalismo globale, nel mefitico rigurgito di diseguaglianze, razzismi e sperequazioni, di antichi e nuovi sfruttamenti, nel sistematico omicidio dei diritti acquisiti, studiare quel lontano esperimento, fare tesoro degli errori commessi, attualizzarne i punti cardine, figurarsi il percorso che la nostra storia avrebbe potuto imboccare qualora se ne fossero realizzate le premesse: tutto ciò è forse un modo per ripensare una diversa ossatura sociale, riprogettare un consesso civile autenticamente democratico. Insomma, studiare quell’esperienza potrebbe dare adito alla figurazione di un futuro diverso, all’elaborazione di modi di lotta per realizzarlo. A cosa serve, se non a questo, la conoscenza della storia?

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