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Il mistero della morte di Giangiacomo Feltrinelli: un libro scrive la parola “fine”

Scorrono in queste pagine nomi, intrighi, eventi che hanno segnato indelebilmente il nostro Paese, un drammatico viaggio da cui si riemerge con dolore, nella rinnovata consapevolezza che la storia è davvero un incubo.

Il mistero della morte di Giangiacomo Feltrinelli: un libro scrive la parola “fine”

Giuseppe Costigliola Modifica articolo

14 Marzo 2022 - 10.04


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La sera del 14 marzo 1972, sotto un traliccio dell’alta tensione non lontano da Segrate, un uomo venne dilaniato dall’esplosione di una carica di dinamite, nell’esecuzione di un attentato. Quell’uomo era l’erede di uno dei maggiori imperi finanziari italiani, il fondatore di un istituto storico e di una casa editrice spregiudicata e di straordinario successo, un intellettuale scomodo e più volte salito alla ribalta della cronaca mondana, giudiziaria, culturale e politica, un miliardario guerrigliero che voleva sollevare una rivoluzione e che si era dato alla clandestinità: Giangiacomo Feltrinelli.

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Da quel giorno sono trascorsi cinquant’anni e per molti la verità su quella morte non è stata ancora trovata. Sin da subito, e sempre più nel corso del tempo, sulla vicenda si sono infatti addensate le plumbee nubi dell’intrigo e del mistero, un affastellarsi di teorie che considerano quella tragica fine opera di servizi segreti, di forze reazionarie, di frange dell’estrema destra, d’un compagno traditore. Non poteva essere altrimenti, visto il torbido periodo storico in cui il celebre editore trovò la fine: dalla strage di piazza Fontana erano passati appena due anni e qualche scampolo di mese, spiravano minacciosi i venti d’un colpo di stato militare, i numerosi e agguerriti schieramenti della sinistra extraparlamentare erano in fibrillazione, da neanche due settimane con il sequestro del dirigente della Sit Siemens Idalgo Macchiarini le Brigate rosse avevano portato a compimento la prima clamorosa azione: era insomma l’alba di quella stagione che passerà alla storia con l’icastica ma fuorviante definizione di “anni di piombo”.

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Per illuminare quella vicenda è apparso un libro, Gli ultimi giorni di Giangiacomo Feltrinelli, di Aldo Grandi (Chiarelettere, pp. 242, € 18), giornalista, autore di biografie e inchieste scottanti, tra i maggiori conoscitori della dinastia dei Feltrinelli e della stagione del terrorismo che insanguinò il Paese negli anni Settanta. Il libro si apre con un incipit da romanzo giallo: “15 Marzo 1972. Intorno alle 15.15 il comandante della stazione dei carabinieri di Pioltello, maresciallo Filadelfo Sampugnaro, mentre è in municipio a Segrate, viene informato dal comandante dei vigili urbani che in località Cascina Nuova un certo Luigi Stringhetti, agricoltore, aveva trovato il cadavere di un uomo disteso a terra sotto un traliccio dell’alta tensione. Appena il tempo materiale di informare il capitano Giorgio Cima, comandante della compagnia, e di chiedere l’intervento della squadra rilievi tecnici del nucleo investigativo, e via sul posto per accertarsi di persona”.

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È l’inizio di un viaggio in un fosco periodo della nostra storia recente, intrapreso con passione e lucido intelletto, alla ricerca della verità. L’autore “monta” con grande perizia il racconto d’una vicenda non poco intricata, sapientemente alternando la ricostruzione biografica – la sfera privata e quella pubblica di Feltrinelli, gli incontri che ne segnarono la vita, i sogni rivoluzionari e i complessi tratti psicologici – con le indagini delle forze dell’ordine e del magistrato incaricato, l’eco mediatica suscitata dalla sua morte con il resoconto minuzioso degli ultimi mesi, tratteggiando agilmente il momento storico. Scorrono con ritmo incalzante nomi, intrighi, eventi che hanno segnato indelebilmente il nostro Paese, una drammatica catabasi da cui si riemerge con dolore, nella rinnovata consapevolezza che la storia è davvero l’incubo di joyciana memoria.

Grandi non si lancia in ipotetiche ricostruzioni, preferisce affidarsi ad una ricostruzione dei fatti il più possibile oggettiva, basata su una folta documentazione, pubblica e tratta dal suo notevole archivio privato, impreziosita da testimonianze raccolte in anni di indagini dai protagonisti di quella lontana stagione, molte delle quali inedite. Tra queste, di particolare interesse sono quelle rilasciate da Adriano Sofri, Franco Piperno, Valerio Morucci, Antonella Feltrinelli d’Ormesson (sorella di Giangiacomo). Dal punto di vista dell’approccio alle fonti, sarebbe stato forse opportuno riportare le date in cui furono rese, lacuna magari colmabile in una successiva edizione.

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L’approdo di questo viaggio è adamantino: l’autore sposa la ricostruzione processuale fatta dal magistrato a cui fu affidato lo spinoso caso, l’allora giovane Guido Viola: nessun intrigo, nessun mistero, Feltrinelli morì durante l’esecuzione di un attentato da lui progettato e finanziato. La sua morte “non fu altro che […] l’inevitabile fine di un uomo che era disposto a pagare qualunque prezzo e ad adottare qualunque strumento per abbattere l’avversario, quello stesso nemico che a causa della sua storia personale albergava da sempre dentro di lui”. È forse davvero giunto il momento di scrivere la parola “fine” sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli.

In occasione dell’uscita del libro Gli ultimi giorni di Giangiacomo Feltrinelli abbiamo intervistato l’autore, Aldo Grandi.

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Questo libro mi pare un compimento della tua già pregevole biografia di Giangiacomo Feltrinelli, grazie anche all’ausilio di nuove testimonianze. Cosa ti ha spinto a tornare su questo personaggio, cosa continua ad affascinarti di lui?
A parte il 50° anniversario della morte, l’aver letto un po’ qui e un po’ là le solite teorie ispirate dalla peggiore dietrologia. Così ho voluto dire e scrivere, una volta per tutte, ciò che ritengo sia
realmente avvenuto quella sera a Segrate anche alla luce non solo dei documenti tecnici dell’indagine, ma anche, e soprattutto, delle testimonianze orali che ho raccolto dalle persone che, con lui, hanno condiviso quegli ultimi mesi. Basta con le ipotesi prive di fondamento. Se qualcuno scrive che Feltrinelli è stato assassinato, beh, che lo dimostri, altrimenti stia zitto che è meglio. La storia non si inventa, al massimo si interpreta e si ricostruisce.
Qui sposi pressoché in toto le risultanze dell’indagine condotta dal magistrato che si occupò della vicenda della morte di Feltrinelli. Questo caso giudiziario sarebbe quindi un po’ un unicuum rispetto ai tanti altri avvenuti in Italia, a cominciare dalla strage di Piazza Fontana, dove le verità processuali si sono dimostrate ben lontane dalle verità storiche. È così?
Sì, è così. Guido Viola riuscì ad andare a fondo anche se, onestamente, la morte di Feltrinelli era molto, ma molto più facile da ricostruire di quella delle vittime di Piazza Fontana. Il fatto è che per troppo tempo la Sinistra ha evitato di voler affrontare quello che stava accadendo a due passi da casa propria.
Da queste pagine mi sembra emerga una certa irritazione verso coloro che hanno dipinto Feltrinelli come “una specie di fenomeno da baraccone vittima e preda dei suoi drammi e delle sue contraddizioni esistenziali”. Uno degli scopi che ti sei prefisso era restituire dignità e coerenza morale e politica all’uomo Feltrinelli?
Non sono partito con l’intento di restituire dignità e coerenza morale a Feltrinelli. Semplicemente è la sua storia che rivendica, comunque, il diritto al rispetto. Certo, difficile stare dietro ad un uomo così pieno di contraddizioni e con un passato così complesso, ma ha pagato di persona e questo, in questo Paese, accade raramente. Per il resto non eccediamo sul fronte opposto: non era un santo ed è stato, in un modo o nell’altro, il primo “terrorista” entrato in azione e deceduto. Terrorista è un termine che nel suo caso risulta esagerato e anche ingiusto. Aver partecipato all’omicidio di Roberto Quintanilla, colui che tagliò le mani a Che Guevara, è motivo di orgoglio e di elogio.

Dai brani dei verbali della riunione dei rappresentanti dei servizi di sicurezza dell’Europa occidentale che si tenne a Roma nel maggio del 1972, ritrovati nel 1996 dopo la morte di Federico Umberto D’Amato e che riporti nel libro, esce fuori un quadro sconcertante: i massimi rappresentati dei servizi di sicurezza europei e della Nato capivano ben poco del fenomeno dell’eversione e in generale della situazione politica e sociale del tempo. Inquietante, no?
Inquietante, in particolare, perché dimostrava la superficialità dell’approccio. Comunque sia ancora più inquietante o, per meglio dire, allucinante, il contenuto dei faldoni relativi a Feltrinelli riempiti
dai servizi segreti a suon di articoli di giornale. Ma a cosa servivano i servizi segreti? Te lo dico io: a poco se non a niente, almeno in questo caso.
Credi vi sia ancora molto da indagare e da studiare per comprendere a pieno, storicamente e politicamente, la stagione dei cosiddetti “anni di piombo”?
Non credo ci sia ancora granché da ricostruire, come, ad esempio, sul “caso Moro”. A me fanno ridere le commissioni ripetute e continue che sembrano destinate a voler trovare chissà quale novità che dimostri l’eterodirezione di un fenomeno e di un rapimento che sono stati solo e soltanto italiani. Ecco, quello che manca, al di là di qualche episodio su cui non è stato possibile risalire ai responsabili, è la volontà di approfondire le ragioni di ciò che è accaduto e fare i conti con una
generazione che si è, letteralmente, bruciata nel tentativo di portare a compimento una rivoluzione impossibile.

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