Esiste la giustizia capace di ricucire? Ceretti e Cartabia si confrontano con il magistero del cardinal Martini

Nel libro "Un’altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione" gli autori ragionano su come promuovere i valori della convivenza civile e come evitare di recidere i rapporti

Il cardinale Carlo Maria Martini

Il cardinale Carlo Maria Martini

globalist 30 luglio 2021

di Antonio Salvati

 

Dopo gli inquietanti fatti accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere - questa volta, però, fatte salve le “minimizzazioni” dei leader coerentemente legati alla cultura del manganello, la reazione della politica, soprattutto nelle sue più alte espressioni è stata all’altezza della situazione, condannando senza appello l’accaduto e manifestando la piena consapevolezza della necessità di cambiare la realtà carceraria – un eminente giurista ha sostenuto che prima di ricostruire le carceri abbiamo bisogno di ricostruire la nostra fatiscente cultura della pena.

Per una rinnovata cultura e politica dell’applicazione della pena è assai utile cibarsi delle considerazioni sviluppate da due giuristi di riconosciuta competenza e sensibilità, Adolfo Ceretti (professore di criminologia alla Bicocca di Milano) e Marta Cartabia (ex Presidente della Consulta e attuale guardasigilli) nell’agile volume, Un’altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione (Milano, Bompiani 2020, pp. 128, € 10.00).

I due autori si confrontano con il magistero del Cardinale Martini spiegando il valore - a circa dieci anni dalla sua morte - che esso continua a racchiudere e la necessità ancora viva di ciò che l’arcivescovo auspicava: una giustizia che ricucia i rapporti piuttosto che reciderli, promuova i valori della convivenza civile, porti in sé il segno di ciò che è altro rispetto al male commesso. Carlo Maria Martini svolse – soprattutto da quando fu ordinato, nel 1980, vescovo di Milano – una ininterrotta riflessione sulla pena detentiva e sulle condizioni di vita nelle prigioni, visitate da lui infinite volte per dialogare con chi le abita. La sua analisi, profondamente originale, si apre in maniera progressiva alla questione della giustizia che diviene, almeno in parte, la cifra del suo episcopato. Di più, le meditazioni martiniane in questo campo costituiscono – secondo Ceretti, mutuando liberamente alcune felici espressioni coniate dallo psicoanalista britannico Wilfred Bion – pensieri impensabili che erano in attesa di essere pensati.

Ha osservato Ceretti che nel 1997 mentre solo pochi addetti ai lavori ragionavano sulla giustizia riparativa, e non retributiva e vendicativa, Martini sul tema della giustizia umana - intesa come armonia ed equilibrio di rapporti - sosteneva che «se consideriamo nell’insieme il tema della zedakah biblica, ci accorgiamo come sia composto da una molteplicità di riferimenti e di concetti collegati, che fanno comunque emergere la cura dell’uomo della Bibbia per un ordine sociale e civile in cui sia dato a ciascuno il suo. Non nel senso di un equilibrio astratto, da instaurarsi in una società di soggetti anonimi, bensì nel senso di uno sforzo, pur se talora imperfetto, di far corrispondere a dei delitti delle riparazioni che restaurino l’equilibrio violato non solo in generale, ma nel rapporto tra offensore e offeso, tra delinquente e persona o gruppo colpito dal delitto». La premessa è che, di fronte alla delinquenza e al crimine, «è necessario “reagire”, opponendosi al male, senza per altro compiere altri mali e altre violenze». Ne segue l’esigenza «che i modelli sanzionatori non debbano ritenere scontate le modalità di risposta al reato fondate semplicemente sulla ritorsione, sulla pena fine a sé stessa, sull’emarginazione» Per Martini ha più chances un sistema penale «che non concepisca il suo intervento in termini di pura forza coercitiva, ma faccia conto, altresì, sull’ambizione delle sue norme di poter essere liberamente riconosciute nella loro validità dai cittadini, e perfino da chi le abbia trasgredite». Soprattutto per Martini «l’errore e il crimine […] indeboliscono e deturpano la personalità dell’individuo, ma non la negano, non la distruggono, non la declassano al regno animale, inferiore all’umano. Perciò le leggi […] hanno senso se operano in funzione dell’affermazione, dello sviluppo e del recupero della dignità di ogni persona».

Marta Cartabia sottolinea che il pensiero sulla giustizia non scaturisce solo da approfonditi sudi biblici, ma dalle visite continue ai detenuti: «ciò che si scopre visitando il carcere è la consapevolezza che dietro le mura che recludono vive un mondo paradossale, un mondo sottosopra, per riprendere le espressioni di Jean Vanier; dove, per fermare la violenza, si deve compiere un atto di forza; dove, per tutelare i diritti, si debbono limitare i diritti; dove, per assicurare la libertà, si deve restringere la libertà; dove, per proteggere i deboli e gli indifesi, si devono rendere deboli e indifesi gli aggressori e i violenti. Il carcere è una realtà drammatica che costringe a fare verità […] è lo specchio rovesciato di una società, lo spazio dove emergono tutte le contraddizioni e le sofferenze di una società malata». Pertanto, la genesi dei “pensieri alti” di Martini si radica dunque nella sua azione, oltre che nel suo pensiero.

Per la Cartabia giova ricordare quanto si legge nella Commedia di Dante, il poema della giustizia umana e divina, «dove il meccanismo principale che regge la geografia “retributiva” dei tre regni da lui visitati è quello del contrapasso, che pure è una rivisitazione in chiave cristiana della legge del taglione rielaborata dalla riflessione teologica scolastica». È un dannato punito tra i “seminator di scandalo e di scisma” nella nona bolgia, il poeta provenzale Bertran de Born, a rendere esplicito ciò che si intuisce sin dall’inizio del viaggio infernale: «“Perch’io parti’ così giunte persone, / partito porto il mio cerebro, lasso!, / […] Così s’osserva in me lo contrapasso” » (If XXVIII, 139-142). Dante raffigura - spiega la Cartabia - con l’energia umana e poetica che gli è propria, l’esperienza, che è di tutti gli uomini, «di due condizioni della sofferenza che sono inseparabili: la pena è l’abito di cui si riveste la colpa quando il male è commesso. In altre parole, colpa e pena sono i due volti che si offrono al nostro sguardo a seconda della direzione sulla linea del tempo verso cui ci volgiamo: di un fatto riprovevole, la prima affonda nel passato, la seconda investe il futuro». In tal senso, per Martini «l’errore e il crimine […] indeboliscono e deturpano la personalità dell’individuo, ma non la negano, non la distruggono, non la declassano al regno animale, inferiore all’umano. Perciò le leggi […] hanno senso se operano in funzione dell’affermazione, dello sviluppo e del recupero della dignità di ogni persona».

La Cartabia ricorda che Martini era pienamente consapevole che i sistemi repressivi non recuperano i colpevoli ma acuiscono e scatenano in essi i peggiori istinti che, prima o poi, trovano delle vittime, forse innocenti, da sacrificare. Inoltre, «il dolore evitabile, anche se legalizzato, inflitto per forza, non solo non migliora il colpevole, ma peggiora tutta la comunità giustificandone inconsciamente le vendette e scatenando le sue voglie sadiche»

Si come comprende come sia centrale nel pensiero di Martini il tema della Riconciliazione: lo scopo ultimo del diritto penale non può essere prima di tutto quello di far pagare il male commesso, «quanto quello di ricostruire i legami spezzati dall’azione malvagia. Il dolore cagionato chiama una più grande responsabilità nei confronti delle persone offese, persone con un volto unico e irripetibile, con una storia unica e irripetibile, con nomi e condizioni inconfondibili. E questa responsabilità a tu per tu costituisce una pena di significato costruttivo, non meno impegnativa per il condannato rispetto a quella tradizionalmente intesa». L’idea di responsabilità aggiunge precisamente l’esigenza di includere l’altro, chi ha subìto il torto, nell’azione riparatoria – come direbbe il filosofo Ricoeur - «la sua principale virtù consiste nel mettere l’accento sulla alterità implicata nel danno o nel torto». Come direbbe papa Francesco si «tratta di fare giustizia alla vittima, non di giustiziare l’aggressore».

Dalla sapienza biblica, oltre che dalla sua conoscenza diretta e personale di tanti detenuti, Martini trasse la convinzione che «l’uomo vale, che l’uomo è educabile, che l’uomo può essere salvato». E anche quando fosse colpevole, l’uomo «non è bestia da domare, bersaglio da colpire, delinquente da condannare, nemico da sconfiggere, mostro da abbattere, parassita da uccidere».