L'omicidio Salvia: storia di un crimine di Cutolo per spiegare l'assurdità della violenza

Ormai anziano il boss della camorra ammise di aver ordinato l'omicidio del vicedirettore del carcere di Poggioreale, ammazzato quaranta anni fa - il 1 4aprile 1981. Antonio Mattone ricostruisce una storia emblematica

Raffaele Cutolo
Raffaele Cutolo
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27 Giugno 2021 - 18.25


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di Antonio Salvati

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«Sì, l’ho fatto io l’omicidio di Salvia», dice Raffaele Cutolo nell’estate del 2019, ormai anziano e malato, ad Antonio Mattone, che lo intervista sull’assassinio di Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale, ammazzato quaranta anni fa – il 14 aprile 1981 – per ordine di Raffaele Cutolo.

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Alla breve e dolorosa vicenda di Salvia è dedicata l’ultima fatica di Mattone, La vendetta del boss L’omicidio di Giuseppe Salvia (Guida Editori 2021, pp. 352, € 20). E’ una verità che Cutolo aveva sempre escluso “nel modo più assoluto”, ma che, ormai, vecchio, carico di condanne, ammette: «Lui si accaniva contro di me, non so perché, -spiega- non lo faceva con gli altri, ma mi faceva sempre perquisire. E per questo gli diedi due schiaffi».
Lo schiaffo è l’espressione del senso di superiorità con cui Cutolo viveva in prigione, godendo – pur prigioniero – di un trattamento di favore da parte degli agenti di custodia e di una certa agiatezza nella vita carceraria in una cella con accessori tutti particolari e con un detenuto al suo servizio. Gli schiaffi al vice-direttore accrebbero il suo prestigio nell’universo carcerario. ha ricordato Andrea Riccardi che ha curato la prefazione del volume.

Dallo spazio concessogli in carcere, il boss poté guidare per decenni la crescita della sua organizzazione criminale, la Nuova Camorra organizzata. Lo schiaffo del “professore” (come lo chiamavano e come amava essere chiamato) era l’espressione del disprezzo nei confronti di un dirigente carcerario che non si era piegato all’andamento delle cose, che semplicemente pretendeva che il regolamento fosse rispettato e che Cutolo fosse perquisito di ritorno dal colloquio con gli avvocati.

L’incontro con Cutolo è senz’altro uno dei passaggi più importanti del libro. Lo storico contemporaneo deve servirsi della documentazione e Antonio Mattone, nel ricordare Giuseppe Salvia, ha lavorato sodo, dopo aver consultato gli atti del processo (in cui furono condannati Incarnato, uno degli esecutori, e Cutolo), dopo aver ascoltato novanta testimoni, visionato i registri del carcere di Poggioreale e consultato gli articoli dei cronisti del quotidiano Il Mattino Enzo Perez (che conosceva personalmente Salvia) e Marco Pellegrini. A personaggi conosciuti come il “professore”, si aggiungono altri meno noti, testimoni quotidiani della vita di un carcere straordinario, nel senso proprio della parola, cioè molto, molto fuori dall’ordinario.

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Il libro nasce da una richiesta all’autore da parte della moglie e della famiglia del vicedirettore, che gli chiesero di partecipare (come volontari) al pranzo di Natale, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con i detenuti, a Poggioreale. Claudio, figlio di Giuseppe (tre anni al momento dell’assassinio) non coltiva nessun odio verso Cutolo ed è sensibile alla condizione dei carcerati. Claudio non indulge a un perdonismo irresponsabile e prova una forte indignazione verso le manifestazioni di simpatia verso Cutolo, avvenute al momento della sua morte. Mattone rivela di essere rimasto colpito dalla dignità e dalla capacità di perdono della famiglia Salvia. Atteggiamento che ben si collega all’umanità di Giuseppe, che era allo stesso tempo umano e necessariamente rigoroso nella professione. La famiglia – ricorda Mattone – è stata, nella sua breve vita, un grande sostegno in una condizione professionale molto difficile.

Questo libro non è non un’agiografia, ma una biografia di un funzionario dello Stato che ne ripercorre la vicenda umana, particolarmente negli anni trascorsi in una posizione di responsabilità, all’interno di una delle istituzioni più critiche e contraddittorie del nostro paese, il carcere. Mattone ben conosce il pianeta carcerario – sul quale ha più volte scritto e documentato – e i suoi drammi che restano lontani dall’antica ma sempre valida prospettiva di Cesare Beccaria, ossia riproduce la criminalità, più che rinnovare le persone. Tutt’al più ne schiaccia la vita, attraverso esperienze dolorose. Del resto è quello che sostenne in quegli anni il cappellano di Poggioreale, don Favarin, quando affermò che il detenuto usciva quasi sempre peggiorato dopo il soggiorno in carcere, suscitando l’irritazione del direttore e di parte del personale di custodia, che determinarono la sospensione del religioso dal suo incarico.

Ucciso per la probità rigorosa del suo lavoro dirigenziale, Salvia è stato subito dimenticato. Ai suoi funerali, tenuti in carcere, con la partecipazione commossa di una parte dei detenuti che conoscevano la sua umanità, non parteciparono autorità di alto livello dello Stato, nemmeno il ministro di grazia e giustizia. La celebrazione fu tenuta dal vescovo ausiliare di Napoli, mons. Ambrosanio (e non dal card. Ursi, allora arcivescovo di Napoli).

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Occorre ricordare che poco dopo l’omicidio di Salvia avvenne il rapimento realizzato dalle BR dell’assessore regionale democristiano Ciro Cirillo, per la cui liberazione pezzi di Stato e della stessa DC sollecitarono Cutolo. Senza entrare nel merito dell’annoso dibattito mediazione o fermezza, si rileva come fosse “spezzata” la narrazione della Repubblica, tra gli anni Settanta e Ottanta. Da una parte la fermezza della Repubblica nell’omicidio di Moro, dall’altra l’assassinio di un vicedirettore, che voleva un carcere “legale” si scontrava con una pratica e una diversa – come quella legata a Cirillo – che, in alcuni casi, sembrava utile alla politica. «Confondere e dimenticare sono il modo di sopravvivere per una cultura politica carica di contraddizioni», ha sostenuto Andrea Riccardi che ha curato la prefazione del volume. La vicenda Cirillo – nota l’Autore-, fece scivolare in ombra l’omicidio Salvia. Erano passati appena tre anni dal rapimento e dall’assassinio di Aldo Moro, da parte delle BR, durante il quale il governo Andreotti, buona parte della DC, accanto al PCI, avevano professato la linea della fermezza, rifiutando di cercare ogni via di trattativa.

Quella di Salvia – sottolinea Mattone – è una storia da raccontare ancora oggi. Mostra come sia possibile lottare anche in ambienti che sembrano “perduti”. Lui era –lo definisce Mattone- “un vicedirettore pieno di entusiasmo”, che agiva con intelligenza in un ambiente degradato, a confronto con agenti di custodia, talvolta umiliati dai boss, altre volte quasi integrati nel loro sistema, spesso impotenti. Mattone racconta tanti aspetti umani dell’operato del vicedirettore nei confronti dei detenuti, alleggerendo –quando poteva – la loro situazione, venendo incontro alle loro necessità e a quelle delle loro famiglie. In queste pagine si comprende bene come umanità, una pietas cristiana e italiana, potesse andare benissimo d’accordo con il rispetto della legge e dei regolamenti, di cui si vedeva tutta la necessità in una situazione di grande degrado. Oggi il carcere di Poggioreale è intitolato a Giuseppe Salvia.

Questa biografia di Salvia non ci mette solo a contatto con l’esistenza di un autentico servitore delle istituzioni, ma ci fa entrare nel mondo carcerario, quello così difficile di Poggioreale – che l’autore ben conosce -, dove detenuti e agenti di custodia vivono spesso in condizioni difficili, se non inumane. E’ anche una storia del carcere a Napoli e anche in Italia. Pertanto, siamo in presenza anche a un capitolo della storia carceraria italiana. Poggioreale è un universo aggrovigliato: “l’istituto più complesso e difficile da esplorare è Poggioreale” – scrive Igino Cappelli, magistrato di sorveglianza a Napoli quasi negli anni in cui Salvia fu vicedirettore.

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