Philp Kerr: giallo come il mistero, nero come Berlino

Un requiem tedesco (Fazi Editore, traduzione di Luca Merlini, pagg 383, euro 15) è il capitolo finale, anche se Kerr avrebbe poi scritto altre avventure del suo riuscito personaggio

Philp Kerr

Philp Kerr

globalist 10 giugno 2021

di Rock Reynolds

 

“Ho scritto il mio romanzo Il giardino delle belve in reazione all’attacco dell’11 settembre. Mi pareva banale, persino riduttivo concedere a un manipolo di terroristi la soddisfazione di vedersi ritratti in un romanzo di suspense. Non c’è nulla di eroico o di intrigante nella devastazione che hanno creato. Ecco che mi è venuto in mente di ambientare una mia storia in un momento fondamentale per le sorti del mondo, la vigilia dei Giochi Olimpici di Berlino, il massimo splendore della Germania nazista. E il nazismo è il male assoluto.” Queste sono le parole che Jeffery Deaver, il creatore della saga dell’investigatore tetraplegico Lincoln Rhyme apertasi con il romanzo Il collezionista di ossa, mi disse in occasione dell’uscita de Il giardino delle belve, la sua unica incursione nel romanzo storico. Non credo nell’assoluto e, dunque, fatico a pensare che il nazismo abbia rappresentato l’incarnazione più bieca e feroce del male. Purtroppo, sappiamo bene che un vero limite non esiste mai e che ogni record, anche quello più negativo e inquietante, è destinato a essere soppiantato.

Ben vengano, dunque, romanzi in grado di appassionare i lettori e, al tempo stesso, di avvicinarli a eventi storici la cui portata epocale rischia di sbiadire sotto i colpi inclementi del tempo.

A quasi un secolo dalla nascita del movimento nazionalsocialista e a più di settantacinque anni dalla fine della guerra da esso voluta, il quadro si fa più chiaro. Eppure non è spesso mancato nella narrativa che ha scelto la Seconda guerra e gli anni a essa immediatamente precedenti come ambientazione preferita uno slancio propagandistico in grado di inficiarne la ricostruzione storica. Quante pellicole hollywoodiane hanno descritto l’intrepido soldato americano nei panni di una sorta di eroe mitologico greco o del classico cavaliere medievale senza macchia e senza peccato? È noto che la storia la scrivono i vincitori, ma si può accettare che siano sempre loro a scrivere pure vicende che la romanzano?

Si sa pure che esistono i bei libri e i brutti libri e che non è certo l’ambientazione giusta a sancire la forza espressiva di un romanzo. Il giardino delle belve è il classico romanzo a la Jeffery Deaver, con un ritmo forsennato e un arco temporale brevissimo per non permettere al lettore di respirare. Deaver lo considera la sua prova meglio riuscita, malgrado le vendite al di sotto delle sue medie e nonostante in Germania il suo editore abbia scelto di non pubblicarlo. C’è stato chi, come Sven Hassel, ha voluto calarsi nell’inferno della prima linea e nel cuore della Wermacht e raccontarne miserie e slanci nobili. E pure chi, come Robert Harris, ha cercato di immaginarsi scenari di fantapolitica con un romanzo di grande successo come Fatherland in cui la Germania esce vincitrice dalla guerra e il mondo rischia di essere interamente dominato dal pensiero nazista. E poi ci sono romanzi come La notte dei generali di Hans Helmut Kirst (da cui è stato tratto un ottimo film omonimo con un “malvagio” Peter O’Toole) che mescolano storia e delitto. In fondo, in piena epoca nazista, non c’era bisogno di fare ricerche approfondite per individuare un omicidio.

Nessuno, però, ha saputo coniugare la passione per il noir con quella per la storia del nazismo come ha fatto il compianto scozzese Philip Kerr. Diversi anni fa, riuscii ad assicurarmi un’intervista telefonica con lui e, al termine di una bella chiacchierata, convinto di essermi guadagnato sul campo la sua stima e pure la sua simpatia, provai ad invitarlo al festival musicale-letterario di cui ancor oggi sono condirettore artistico. Con aplomb britannico e determinazione scozzese, Kerr rintuzzò ogni mio attacco e, alla fine, mi diedi per vinto. Con grande riluttanza, perché la sua cosiddetta “Trilogia Berlinese”, avente per protagonista il riottoso detective privato Bernie Gunther, un ex-poliziotto che non sa fare gioco di squadra e che detesta le storture del regime, racconta le atmosfere fosche della Germania nazista meglio di quanto abbia saputo fare qualsiasi altro noirista.

Ripubblicata per intero da Fazi Editore, la “Trilogia Berlinese” racconta in circa mille pagine l’ascesa trionfale del regime nazista (alla viglia delle Olimpiadi ne Violette di marzo), i primi grandi pogrom ai danni degli ebrei (con la “notte dei cristalli”, ne Il criminale pallido) e lo sfacelo del regime subito dopo la guerra (con l’occupazione sovietica e le imposizioni statunitensi tra le macerie di Berlino in Un requiem tedesco).

Un migliaio di pagine che scorrono senza che quasi il lettore se ne accorga, alimentate da un abilissimo talento per la suspense e dalla capacità di inserire tutte le informazioni necessarie a rendere credibile lo scenario nel quale si dipanano in modo credibilissimo le avventure e le indagini di Bernie Gunther e nel quale si svolgono i suoi incontri con preminenti figure autentiche della storia del Terzo Reich, come Hedrich e Himmler, per citarne solo due.

Un requiem tedesco (Fazi Editore, traduzione di Luca Merlini, pagg 383, euro 15) è il capitolo finale, anche se Kerr avrebbe poi scritto altre avventure del suo riuscito personaggio, collocandolo, per esempio, sul luogo dell’attentato che costò la vita a Reinhard Heydrich nel 1942 (La notte di Praga). La vicenda di Un requiem tedesco dà come sempre a Kerr la possibilità di sondare gli abissi della psiche, di abbozzare qualche critica del regime crollato e di affondare ancor più il colpo con stilettate velenose nei confronti tanto delle forze di occupazione americane quanto di quelle sovietiche. “Conoscevo poche donne che non avessero da raccontare una brutta esperienza di stupro o molestie da parte di un russo… si diceva anche che i rossi si prendessero semplicemente, con la forza, ciò che le donne tedesche vendevano volentieri agli inglesi e agli americani.” Il quadro della distruzione della Germania e del disfacimento morale delle forze di occupazione fa il paio con una repulsione assoluta per la guerra e una lucida descrizione della depressione degli sconfitti, rei di colpe che nemmeno un secolo di storia avrebbe mondato. Nonostante uno dei personaggi di Kerr cerchi una scappatoia: “Non possono incolparci per ciò che è successo. Noi abbiamo soltanto portato a compimento la profezia del loro Vecchio Testamento”.

Philip Kerr se n’è andato troppo presto. I suoi libri, per fortuna, continuano a esistere.