Cristina Campo: modello trascurato di ricerca di perfezione

Un paese come l'Italia dovrebbe avere premura di tributare finalmente un giusto riconoscimento a una figura esemplare come Cristina Campo

Cristina Campo

Cristina Campo

Fiorenza Loiacono 12 gennaio 2021
Un paese come l'Italia dovrebbe avere premura di tributare finalmente un giusto riconoscimento a una figura esemplare, straordinaria quale quella della saggista e, specificamente, traduttrice bolognese-fiorentina (romana d'adozione) Cristina Campo (1923-1977).
Appassionata traduttrice di autrici e autori quali Virginia Woolf, Hugo von Hofmannsthal, Simone Weil e Katherine Mansfield, Cristina Campo, come peraltro Hannah Arendt, nel corso dell'esistenza amò moltissimo le/gli amich*. Nel decennio tra la fine degli anni Sessanta e Settanta la sua voce risultò oltremodo omessa. Nutriva simpatie dichiarate per alcuni componenti della Repubblica Sociale – si divertiva nel dopoguerra a provocare i cittadini di Firenze ostentando il saluto romano – senza disdegnare negli anni successivi la manifestazione di solidarietà per gli studenti a Cipro, i minatori italiani affossati nelle miniere belghe e, come ebbe modo di dichiarare all'amica Mita, esprimendo notevole (una sua cifra caratterizzante) attenzione, verso Danilo Dolci e il popolo di Partinico che era animato da intenzioni pacifiche.
Di lei si diceva che fosse conservatrice (un'amante delle congreghe e del tradizionalismo) mentre, in definitiva, si affaccendava dietro (anche) alla programmazione con l'allegro compagno Elémire Zolla di alcune attività radiofoniche che sarebbe bene siano – in compagnia degli appunti di unaesistenza – rinvenuti.
Amava diciottenne-ventenne la sua amica che di nome faceva Anna Cavalletti – la quale (particolare non trascurabile delle evidenti simpatie di Cristina Campo verso la Repubblica fascista) morì sotto un bombardamento di matrice angloamericana. Mentre Cristina – altro particolare di portata non indifferente – fu costretta ad assistere a un assalto a opera di una squadra di presunta matrice antifascista – alla casa di famiglia. Di fatto, teneva alla cura di un piano focalizzato sulla cura della bellezza - protezione sia dell'eleganza che della raffinatezza, ovvero quanto pertineva tutto ciò che componeva la profondità – l'ordito (come scrive ne Il flauto e il tappeto) dell'esistenza: quanto sul piano cultural-esistenziale era maggiormente prezioso. Si dedicò – oltre che alle amiche e agli amici maggiormente cari – tra questi “Mita”, Gianfranco Draghi e Mario Luzi – cui si mostrò riconoscente per i talvolta piccoli “amuleti” ricevuti. Fu estremamente profetica (si leggano le parole indirizzate a 'Mita') rispetto alla visibile caduta cui un Paese così glorioso stava precipitando. Era una cercatrice-scopritrice di preziosità che sembrava amare, indagandole, con sguardo materiale e profondo