Jojo Rabbit: a proposito dell'inabissamento della coscienza

Un'analisi di Jojo Rabbit, distribuito nelle sale italiane e estere nel 2020.

Jojo Rabbit

Jojo Rabbit

Fiorenza Loiacono 30 dicembre 2020

Nel 2020 è stato distribuito nelle sale italiane e estere (specificamente, come si può presumere, in Occidente) un film girato da Taika Waititi intitolato Jojo Rabbit avente come interpreti principali R.G.Davis – il quale impersona Jojo decenne – e a dare vita a una splendida parte l'americana Scarlett Johansson. Jojo – l'infante Jojo, esaltato, scapestrato, dal polso apparentemente di ferro – parla, comunica figurativamente (ovvero in modo immaginifico) con il Führer, Hitler, che desidera assecondare, sostenere attraverso le sue, improvvide, gesta. Quelle compiute – o almeno vorrebbe essere all'altezza di esse – nel corso delle esercitazioni tenute tra i gruppi campestri della Hitlerjugend – dove tuttavia si ferisce nel tentativo di scagliare un ordigno o dove viene ricusato (da cui il soprannome “rabbit”) poiché per fortuna – una delle prime scene crude in un'opera ampiamente (almeno nella parte iniziale) dissacrante – non osa sgozzare (come quei bambini dovrebbero fare) un coniglio.

Qui Jojo – come d'altra parte il suo amico Yorki – mostra una natura su cui presumibilmente, in qualche modo, la madre Rosie è riuscita a imprimere un qualche segno sul piano del noli me tangere. Si sentirà, infatti, questo personaggio – Scarlett Rosie – a un certo punto del film discutere con Jojo, in campagna, al fine di dirigerlo verso ciò – l'amore – che nella fattispecie costituisce quanto davvero conta nella vita delle persone. Si tratta del suo lascito testamentario.

Per il resto l'opera è girata secondo una formulazione della storia in chiave leggera, volutamente, sospingendo risonanze della musica pop anglosassone, che in quella gioia che sembra riscaldare le anime (come in moltissimi regimi) finisce per trascinarle di fatto agli inferi.

In sostanza – e questa è una scelta inconscia ma assolutamente da considerare per quanto pertiene la regia – a dimostrarsi (come vistosamente può essere accaduto nel caso di quelle immense folle germaniche acclamanti Adolf Hitler – che era indiscutibilmente psicotico) quale questione anche attuale è l'imperdonabile leggerezza (la sconsideratezza cui si riferisce notabilmente Arendt in una famosa conversazione con Joachim Fest nel 1964) o dissociazione (sconfinante a propria volta in una terribile assenza di empatia) cui purtroppo si deve l'attuazione – attraverso una cosiddetta assenza di sé a sé stessi – di molti di questi crimini.

Si tratta di un problema evidente da non sottovalutare, a ogni modo. Un non rendersi conto di niente di cui restituisce prova anche la giornalista Sereny nelle interviste riportate in In quelle tenebre effettuate in prima istanza con F. Stangl (1974). “L'unica cosa che si poteva fare era di far lo gnorri” – riporta in un passo. 

Poiché in quella assenza che ricusa dal proprio sguardo – e soprattutto – dalla propria mente l'umanità (Arendt intorno a questo punto ha esplicato molto con il concetto di banalità del male) si crea di fatto un vortice – un nulla – nel quale (ovvero all'interno di quella nefanda spensieratezza) la sicura, certa, progressiva espressione dell'umano, in modo anche inconsapevole e ovviamente oltremodo ingiusto, potrebbe essere di fatto inghiottita. Il buco nero che Levi ha voluto – insieme a altri tra cui la senatrice della Repubblica Segre – riportare, descrivendolo scrivendo, al mondo.

In questo vortice, sul piano fisico e psichico, occorre di fatto non precipitare attraverso, per una buona volta, un deciso (ovvero che sia responsabile) volontario progresso della specie che senza indottrinare rifornisca la popolazione, in particolare qualora – come accade in democrazia – alcuni suoi componenti aspirino a un ruolo di rappresentanza.

In tal senso chi intende elevarsi al ruolo imprescindibile del politico, così come in altri organismi dirigenziali essenziali (amministrativi o specialmente giudiziari), non dovrebbe ancora farlo addirittura arrecando irrimediabile danno sulla base di simili condizioni.