Monica Vitti: una donna di talento in un sofferto “Che cos'è un'attrice”

Esiste un monologo straordinario realizzato qualche anno fa dalla voce (e dall'interpretazione, soprattutto) di un'attrice meravigliosa e d'antan (ma neanche tanto) e donna straordinaria come Monica Vitti.

Monica Vitti

Monica Vitti

Fiorenza Loiacono 16 dicembre 2020
Esiste un monologo straordinario realizzato qualche anno fa dalla voce (e dall'interpretazione, soprattutto) di un'attrice meravigliosa e d'antan (ma neanche tanto) e donna straordinaria come Monica Vitti.
In un simile lavoro, attraverso un contenuto che è in grado di inoltrarsi anche nella dimensione della sofferenza, Monica Vitti si riferisce anche all'importanza – il che vale quale punto di riferimento – di un talento o – come lei dice – di una cosiddetta vocazione. Per l'arte in questo caso.
Illustra, descrive, si inoltra.
Dice: “Lui non aveva fiducia in me […] e allora non sapevo più dove mettere le mani, non sapevo più come emettere...” evidenziando in questo specifico caso quanto l'improvvisa mancanza di uno sguardo – il che mai dovrebbe accadere – non improntato al riconoscimento ma alla conferma – possa gettare di fatto nella più mastodontica confusione. Una condizione in cui a livello di corso esistenziale, tutti – uomini e donne – dovrebbero imparare a non – mai – incappare. Con lo scopo di continuare a crescere più che – purché la società sia, per così dire, compliante – disperdersi.
Monica Vitti appare. Appare la sua estrema, vera, certa talentuosità. Oltre che il senso di quella professionalità che di questo dono, in vita, ha saputo con ogni evidenza occuparsi.
È in grado di offrirci qualcosa – qualcosa che anche sulla base di questi patrimoni custoditi – che possiamo vedere e riconoscere – va assolutamente incamerato (anche da parte di chi pensa di non possedere questo genere di passione) al fine di accrescerlo tramite il proprio lavoro, ad esempio, o promuovendo simili risorse nell'ambito della società/comunità cui si appartiene.
Monica Vitti illustra, descrive, sente e traduce. Uno, più stati d'animo.
Al centro è lei, lei, una donna in questo caso, come è ma anche – in potenza (se pensiamo alla figura dell'attrice) di come sarebbe se al centro della sua considerazione fosse presente realmente il pensiero estremamente focalizzato su quel dono che possiede: “Perché quando io penso alla mia vocazione non ho più paura della vita”.
In effetti, nonostante quanto aggiunge in seguito (“datemi un motivo perché possa credere di piacervi...”) non è verosimilmente affatto questo che, in teoria e in pratica, dovrebbe guidarla quanto la sicurezza discendente non solo dalla premura che a quel bene presente in lei dovrebbe riservare ma anche dalla consistenza derivante dalla coltivazione di quel talento. È questo, infatti, più che il piacere fornito da altri, che dovrebbe finire per costituire sul piano dell'espressione una linea approfondita e retta che proiettandosi in avanti attraverso l'opera futura sia in grado di segnare anche una sorta di punto di riferimento o – detto in altri termini – stella del cuore. O polare.