Perché Raffaella Carrà è un modello per il rinnovamento culturale della televisione

Cosa fare di questo patrimonio? Perché non considerarlo al fine della crescita e dello sviluppo culturale, economico, rinnovato del paese promuovendo nature egregiamente talentuose?

Carrà

Carrà

Fiorenza Loiacono 18 novembre 2020

Quanti di noi hanno in questo momento ben presenti i video – proposti anche all'interno di un canale come YouTube, ad esempio – in cui un'artista di fama – oltremodo intergenerazionale e internazionale – come Raffaella Carrà si presenta mentre canta e soprattutto balla, presenta in vari  casi insieme a altre celebrità come Mina?

Brani celebri come Fatalità (pubblicato e interpretato nel 1983) o Ballo ballo (1982) attirano ad esempio l'attenzione.

Raffaella – osservandola si può cogliere questo – si presenta come magnifica perché appare coinvoltissima e impegnatissima, più che abile e di grande capacità nello svolgere il proprio mestiere. Per questo si potrebbe considerare di vero e proprio esempio. Un cosiddetto modello. Soprattutto per quanto riguarda la ristrutturazione del panorama artistico intellettivo e televisivo italiano soprattutto questo momento storico.

Raffaella, infatti, si muove su quel palcoscenico, spesso rapidamente, dipingendo scenari dilettevoli (spesso aventi a che fare con l'amore) in modo sorprendente. Si presenta come capace, esperta rispetto al ritmo e al passo che deve possedere soprattutto in relazione all'immagine, di sostanza, che dovrebbe essere in grado di convogliare al cospetto del pubblico.

 

Nei confronti di questo, in particolare – senza sbandieramento di volgarità al pari di quanto accade oggi – Raffaella sembra riversare con tutta evidenza molta attenzione. In tal senso aggancia, attira a sé. Connette. 

Attraverso la sua presenza mostra decisa destrezza supportata da gentile, leggerissima fisionomia. La danza, il canto è vero, semplice, autentico, tanto da riuscire a, presumibilmente, trasmettere il significato in modo – si potrebbe dire – sorprendente. Attraverso – è evidente – un utilizzo sapiente (immagini che arrivano direttamente al cuore)  delle cosiddette metafore (“Io sono la delizia”). Simili brani risultano in tal senso puri, veri – al di là dell'evidente auspicabile genere di coraggio (altrimenti detto cura di sé) che alle protagoniste di questi piccoli “quadretti” dovrebbe essere infuso. Nessuno dovrebbe dire “Io sono la tovaglia” (Innamorata) al cospetto di qualcun altro quanto sarebbe auspicabile, come emerge da Ballo ballo, ogni tanto, la frase “Mi vorrei un istante riposare”.

 

Esiste in tal senso anche un'altra composizione, intitolata Gnam gnam (incisa nel 1981) in cui dopo la presentazione effettuata da parte di Vittorio Gassman – Raffaella parla di sesso attraverso metafore eleganti riferite al mondo della cucina e in particolare in relazione al suo effetto afrodisiaco. In modo, sempre, sapientemente metaforico, circondata da uno stuolo di donne  incappellate con amplissimi (sembrano dei dischi volanti) copricapi bianchi. Per non parlare poi di Chissà se va (scritta e incisa nel 1971) dove Raffaella si colloca sulla scia dell'invito a fare lanciandosi, una condizione per la quale sarebbe necessaria una base di civiltà, in cui anche l'evenienza del capitombolo diventa con tutta evidenza superabile. Raffaella in questo caso invita a operare qualcosa di buono per sé e, potenzialmente, anche per la persona, l'amica/o amata/o.

 

Le canzoni di Raffaella, in tal senso, costituiscono dei veri e propri “lampioni” nel dirigere, ovvero nell'indicare – come anche nel caso di Ballo ballo – una misura, ovvero una via, una espressione essenziale che, impiantandosi nel cerchio della cosiddetta verità, dovrebbe essere vista per il motivo secondo cui sarebbe fondamentale sostenerla, riscoprirla all'interno delle propria vita. Ancorandosi, alla realtà di senso – per cui serve percezione – di quanto si vive. In modo felice e  soprattutto armonico: non aggressive.

Nei momenti migliori, quindi – ovvero quando si è in connessione con qualcosa di invitante – un canto e una presenza come quella di Raffaella aiutano di fatto a mettere in moto, catalizzando  il movimento, il trasporto dell'anima – e da qui si intuisce la loro evidente autenticità – appassionando e sostenendo di fatto un trasporto per qualcosa che di fatto prende tantissimo.

Cosa fare dunque di questo patrimonio? Perché non considerarlo al fine della crescita e dello sviluppo culturale, economico, rinnovato del paese promuovendo – anche attraverso l'insegnamento fornito da figure come Raffaella – nature egregiamente (perché s'impegnano) talentuose? 

Una figura come quella di Raffaella, in tal senso, costituirebbe senza alcun dubbio una risorsa preziosa da recuperare per coadiuvare per quanto possibile il rilancio della sapienza espressa anche e soprattutto attraverso un lavoro culturale e artistico fondato sulla preziosità transecolare del patrimonio culturale italiano. L'Italia, in tal senso, non è stata solo e soltanto civiltà romana   e patria del Rinascimento ma anche culla segreta di una figura imponente storicamente come quella di Federico II di Svevia – più che dei Borboni - e soprattutto della cosiddetta magnifica – perché lo è stata – Magna Graecia. Se non si punta qui – sull'arte, sul canto, sul ben vivere, anche appassionandosi senza ingrassare alla buona tavola, a svilupparsi potrebbe essere non solo il culto per il gusto del nutrimento, materiale e spirituale, ma anche e soprattutto per un cosiddetto mestiere ben fatto.