8 settembre 1943: dal re vigliacco alla Resistenza che ci liberò dai nazi-fascisti

Risuonano preziose le parole di Carlo Azeglio Ciampi che, nei panni di Presidente di quella Repubblica che sarebbe sorta il 1° marzo 2001 pronunciò un discorso sulla drammatica vicenda di Cefalonia

Soldati italiani a Cefalonia

Soldati italiani a Cefalonia

Giuseppe Costigliola 8 settembre 2021

Chi non ha vissuto l’esperienza tragica della guerra, in particolare quella dell’8 settembre 1943, probabilmente non saprà mai attingere sino in fondo al suo più autentico significato. Noi, donne e uomini sazi, empaticamente miopi e resi cinici dai tempi che abbiamo la fortuna di vivere, possiamo soltanto immaginare l’angoscia, la confusione, lo smarrimento assoluto di quel giorno, e ancor più dei molti che seguirono – e immaginare è cosa ben diversa dal vivere.

Quando gli italiani ascoltarono alla radio le parole con cui Badoglio annunciava ad un popolo affamato, impoverito e distrutto da vent’anni di feroce dittatura fascista e tre di un terrificante conflitto l’armistizio con un nemico demonizzato da una lunga e martellante campagna propagandistica, lo sconcerto e il disorientamento si mescolarono indissolubilmente alla gioia dei più, alla disperazione degli eternamente ciechi e violenti. Il passato, uno spettro di tirannia e morte, allungava le sue ombre funeste su un presente di fame e di stragi, ma almeno s’apriva un tanto sospirato e atteso spiraglio di pace e di rinascita, anche se il futuro rimaneva avvolto nella paura e nelle tenebre.

Ci vuole davvero un grande sforzo per calarsi nei panni degli italiani che fummo: un Paese insanguinato, cancellato dalle bombe che piovevano dai cieli come micidiali confetti, violentato dal tallone di ferro di eserciti stranieri che imponevano a loro comodo i più turpi desideri, un’economia e un’amministrazione civile dissolte nel nulla, un governo sbriciolato, con le figure apicali in vile fuga da Roma, in miseranda compagnia di un reuccio con la sua corte dei miracoli, tutti vigliaccamente affannati a trovar salvezza nel meridione in mano agli alleati, le forze armate disciolte come neve al sole, senza uno straccio di ordine, una dirittura morale che non fosse quella di una scelta individuale: il caos più totale.

Nel mezzo, vasi di coccio in un mondo di acciaio e di piombo, una popolazione in balia della più nera afflizione, orbata negli affetti e puntellata di lutti, inselvatichita dalla fame dal dolore e dagli stenti, senza neanche più quattro mura diroccate dove rifugiarsi, privata persino d’una speranza a illuminare il presente, se non il futuro.

Fu certo il momento più basso vissuto dal nostro Paese nella sua storia recente. Eppure, come accade nelle vicende umane, quella tetra disperazione recava in sé i germi della rinascita. Bisogna credere a chi c’era, a chi indossava una divisa, a chi assunse su di sé il peso e l’onere morale d’una scelta di lotta e di risorgimento. Per questo risuonano preziose le parole, i ricordi di Carlo Azeglio Ciampi che, nei panni di Presidente di quella Repubblica che sarebbe sorta sulle ceneri di quei tragici momenti, il 1° marzo 2001 pronunciò un discorso sulla drammatica vicenda di Cefalonia, avvenuta nel settembre del 1943, epitome di quel che sarebbe accaduto in seguito.

Un discorso che andrebbe letto nelle scuole, scolpito nella pietra, a presente e futura memoria. Perché in quei tragici giorni nacque e germogliò un sentimento nobilissimo che illuminò le scelte dei coraggiosi di quel tempo e che ancor ci illumina, un sentimento il cui valore morale è fondamento del nostro presente, del nostro futuro, incredibilmente di nuovo avvolto dalle sozze nubi del fascismo e dell’intolleranza. Eccole, quelle parole:

“Noi, che portavamo allora la divisa, che avevamo giurato, e volevamo mantenere fede al nostro giuramento, ci trovammo d’improvviso allo sbaraglio, privi di ordini. La memoria di quei giorni è ancora ben viva in noi. Interrogammo la nostra coscienza. Avemmo, per guidarci, soltanto il senso dell’onore, l’amor di Patria, maturato nelle grandi gesta del Risorgimento. Voi, alla fine del lungo travaglio causato dal colpevole abbandono, foste posti, il 14 settembre 1943, dal vostro comandante, Generale Gandin, di fronte a tre alternative: combattere al fianco dei tedeschi; cedere loro le armi; tenere le armi e combattere. Schierati di fronte ai vostri comandanti di reparto, vi fu chiesto, in circostanze del tutto eccezionali, in cui mai un’unità militare dovrebbe trovarsi, di pronunciarvi. Con un orgoglioso passo avanti faceste la vostra scelta, ‘unanime, concorde, plebiscitaria: ‘combattere, piuttosto di subire l’onta della cessione delle armi’. Decideste così, consapevolmente, il vostro destino. Dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia. Combatteste con coraggio, senza ricevere alcun aiuto, al di fuori di quello offerto dalla Resistenza greca. Poi andaste incontro a una sorte tragica, senza precedenti nella pur sanguinosa storia delle guerre europee. Si leggono, con orrore, i resoconti degli eccidi; con commozione, le testimonianze univoche sulla dignità, sulla compostezza, sulla fierezza di coloro che erano in procinto di essere giustiziati. Dove trovarono tanto coraggio ragazzi ventenni, soldati, sottufficiali, ufficiali di complemento e di carriera? La fedeltà ai valori nazionali e risorgimentali diede compattezza alla scelta di combattere. L’onore, i valori di una grande tradizione di civiltà, la forza di una Fede antica e viva, generarono l’eroismo di fronte al plotone d’esecuzione. Coloro che si salvarono, coloro che dovettero la vita ai coraggiosi aiuti degli abitanti dell’isola di Cefalonia, coloro che poi combatterono al fianco della Resistenza greca, non hanno dimenticato, non dimenticheranno. Questa terra, bagnata dal sangue di tanti loro compagni, è anche la loro terra. Divenne chiaro in noi, in quell’estate del 1943, che il conflitto non era più fra Stati, ma fra principi, fra valori. Un filo ideale, un uguale sentire, unirono ai militari di Cefalonia quelli di stanza in Corsica, nelle isole dell’Egeo, in Albania o in altri teatri di guerra. Agli stessi sentimenti si ispirarono le centinaia di migliaia di militari italiani che, nei campi di internamento, si rifiutarono di piegarsi e di collaborare, mentre le forze della Resistenza prendevano corpo sulle nostre montagne, nelle città”.

Al netto della comprensibile e, in questo caso, giustificata retorica, queste parole risuonano ancora e sempre con impeto e forza straordinaria per tutti coloro che hanno a cuore la libertà, la democrazia, la giustizia e l’uguaglianza di tutti gli esseri viventi. Il modo più fecondo per contrastare i risorgenti spettri del fascismo che agitano i nostri tempi di nuovo rabbuiati, per combattere una battaglia di civiltà degna di coloro che sacrificarono la vita per creare un Paese libero e giusto, ripulito dalle scorie di una dittatura oscena, è incarnare il significato di questi principi nel nostro vivere quotidiano, nelle nostre decisioni, nel nostro modo di relazionarci l’un l’altro, nel nostro scegliere una classe politica che su quei sacri ideali si sia formata e concretamente lotti per affermarli.

Soltanto così potremmo esser degni dei nostri connazionali che vissero e perirono quell’8 settembre e nei lunghi mesi della guerra di liberazione, i resistenti che diedero corpo sangue e anima ad un’ideale supremo di libertà, i tanti che negli anni del dopoguerra misero le proprie vite al servizio di quegli ideali, in ogni campo.