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Alberto Sordi, il perfezionista che raccontava l'Italia ribollente e disordinata

Giancarlo Governi, che di Sordi è stato amico e collaboratore ha pubblicato "Storia di un Italiano" sul grande attore romano. Un racconto che suscita anche curiosità e nuovi interrogativi

Alberto Sordi
Alberto Sordi

globalist

14 Giugno 2020 - 17.03


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di Marco Buttafuoco
Giancarlo Governi è stato un compagno di viaggio importante di Alberto Sordi, il mito italiano che nacque cento anni fa a Roma. La loro vicinanza inizia, nel 1979, con la realizzazione della serie televisiva Storia di un italiano, un lungo racconto documentaristico della carriera dell’interprete de Lo Sceicco Bianco. S’intitola quindi proprio Storia di un Italiano (Fandango, 250 pagg, € 17, ebook € 9,99) questo bel libro, quasi una biografia, giocata fra ricordi personali e la consultazione di un vasto materiale d’archivio attinto proprio dalla Fondazione Museo voluta dall’attore e a lui intitolata.
Quasi una biografia non è una connotazione limitativa: come spesso fanno i buoni libri, quello di Governi racconta molto, ma suscita anche nuovi interrogativi e curiosità, mette la voglia al lettore di approfondire e conoscere di più E ‘oramai assodato che la storia di questo gigante dello spettacolo coincide, nel bene e nel male, con la storia del nostro paese dal 1945 ai primi anni ottanta.
Lo aveva già capito Pasolini, quando nel 1960 scriveva: “ La bontà: ecco quello che manca totalmente in Sordi. Charlot ha fatto ridere tutto il mondo perché era buono; Harold Lloyd, Stan Laurei e Oliver Hardy hanno fatto ridere tutto il mondo perché erano buoni; Tati fa ridere tutto il mondo perché è buono. La Magnani – che tuttavia non si può dire una «comica», nel senso stretto della parola – è piaciuta a tutto il mondo, pur essendo così particolaristica-mente italica, perché è generosa, appassionata.
Alla comicità di Alberto Sordi ridiamo solo noi: perché solo noi conosciamo il nostro pollo. Ridiamo, e usciamo dal cinema vergognandoci di aver riso, perché abbiamo riso sulla nostra viltà, sul nostro qualunquismo, sul nostro infantilismo.”
Così nel 1978, per la gioia dei giovani militanti di un sogno rivoluzionario ormai al tramonto Nanni Moretti lanciava la sua celebre invettiva “Vi meritate Alberto Sordi” , ma è altrettanto vero che Lotta Continua vide, sprezzantemente, in quella pellicola l’eredità morale de I Vitelloni.
A destra Marcello Veneziani scrive, nel 1994, un articolo intitolato “Ammazziamo Alberto Sordi” ove affermava testualmente che il “sordido sordismo” era una piaga nazionale, “vera ideologia del compromesso storico” e dell’attore come del massimo rappresentante dell’Italia vigliacca e mammista. I suoi personaggi, “condensano il peggio prodotto dalla nostra nazione in questo mezzo secolo: la viltà e il pressappochismo, la fuga dalle proprie responsabilità e l’ ostentazione dell’accrocco e dello scrocco, tipici di una versione grottesca del romanesco il servilismo verso i potenti e gli stranieri… il passatismo e la risata, il tutto incartato nel trinomio: egoismo, edonismo pacchiano e familismo…”.
Secondo le testimonianze dello stesso attore Anche Almirante e Fini ebbero a criticarlo aspramente. Naturalmente molti intellettuali, a cominciare dall’esigentissimo Goffredo Fofi, ne hanno evidenziato la grandezza e il talento. 
La lettura del libro di Governi suggerisce tuttavia anche un’altra chiave di lettura della vicenda sordiana (oramai si può tranquillamente usare per lui un aggettivo dedicato). Sordi rappresentava i limiti di una nazione ribollente e disordinata, ma era anche, da un punto di vista professionale, un uomo meticoloso, perfezionista. Studiava i suoi personaggi in ogni dettaglio, interveniva sulla storia, studiava continuamente la realtà in cui si muoveva. Non a caso, soprattutto nelle testimonianze che chiudono il libro, si nota come Sordi fu anche il modello di molti colleghi d’Oltreoceano. Era un uomo inquieto e curioso, un termometro vivente di una realtà in continuo mutamento.
Viene da chiedersi, leggendo le pagine di questa Storia d’un Italiano, come avrebbe giudicato la realtà italiana di oggi, così arruffata e strillata. Come avrebbe visto l’epidemia complottista, l’esaltazione dell’ignoranza e la deriva dei social media?
Parafrasando la celebre chiusa della prefazione italiana del Manifesto del Partito comunista, firmata da Engels, viene da chiedersi se l’Italia ci darà mai un nuovo Sordi che racconti l’avvento di un’era per certi versi già distopica.

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