Non solo Bella Ciao ma anche Fischia il vento: perché il vento fischia ancora

Tutta l’Italia migliore partecipò alla Resistenza. Ci furono formazioni comuniste, socialiste, quelle cattoliche, quelle liberalsocialisti di Giustizia e Libertà, ma anche i liberali, i monarchici, i carabinieri.

Partigiani

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Giancarlo Governi 24 aprile 2020

Mi domando: che cosa significhi questa festa della Liberazione oggi, in un Italia rinchiusa in casa e spaventata, che brancola nel buio, che sembra aver perso tutti i riferimenti politici e culturali e persino quelli della Storia, creando un vuoto enorme dove si sono infilati tutti i fascisti di ieri e di oggi, mascherati da combattenti per la libertà, quella libertà di cui possono godere perché ci furono quelli che combatterono anche per loro? Cosa significa il 25 Aprile per questi signori che vorrebbero che non fosse divisivo e che diventasse la festa della liberazione dal virus, e che in quel giorno si cantasse La leggenda del Piave, un inno canzone che, al pari del Canto degli Italiani dovremmo cantare tutti i giorni dell’anno? Insomma la Festa della Liberazione invece di ribadire suoi significati profondi, sembra diventare una occasione di divisione e di scontro politico.

Da un po’ di tempo a questa parte è comparso nel linguaggio comune un vocabolo desueto. Il primo a riesumarlo è stato Antonio Ricci come manifesto del suo programma trentennale “Striscia la notizia”, che ha appellato “la voce della resilienza”. Sono sicuro che nelle intenzioni di Ricci non ci fosse alcun significato politico ma che invece ci sono, eccome se ci sono, in molti che usano questo vocabolo desueto per non usare il più giusto, e storico, Resistenza.
Resilienza è un termine tecnico, usato fino ad ora soltanto dagli ingegneri perché significa “capacità di un materiale di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi”, mentre, sempre citando lo Zingarelli, resistenza significa “sforzo contrario che permette di opporsi, resistere all’azione di qualcosa”. Il primo, resilienza, sta a significare qualcosa di passivo, mentre il secondo, resistenza sta a significare qualcosa di attivo, come fu la Resistenza, quella con la erre maiuscola.
Quindi il 25 Aprile un potrà mai essere una festa condivisa, una festa che appartiene a tutti e perché è la festa di chi si oppose e resistette fino alla liberazione dal nazifascismo. Una vittoria che è costata tanto sangue e tanto sacrificio di giovani vite per la nostra libertà e il nostro futuro. Disse Sandro Pertini, il presidente della Repubblica più amato, un uomo che si batté per la nuova Italia, che sacrificò la propria giovinezza che si consumò fra galera, lotte e confino, “Certo noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata. Tuttavia essa diviene una fragile conquista e sarà pienamente goduta solo da una minoranza, se non riceverà il suo contenuto naturale che è la giustizia sociale. Libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l'un termine presuppone l'altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale.”
Oggi si vuole che il 25 aprile sia una festa condivisa, ed è giusto, ma molti non vogliono riconoscere che quelli che ci dettero la libertà dovettero combattere contro altri italiani che invece questa libertà ci negarono. Un sottotenente della Folgore che resistette a El Alamein alle forze inglesi soverchianti, disse che la Resistenza nacque lì, in odio all’alleato tedesco che nella terribile ritirata nel deserto impediva ai poveri soldati italiani di aggrapparsi ai loro camion. La Resistenza cominciò a Porta San Paolo quando un gruppo di militari e di civili difese la Capitale contro le soverchianti forze tedesche, mentre il re con il suo seguito si imbarcava a Pescara sul Baionetta, diretto al Sud, lasciando l’esercito allo sbando e il Paese in balia dei tedeschi, che da alleati si erano trasformati in invasori. La resistenza incominciò a Cefalonia, dove più di 5000 italiani preferirono la morte piuttosto che cedere le armi ai tedeschi. Qualcuno disse che quel giorno morì la Patria, niente di più falso perché quel giorno, a Cefalonia, a Porta San Paolo la Patria risorse a nuova vita.
Il 25 aprile si ricorda l’insurrezione delle grandi città del Nord dove i partigiani avevano resistito per un anno e mezzo, ma avevano difeso anche con le armi le fabbriche che i tedeschi volevano smantellare o sabotare.
Tutta l’Italia migliore partecipò alla Resistenza. Ci furono formazioni comuniste, le famose brigate Garibaldi, ma ci furono le formazioni socialiste, intitolate a Matteotti, il martire dell’antifascismo, le formazioni cattoliche, le formazioni dei liberalsocialisti di Giustizia e Libertà, ma anche i liberali, i monarchici, i carabinieri (in Valdorcia, in Toscana, le formazioni partigiane erano comandate da un maresciallo dei carabinieri).


In questo senso possiamo dire che la Resistenza e la Liberazione sono di tutti, perché tutte queste forze politiche e sociali e culturali concorsero alla cacciata dei nazisti e dei fascisti ma anche alla ricostruzione morale e materiale del Paese.
Oggi che senso ha festeggiare con convinzione il 25 aprile? Al dovere di mantenere viva la memoria e di tramandarla alle giovani generazioni, si aggiunge una risposta vigile ai rigurgiti fascisti che si manifestano sempre più evidenti, nella nostra società, che si annidano nei meandri del disagio sociale ed economico. Per questo dobbiamo ribadire con forza: ora e sempre Resistenza! E oltre alla nostra canzone tradizionale “Bella ciao” divenuto l’inno mondiale della Libertà, persino cantato dai ragazzi che si ribellano alla distruzione del Pianeta, bisogna aggiungere anche “Fischia il vento” perché si sente che il vento fischia ancora…