Ricordo di Lee Konitz, musicista geniale

Enrico Pieranunzi ricorda il jazzista Lee Konitz, scomparso il 15 aprile 2020. Nella sua cita partecipò all'incisione di Birth of the cool con Miles Davis

Lee Konitz

Lee Konitz

globalist 20 aprile 2020

di Enrico Pieranunzi 

“Mi piace il jazz, non l’ambiente del jazz”, mi disse una volta Konitz. Lee era spesso spiazzante, timido e straordinariamente intenso. Come la sua musica: riservata ma arrischiata, lunare ma vibrante, originale e commovente. Speciale. Se n’è andato il 15 aprile di questo 2020 purtroppo anch’esso speciale, stroncato dal virus che sta cambiando la vita di tutti noi. La fine l’ha colto in quella New York in cui era arrivato nella seconda metà degli anni ’40, da Chicago, in tempo per prender parte ad una delle più incredibili sedute d’incisione di tutta la storia del jazz: quella che nel 1948, sotto la leadership del ventiduenne Miles Davis, diede vita a Birth of the cool, disco-manifesto di una corrente del jazz che sarebbe durata poco in termini temporali ma che avrebbe avuto l’immenso merito di rivelare al mondo i talenti precoci e già sconfinati di giovani musicisti come lo stesso Davis e, appunto, l’allora ventunenne Konitz. Fu in quegli anni che Lee strinse un rapporto molto stretto con Lennie Tristano, grandissimo pianista di origine italiana, non vedente, anch’egli di Chicago, nella cui concezione musicale l’improvvisazione jazzistica in stile bop si fondeva mirabilmente con elementi provenienti dalla più evoluta musica colta del Novecento. “Studiare con Tristano era un po’ come essere introdotti in una società segreta”, ebbe modo di dire Konitz nel corso di un’intervista. “Cosa ho imparato da lui? Qualcosa che mi accompagna sempre, e non soltanto qualcosa di cui parlare”.


Konitz smentiva sia nell’aspetto che nei modi di fare e di suonare il cliché dell’artista rivoluzionario, del sovvertitore di linguaggi. Eppure, un po’ come Bill Evans nel pianoforte, anch’egli ha realizzato una vera e propria rivoluzione silenziosa. La sua visione della performance jazzistica era anti-muscolare, raffinata, fatta di voli sonori intrapresi senza il paracadute del già-conosciuto. Il suono etereo e penetrante del suo sax rendeva le sue improvvisazioni più interrogative che affermative e sembrava coinvolgere i suoi partner e gli ascoltatori in una sorta di riflessione filosofica sul suono stesso e sulle sue infinite possibilità. Chi scrive ha avuto il privilegio di condividere con lui concerti, incisioni e tante ore preziose di vita. Se suonare con Lee era come andare ogni volta “al di là dello specchio” e trovarsi in una dimensione musicale del tutto nuova, anche parlare con lui era un’esperienza affascinante. Grazie al suo proverbiale, sottilissimo sense of humor, al suo modo tipicamente jewish di vedere il mondo osservandolo da angoli di visuale mai banali, le conversazioni con lui scivolavano via leggere, come immerse in una impalpabile luminosità. Toccante il suo modo di vivere la musica, appassionato, umile, sempre autocritico. Suonare per lui non era esibire ma esplorare, esplorare un mistero e, suonando, darne testimonianza. Una volta, dopo un concerto, ci trovammo a parlare dei massimi sistemi, delle nostre idee in merito al “dopo”. “Mi piace pensare che ci sia qualcosa” mi disse “preferisco così, mi fa stare bene”. E allora, Lee, ti do un immenso abbraccio dove ami stare adesso. Voglio pensare che sei lassù e che stai suonando il sax alla tua inimitabile maniera in jam session con Charlie Parker. E sono certo che Bird ti dirà di nuovo, come fece alla fine degli anni ’40 dopo averti sentito la prima volta: “Sei l’unico che non suona come me”.