Andrea Pennacchi, il nonno e la guerra: “All’inizio, ci sembrava il paradiso. Poi abbiamo imparato a uccidere”

Non è il Poiana questa sera a Propaganda Live Andrea Pennacchi, ma l'attore racconta la prima guerra mondiale vista dagli occhi del nonno bersagliere

Andrea Pennacchi a Propaganda Live
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10 Gennaio 2020 - 21.03


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Con il mondo che all’inizio di questi anni ’20 del 2000 si trova, esattamente come un secolo fa, sull’orlo di una nuova guerra, Andrea Pennacchi ne approfitta per raccontare quel che gli diceva suo nonno, bersagliere sull’Altopiano di Asiago durante la Prima Guerra Mondiale. 
“Oggi non faccio il Poiana. Non perché non avrebbe qualcosa da dire sulla guerra, ma perché questa terza guerra mondiale che si svolge altrove, questa attesa, mi ha fatto pensare a un altro parente, mio nonno, che era bersagliere nella prima guerra mondiale. Dopo un primo periodo pacifico si trovò nell’inferno e voglio farvi sentire cosa aveva da dire lui”

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Eravamo contenti, la parola giusta era entusiasti: sei giovane, voglio far robe. Quando salivamo alla strada militare, eravamo coi piedi nel futuro. Avevo visto solo una macchina in tutta la mia vita, ma lassù eravamo dentro il ‘900, con tutti e due i piedi. Le macchine, i carri, le autoblindo che quando ti superavano ti sputavano in faccia il fumo, in cielo i dirigibili, gli aeroplani. Giovani dappertutto, quelli di Milano, quelli di Trento, i Calabresi, i sardi – piccoli ma cattivi. Andavamo su cantando, non pareva scoppiata la guerra, ma la primavera. Non pareva una guerra, addirittura ci annoiavamo. Il tenente ci chiamava smidollati: ‘per voi la guerra non è qualcosa che si impara, ma qualcosa che si fa’ ci diceva.

Neonati alla guerra eravamo, tutti. Andavamo alla carica, il tenente davanti a tutti, con la camicia rossa. E poi abbiamo imparato. A metterci l’elmetto, a scavare la trincea. Abbiamo imparato a fare i cecchini, come gli austriaci. Lo aveva capito anche il tenente, che non ci si mette in prima fila, ma dietro, e senza camicia rossa, che ti rende visibile. Quando vedevi una testa a chiodo che veniva fuori dai sacchi di sabbia, la prendevamo. Non ti sembra neanche di ammazzare un uomo così: era un elmetto, non era nessuno. Se gli parlassi, se vedessi le sue foto, allora sarebbe qualcuno, ma così è un bersaglio.

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Stavamo bene all’inizio della guerra. Uno di Napoli ce lo diceva sempre: diceva, il Carso è l’inferno, in Friuli, quello è l’inferno, no l’altipiano di Asiago. Diceva che era il paradiso”. 

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