Padre Zonta racconta Exodus, ossia “L’Epopea dei migranti nella pittura di Safet Zec.

L'artista è nato in Bosnia Erzegovina. Ora i suoi dipinti riguardano i profughi del Mediterraneo, i naufraghi sorpresi dalla forza del mare mentre tentano di attraversarlo

Exodus, la mostra sulla pittura di Safet Zec

Exodus, la mostra sulla pittura di Safet Zec

Riccardo Cristiano 5 luglio 2019

Che guerra è stata la guerra che portò gli achei a distruggere l’antica Troia? E’ una domanda che nella cultura moderna conta molto poco: conta molto di più il destino e la missione umana di Enea. Quando la sua città fu data alle fiamme dai vincitori lui prese il vecchio padre, Anchise, sulle sue spalle e fuggì. Attraversò il mondo di allora, il Mediterraneo, e giunse sulle nostre coste, divenendo per Virgilio il progenitore degli antichi romani.
E’ questo antico racconto e il suo significato ciò che viene in mente leggendo l’articolo che il gesuita Claudio Zonta ha scritto per il nuovo numero de La Civiltà Cattolica al riguardo di una mostra pittorica, Exodus, intitolato “L’Epopea dei migranti nella pittura di Safet Zec.”
Safet Zec è un artista, un profugo, del quale padre Zonta scrive: “ Safet Zec nasce nel 1943 nella città di Rogatica, in Bosnia Erzegovina. Studia e approfondisce la propria passione artistica presso la Scuola superiore di Arti applicate di Sarajevo e all’Accademia di Bel- le Arti di Belgrado. Come pittore e incisore diviene protagonista del movimento denominato «realismo poetico», ma ben presto, a causa della guerra dei Balcani, è costretto a fuggire da Sarajevo, portando con sé la moglie e i due figli.” Raccontando la sua arte anni fa di Zec è stato scritto: “ I teli appoggiati sulle sedie configurano allora sudari dell’anima; le giacche appese al muro e le porte chiuse evocano un abbandono improvviso e obbligato; le mani ricorrenti sono un segnale di preghiera, e il pane appare con tutta evidenza un simbolo di sacralità.”


Questo rapporto con il sacro permane nell’opera di Zec, Exodus, di cui si occupa padre Zonta. Ora i suoi dipinti riguardano i profughi del Mediterraneo, i naufraghi sorpresi dalla forza del mare mentre tentano di attraversarlo. Come Alan, il bambino morto sulla rotta balcanica e immortalato in una tela di Zec. Tela e carta di giornali costruiscono la base sulla quale lui racconta e ci fa rivivere questa nuova epopea. Il racconto di padre Zonta è illuminante, perché ci fa capire con ogni probabilità un messaggio di questa vicenda mediterranea che non abbiamo capito. Lui parte dall’opera intitolata Barca, della quale ci dice: “Nelle tele di Zec, a poppa, si osservano i bambini difesi dall’abbraccio dei genitori; le robuste mani degli uomini sorreggono, come corpi morti, la fragile esistenza dei propri figli: il proprio futuro. In primo piano sono rappresentati corpi stesi, sfiniti, avvolti in bianche vesti, come sudari. I volti visibili dei bambini sono spenti, lo sguardo perso nel vuoto. Al centro dell’opera, una forte luce bianca illumina il corpo di una bambina, con gli occhi chiusi, adagiata tra le ginocchia del padre, le cui mani dolcemente sfiorano quelle piccole di lei. A fianco si trova un’altra bambina, seduta, sul cui grembo è posto un pane, simbolo non solo dell’alimento necessario, ma anche del senso della durezza della vita, delle asperità. Per il cristiano, inoltre, esso evoca il pane spezzato di Cristo, umile tra gli umili, quel pane eucaristico che trasforma la vita e rende misericordiosi.” Si passa quindi alla tela che raffigura Alan, solo, abbandonato come un rifiuto. L’idea dell’abbandono e del rifiuto viene da una una vicina lattina, storta come Alan, abbandonata come Alan: la famosa “cultura dello scarto”, che va dai rifiuti abbandonati all’abbandono dell’umanità rifiutata. Diviene così impossibile non soffermarsi sul senso delle foto originali, scattate dalla fotoreporter Nilufer Demir, con una scritta, anch’essa di colore rosso, che si rivolge al visitatore: «Caro Alan, non sei solo...!?».
Siamo alla tela decisiva, intitolata L’abbraccio. Scrive padre Zonta: “in una di esse, in particolare, è rap- presentato un uomo che tiene in braccio due bambini: lo sforzo è concentrato sulla gamba sinistra, di cui si può osservare la tensione dei tendini e dei muscoli che fanno leva sul piede. La posizione della gamba richiama, anche per la forte luce, la scena de La crocifissione di San Pietro di Caravaggio – che si trova nella Cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo, a Roma –, in cui la figura, china sotto la croce, fa leva sulla propria gamba per alzare la croce su cui è posto l’apostolo Pietro.”
Tutto questo è il cuore di un bellissimo articolo sull’arte di un grande artista e sulla fede che con ogni evidenza lo unisce a padre Zonta. Ma la loro grande visione, l’arte di Zec e la lucidità del recensore, parlano a tutti, credenti e non credenti, consentendoci di vedere un nuovo volto del dramma che si consuma quotidianamente intorno a noi e che noi chiamiamo dramma dei profughi, dei naufraghi, dei richiedenti asilo, dei fuggiaschi. Che cosa non abbiamo visto? Il movimento di popolo e di vita. Il movimento era comunque al centro nella fuga del racconto biblico della traversata del Mar Rosso, il movimento di un popolo scacciato, senza soccorsi, senza cibo. Il movimento era al centro del racconto di Enea, e dalla sua fuga nascerà la nostra civiltà. Oggi si coglie nelle foto e nel racconto di questa bellissima esposizione, che rimarrà fino a fine luglio nella Chiesa romana del Caravita, un nuovo movimento: il movimento di un popolo che rifiuta la morte, cioè la paralisi, la guerra, il silenzio, la cultura dello scarto. Questo movimento è l’unico movimento mondiale che unisce questo, attraversandolo, nostro mondo di oggi. Questo movimento è la sola novità culturale, segnata da dolore, certamente, ma anche dalla capacità di dire di no alla morte, all’oppressione, alla cultura dello scarto. E’ un movimento globale che padre Zonta ci racconta con grande passione e che ha nella rifondazione del Mediterraneo uno dei suoi cardini. A costi altissimi ma fondamentali, per il futuro di tutti noi. Che poi siano loro i progenitori della civiltà mediterranea e romana di domani lo saprà soltanto chi ci arriverà a quel giorno. Ma il processo sembra indiscutibilmente un enorme cammino di popolo, della forza rivoluzionaria e pacifica della sua marcia per la vita del vivere insieme, non rintanati dentro la propria trincea.