Giorgio Gaber, dall'impegno alla disillusione fino alla disperazione

Dalla Milano del rock ‘n roll all’isolamento e al rifiuto. Quaranta anni di lavoro e di ricerca che hanno prodotto più di 250 brani musicali e 24 spettacoli teatrali.

Giorgio Gaber

Giorgio Gaber

Giancarlo Governi 25 gennaio 2019

All’inizio degli anni Settanta c’è una svolta nella carriera di Giorgio Gaber. Mina gli fa scoprire il teatro, perché vanno in tournée insieme e Gaber scopre il contatto con il pubblico. “Facevo un’ora e un quarto per un pubblico che non era venuto per me, ma per Mina”. Mina faceva la seconda parte e nel finale assieme il pubblico impazziva.


Nel 1970 nasce Il signor G (dove G sta per Gaber ma anche per Gente). Per G. è la rivoluzione: la canzone monologo, a tema. I temi sono: il dubbio, la noia, il consumismo, l’alienazione, l’impegno e la partecipazione.


Con questa scelta G. decide di vivere il suo tempo praticamente “in diretta”, fuori dagli schemi fasulli del mercato discografico. Ed anche da una televisione che non ti lascia più spazio e diventa sempre più invadente. La televisione bernabeiana negli anni del declino che porteranno alla riforma del 1976. Negli spettacoli più maturi racconta quello che succede in quegli anni del post-sessantotto. La confusione, l’impegno, le speranze della gente, l’estremismo.


Il consumismo “come macchina inarrestabile, che ti costringe a lavorare, comprare, consumare, un ingranaggio che ti travolge, che ti divora dentro… e tu non puoi fermarti e anche quando trovi qualche minuto per stare con un amico non sai che dire:


Non è che mi manchi la voglia


O mi manchi il coraggio


È che ormai son dentro


Nell’ingranaggio


In questi spettacoli ci sono alcune delle canzoni più belle scritte con Luporini come La libertà, in cui indica un alternativa al consumismo e una difesa  contro l’ingranaggio che ti stritola: la partecipazione.


Siamo ancora al G. che cerca una soluzione e la cerca all’interno del movimento.


Sono incominciati gli anni della crisi, del terrorismo di fronte al quale tutto si sgretola, le certezze e i dubbi costruttivi. Gaber avverte tutto questo. “Sente di nuovo che i tempi stanno cambiando in peggio, e come al solito lo traduce in testi, in musica”


Al centro della crisi c’è il PCI che è bloccato, come paralizzato di fronte alla crisi, e non sa dare le risposte giuste, quelle che da decenni i compagni si aspettano e arrivano nei momenti cruciali.


Un altro bersaglio di Gaber è il femminismo con le sue rigidezze, con la sua ottusità che rischia di compromettere il rapporto a due.


“ I miei spettacoli nascono d’estate a Viareggio, non perché la Versilia sia particolarmente congeniale all’ispirazione o perché io sia un patito del sole e del mare. No, nascono a Viareggio perché è lì che abita Sandro Luporini….


Per questo, per lavorare con Luporini, Gaber si compra una casa a Montemagno, fra le colline di Pietrasanta.


 


Negli anni Ottanta si matura in maniera irreversibile la crisi di G., mano a mano che avanza il riflusso. Restano la rabbia e la nostalgia.


“Cosa rimpiango di allora? Quello di cui oggi molti sentono la mancanza: la tensione morale, il piacere di essere in tanti; la speranza di partecipare al cambiamento: Tutto è finito malissimo e troppo in fretta, in pochi minuti. Quelli che un tempo hanno creduto, oggi sono ammutoliti, ma anche quelli che non credevano non parlano più: nessuno ha il coraggio di dire che c’erano in Italia milioni e milioni di stronzi: Tutti hanno la lingua tagliata, tacciono”


Ma Gaber era comunista?


“Io ero uno di quelli che sono stati, che si sono sentiti comunisti, perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un sogno, un volo era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita. Credo che anche per la maggior parte di chi viene a vedermi, a cui magari i comunisti non sono piaciuti mai, siano queste le ragioni della commozione, della nostalgia, del senso del vuoto di oggi”.


La destra la sinistra


La mia generazione ha perso


Sono i brani che meglio certificano il senso del fallimento fino alla disperazione finale di “Io non mi sento italiano” e “Non insegnate ai bambini”, ancora più terribile perché c’è la rinuncia a trasmettere alle nuove generazioni la memoria e i principi morali attraverso la funzione pedagogica.


Qualsiasi cosa potremmo insegnare loro sarebbe deleteria e sbagliata. Diamo ai nostri bambini, soltanto l’amore.


 


Giorgio Gaber un uomo che ha vissuto, sulla sua pelle, il suo tempo passando dalla ricerca, all’impegno, al disincanto, alla disillusione fino alla disperazione finale.


Dalla Milano del rock ‘n roll, potremmo dire alla disperazione consumata dell’isolamento e del rifiuto. Quaranta anni di lavoro e di ricerca che hanno prodotto più di 250 brani musicali e 24 spettacoli teatrali.