Elias Canetti: la preziosa testimonianza di un Premio Nobel sullo sfascio di Roma

Con la sua testimonianza, Canetti contribuisce a decifrare processi di cambiamenti, le discontinuità e le persistenze, nel nostro Paese a quasi un secolo dall’unità d’Italia.

Elias Canetti

Elias Canetti

Giampiero Monetti 2 dicembre 2018

Sono lontani i tempi dell’annuncio radiofonico di un attacco extraterrestre: dalle pagine di un romanzo di fantascienza, alla voce del giovane Orson Welles. Lontani i tempi delle Interviste impossibili trasmesse sempre dalla radio, in cui poeti, narratori e autori della Rai immaginavano il pensiero e le parole di grandi figure del passato, incontrandole nella finzione di un divertimento letterario. E lontani sono i tempi della propaganda e delle falsificazioni sulla stampa dei regimi totalitari.


Oggi, nel campo dell’informazione simultanea e diffusa, che si protende nella comunicazione dei social network, assistiamo non senza preoccupazione a casi di manipolazione di dati e di documenti.


Così, per testare l’attenzione dei lettori e per misurarne il grado di curiosità, – in un breve testo, nella forma di due isolati frammenti - si dà voce ad un analista d’eccezione, Elias Canetti, che definiremo un inviato dal passato. Elias Canetti, scomparso nel 1994, era uno scrittore e saggista bulgaro Premio Nobel per la letteratura nel 1981, ed era un uomo che amava molto l’Italia. Con la sua testimonianza, Canetti contribuisce a decifrare processi di cambiamenti, le discontinuità e le persistenze, nel nostro Paese a quasi un secolo dall’unità d’Italia.


“L’autocoscienza di una nazione moderna, il suo comportamento in una guerra -scrive Canetti- sono di grande misura collegati alla riconoscibilità dei suoi simboli nazionali di massa. La storia può giocare un brutto tiro ad alcuni popoli, molto tempo dopo che essi si sono conquistati l’unità. A questo proposito, l’Italia può essere esempio di quanto sia difficile per una nazione concepire sé stessa quando le sue città sono popolate di grandi ricordi e il suo presente è volutamente confuso con tali ricordi…”


“Gli edifici di massa dell’antichità -continua Canetti- sorgevano ancora intorno, vuoti; l’anfiteatro era una rovina molto ben conservata. Ci si poteva sentire in esso privi di diritti e ripudiati. La seconda Roma, invece, la Roma di San Pietro, aveva conservato a sufficienza la sua antica attrazione. La chiesa di Pietro si riempiva di pellegrini d’ogni parte del mondo. Ma questa seconda Roma non era certo atta a fungere da polo di discriminazione nazionale. Essa si era sempre volta indistintamente a tutti gli uomini, e la sua organizzazione risaliva a un tempo in cui le nazioni nel senso moderno non esistevano ancora. Fra queste due Roma, il sentimento nazionale dell’Italia moderna era come paralizzato. Non c’era scampo, poiché c’era Roma e i romani erano stati l’Italia. Il fascismo tentò la soluzione apparentemente più facile e si gettò nel costume genuino ed antico. Ma non gli stava affatto a pennello, era troppo largo, ed esso vi si agitava dentro con tale veemenza che lo ruppe tutto. I Fori possono essere dissepolti, l’uno dopo l’altro: non si riempiono di romani. Il fascio suscita solo l’odio di coloro che sono accarezzati con le verghe; nessuno va orgoglioso di minaccia o di punizione. Il tentativo di imporre all’Italia un falso simbolo di massa nazionale è, per fortuna degli italiani, naufragato.”


Queste parole di Elias Canetti sono tratte da Massa e potere, un’opera tanto sentita quanto complessa che, per il metodo di ricerca interdisciplinare ed indipendente, ha diviso a lungo i critici e la comunità scientifica e accademica.


A distanza di oltre mezzo secolo, il libro conferma di non essere “a scadenza”. Al contrario, continua ad offrire suggestioni e significativi spunti di riflessione, per porre questioni sugli scenari del presente, e per immaginare nuovi orizzonti nel futuro.


I brani sono tratti dal quarto capitolo - dedicato ai movimenti di massa nella Storia – e con maggior precisione dalle pagine relative al caso degli “Italiani”, in merito ai simboli di massa delle nazioni. L’opera è del 1960, e la traduzione è del ‘72, curata dal giovane germanista Furio Jesi, scomparso prematuramente nel 1980, l’anno prima del conferimento del prestigioso premio a Canetti.



  1. Canetti, Massa e potere (1960), trad. it. F. Jesi, Adelphi, Milano, 1981, pag. 210 – 212.