Leggi razziali 80 anni dopo: l’Italia è ancora piena di fascisti e antisemiti

Il 5 settembre 1939 Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini firmarono i "decreti della vergogna": cominciò la persecuzione degli ebrei italiani

Un cartello che vieta l'ingresso agli ebrei

Un cartello che vieta l'ingresso agli ebrei

globalist 4 settembre 2018

Siamo in un paese che col suo passato non ha mai fatto i conti. Ci culliamo forse nel senso della distanza, quando solo 80 anni fa, poche generazioni prima di noi, nel settembre del 1938, il re Vittorio Emanuele III firmava, dietro pressioni di Mussolini, le famigerate leggi razziali. I decreti della vergogna iniziarono così ufficialmente a repressione del popolo ebraico.


Ottant'anni sono passati e nonostante tutto in Italia siamo ancora pieni di razzisti che sparano agli immigrati e ai bambini rom, di fascisti che vogliono dedicare strade a Giorgio Almirante (che del Manifesto della razza, corollario "intellettuale" delle leggi, fu firmatario e promulgatore), di violenti che organizzano ronde nelle strade, nelle spiagge e nelle piazze italiane "infestate" a loro dire dagli immigrati. Ottant'anni e pochi, se non nessun insegnamento.


E allora è bene rivederle, queste leggi. È bene sapere che, dopo il 5 settembre 1938, gli italiani e gli ebrei non potevano più sposarsi o intessere qualsiasi forma di relazione. È bene sapere che agli ebrei venne interdetto l'ingresso nei negozi, negli uffici pubblici, nelle scuole, nelle università. È bene ricordare che i libri scritti da autori ebrei vennero messi al bando, che agli ebrei fu vietato, da un giorno all'altro, di esercitare la funzione di notaio, avvocato, giornalista, professore, militare. 


È bene saperlo perché sulla base di un odio inspiegabile i fascismi d'Europa misero il mondo a ferro e fuoco. E tutto partì da lì, da quel 5 settembre di 80 anni fa che troppo in fretta abbiamo dimenticato.