Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito): ritrovato tra le carte di Elsa Morante

La scrittrice aveva il coraggio di non risparmiarsi e di mettere in discussione tutto, specialmente il Potere, senza alcun compromesso

Elsa Morante, tra le sue carte è stato ritrovato il piccolo Manifesto dei Comunisti
Elsa Morante, tra le sue carte è stato ritrovato il piccolo Manifesto dei Comunisti
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4 Luglio 2017 - 10.08


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Carlo Cecchi e Cesare Garboli trovarono tra le carte di Elsa Morante: il Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito), pubblicato per la prima volta in Linea d’ombra n.30 nel settembre del 1988.

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Elsa Morante lo scrisse intorno al 1970, lo testimonia Goffredo Fofi nella postfazione della più recente edizione nottetempo, e oggi più che mai mi sembra giusto proporre l’essenza di questi tredici punti – per quanto mi è possibile – attraverso un mezzo virtuale, perché ritengo, tra l’altro, che il testo della Morante vada letto e condiviso “dal vivo”.
Il Manifesto è limpido, a tratti abbagliante per la sua chiarezza sintetica: l’intellettuale Elsa Morante aveva il coraggio di non risparmiarsi e di mettere in discussione tutto, specialmente il Potere, senza alcun compromesso. Oggi viviamo in un’epoca che è frutto di compromessi che a volte ci sembrano quasi impossibili perfino da pensare, prima ancora che da realizzare. Invece questi compromessi agiscono al di sopra di tutti noi che ne siamo spettatori spesso poco partecipi, distratti dall’ansia del dire e del commentare più che del capire e del discutere onestamente.
Ecco perché credo i tredici punti proposti da Elsa Morante una eredità immensa, quanto lo sono La Storia e Il mondo salvato dai ragazzini, specialmente per chi come me ha oggi vent’anni e vede attorno a sé movimenti qualunquisti, violenti e sopprimenti.
Mi limiterò a proporre poche essenziali indicazioni che il testo fornisce per comprendere la nostra contemporaneità. Seguirò una mia personale logica nel selezionare i concetti chiave di alcuni punti in particolare.

Scrive la Morante

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«Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione.

Il disonore dell’uomo è il Potere il quale si configura immediatamente nella società umana, universalmente e da sempre fondata e fissa sul binomio: padroni e servi – sfruttati e sfruttatori.

L’onore dell’uomo è la libertà dello spirito.
Ogni uomo ha il diritto e il dovere di esigere per sé e per tutti gli altri la libertà dello spirito ma tale esigenza universale non può essere attuata finché esiste il Potere. Difatti è evidente che essa è negata in principio sia allo sfruttato che allo sfruttatore, sia al padrone che al servo»  e scrivendo questo rompe due dogmi: quello della classe, quello del partito come unici raggruppamenti tenuti ad agire per il Bene della società.

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Non è banale rendersi conto che vivere è già un atto politico e che, pertanto, siamo tutti coinvolti in questo esserci.

Se però si può difendere la libertà dello spirito senza appartenere ad partito o ad una classe in maniera istituzionale, ciò che la scrittrice vuole farci capire è l’importanza di credere nella propria umanità e in quella degli altri (lo era nel 1970, figuriamoci oggi).

Quando parlo di umanità mi riferisco a quella forza che ci permette di stringerci la mano, parlare, guardarci negli occhi, ridere, affrontarci, discutere, innamorarci, non capirci, capirci, comunicare ed esprimerci, stare insieme nella stessa stanza o a chilometri di distanza gli uni dagli altri riuscendo a non sentirci soli (o isolati).

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La Morante continua affermando che è necessaria per la libertà dello spirito una rivoluzione e aggiunge «La vera rivoluzione rinnega il potere, lo abolisce in maniera totale e definitiva».

Questa rivoluzione dovrebbe avvenire qui e ora, tra gli animali politici che siamo o dovremmo essere, non certo in un futuro post mortem o nel mondo platonico delle idee.

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È una rivoluzione, io credo, che dovrebbe essere prima di tutto culturale. Una rivoluzione che non significhi violenza ma intelligenza e condivisione reale di una ricerca comune.

«Una folla consapevole che afferma la libertà dello spirito è uno spettacolo sublime. E una folla accecata che esalta il Potere è uno spettacolo osceno: chi si rende responsabile di una simile oscenità farebbe meglio a impiccarsi» e infatti la scrittrice conclude così nel tredicesimo punto il suo Manifesto, con uno slancio estremo contro il fascismo che ancora oggi fa proseliti sempre più ignoranti e feroci.

In calce aggiungeva un Buona Pasqua come a lasciare intendere che esiste una resurrezione anche laica, un rifiorire naturale della vita umana – politica nella libertà nonostante qualunque repressione.

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Questo rifiorire naturale è talmente forte, di una grazia così sfacciata, che in fondo non è necessario coltivare quella rivoluzione perché le sue radici sono ben piantate nel terreno.

Solo bisogna avere cura di non reciderla e di non farla seccare e questo sì, dipende dalla volontà che si muove nella nostra umanità: per questo la Morante nel Manifesto ricorda tra gli altri il Gramsci che non lasciò mai inaridita la sorgente della sua umanità.

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