That’s What Makes Us Great: Springsteen canta l'America che si ribella a Trump

Il brano è stato scritta Joe Grushecky, pensando di eseguirla in duetto con Springsteen

Joe Grushecky e Bruce Springsteen

Joe Grushecky e Bruce Springsteen

Vincenzo Esposito 19 aprile 2017

C’era da aspettarselo che alla fine Bruce Springsteen sarebbe passato dalle parole alla musica (la sua arma più forte) per suonargliele, così, di santa ragione al presidente Trump. Il songwriter del New Jersey aveva iniziato ad attaccarlo quando gli Stati Uniti erano ancora in piena campagna elettorale, e lui in tour. L’11 settembre scorso, infatti, si era presentato sul palco, a Pittsburgh, con una copia della Costituzione americana tra le mani, indirizzando al pubblico le seguenti inequivocabili parole: «Una persona, prima di iniziare il concerto, mi ha regalato una copia della Costituzione. Sulla copertina c’è scritto “Vaffanculo Trump!”». Da allora non ha mai perso l’occasione per esprimere la sua posizione molto critica verso quest’amministrazione, essendosi impegnato anche in prima persona per sostenere Hillary Clinton (immaginiamo “turandosi il naso”).


Ora, finalmente, è arrivata la prima canzone americana dichiaratamente anti-Trump, e non poteva che essere lui a cantarla, almeno in parte. In realtà, il brano, che s’intitola “That’s What Makes Us Great”, l’ha scritto il suo vecchio amico Joe Grushecky, pensando, però, di eseguirla in duetto con Springsteen (è possibile scaricarla da questo sito http://joegrushecky.com). Il pezzo affronta subito, fin dai primi versi, la questione più spinosa di cui il paese si sta occupando in questi mesi, quella dell’immigrazione, e lo fa riallacciandosi un po’ alla retorica di quell’American Dream in cui Springsteen, caparbiamente, non ha mai smesso di credere, pur essendo consapevole che quel sogno può trasformarsi talvolta in un incubo: «Arrivano da ogni parte, col desiderio di essere liberi. Vengono qui per unirsi a noi, da un mare all’altro». Springsteen si riserva i versi più espliciti, rivolgendosi direttamente al suo “antagonista” Trump (anche se il nome del presidente non è mai pronunciato): «Non raccontarmi bugie spacciandole per verità. Ho già percorso quella strada e non intendo tornare indietro». E poi il ritornello, che è un vero inno alla rivolta, o, almeno, al cambiamento radicale: «Ribaltiamo questa situazione prima che sia troppo tardi. Dipende da me e te. L’amore può vincere l’odio. So che è possibile. È proprio questo che ci rende grandi». In quel «That’s what makes us great» di questa canzone è impossibile non sentire l’eco del discorso pronunciato da Obama a Chicago subito dopo la vittoria del suo secondo mandato: «That's what makes America great!».


«La mia paura - ha dichiarato alcuni mesi fa Springsteen in un’intervista - è che con Trump la società civile e il paese possano cambiare in maniera irreversibile». Non poteva tirarsi indietro, quindi, quando l’amico Joe Grushecky gli ha chiesto di cantare con lui questa canzone, e non se l’è fatto ripetere due volte. In tutti i suoi brani, in fondo, dagli anni Settanta a oggi, anche in quelli non apertamente “politici”, Springsteen non ha fatto altro che misurare la distanza tra il sogno americano e la realtà. Ogni volta che ha visto aumentare pericolosamente quella distanza, ha dato l’allarme, alla sua maniera, cantando.


Del resto, era stato il primo rocker americano, nel 1980, a esprimersi pubblicamente contro Ronald Reagan. Il 5 novembre di quell’anno, proprio il giorno dopo l’elezione del nuovo presidente, dal palco dell’Arizona State University, a Tempe, aveva sentito il bisogno di condividere con i fans la sua apprensione per il risultato uscito dalle urne: «Non so cosa pensate voi di ciò che è successo ieri sera, ma io credo che sia una cosa terribile. Ora il futuro è nelle vostre mani». Dopo, attaccò una violentissima versione di “Badlands”, e quei versi, quella notte, suonarono diversi: «Voglio sputare in faccia a queste terre maledette». Bruce era ancora giovane all’epoca, ma aveva capito in che direzione stava andando l’America. Ora di anni ne ha 67, ma sa ancora arrabbiarsi, e vuole ancora credere nel “sogno americano”.