Le stragi dei nostri popoli sono il nodo della nostra solitudine

Era il 1982 e il discorso di García Márquez che accettava il Nobel appare profetico: "Di fronte all'oppressione, al saccheggio e all'abbandono, la nostra risposta è la vita".

Gabriel García Márquez
Gabriel García Márquez
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6 Marzo 2017 - 19.14


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90 anni la Colombia ci regalava Gabo. Il 6 marzo del 1927 ad Aracataca nasceva Gabriel José de la Concordia García Márquez. È considerato uno dei più emblematici esponenti del cosiddetto realismo magico. Lo scrittore colombiano ha vinto il premio Nobel per la letteratura l’8 dicembre del 1982.

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Ecco il discorso pronunciato quando ha ritirato il premio a Stoccolma:

 

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Antonio Pigafetta, un navigatore fiorentino che accompagnò Magellano nel primo viaggio attorno al mondo, scrisse – al suo passaggio per la nostra America meridionale – una cronaca rigorosa che tuttavia sembra un’avventura dell’immaginazione. Raccontò di aver visto maiali con l’ombelico sul dorso, e alcuni uccelli senza zampe le cui femmine covavano sulle spalle del maschio, e altri simili a pellicani senza lingua i cui becchi sembravano cucchiai. Raccontò che aveva visto un animale con testa e orecchie di mula, corpo di cammello, zampe di cervo e nitrito di cavallo. Raccontò che al primo indigeno che incontrarono in Patagonia mostrarono uno specchio, e che quel gigante eccitato perse l’uso della ragione per la paura della propria immagine.

Questo libro, breve e affascinante, in cui già si intravedono i germi dei nostri romanzi di oggi, non è altro che la testimonianza più stupefacente della nostra realtà di quei tempi.

I cronisti delle Indie ce ne diedero innumerevoli altri. L’Eldorado, il nostro paese illusorio, tanto bramato, figurò su numerose mappe per lunghi anni, cambiando di luogo e di forma secondo la fantasia dei cartografi. Alla ricerca della fonte dell’Eterna Giovinezza, il mitico Alvar Nùnez Cabeza de Vaca esplorò per 8 anni il nord del Messico, in una spedizione di caccia i cui membri si mangiarono uno con l’altro e di cui arrivarono solo cinque dei 600 che l’avevano intrapresa. Uno dei tanti misteri che mai furono decifrati è quello delle undicimila mule cariche di cento libbre d’oro ognuna, che un giorno uscirono dal Cuzco per pagare il riscatto di Atahualpa e mai arrivarono alla loro destinazione. Più tardi, durante l’epoca delle colonie, a Cartagena delle Indie si vendevano galline allevate in terra di alluvione, nelle cui viscere si trovavano pietruzze d’oro. Questo delirio aureo dei nostri fondatori ci perseguitò fino a poco tempo fa. Solo nel secolo passato la missione tedesca che studiava la costruzione di una ferrovia interoceanica attraverso l’istmo di Panama concluse che il progetto era possibile a condizione che i binari non fossero di ferro, metallo scarso nella regione, ma fatti d’oro.

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L’indipendenza dal dominio spagnolo non ci mise in salvo dalla demenza.

Il generale Antonio Lòpez de Santana, che fu tredici volte dittatore del Messico, fece sotterrare con magnifici funerali la gamba destra che aveva perso nella cosiddetta Guerra dei Pasticcini. Il generale Garcìa Moreno governò l’Ecuador per 16 anni come un monarca assoluto, e il suo cadavere fu vegliato, con la sua uniforme di gala e la corazza delle sue medaglie, seduto sulla sedia presidenziale. Il generale Maximiliano Hernàndez Martìnez, il despota teosofo di El Salvador che fece sterminare in una barbara mattanza 30.000 contadini, aveva inventato un pendolo per scoprire se gli alimenti erano avvelenati e fece coprire di carta rossa l’illuminazione pubblica per combattere un’epidemia di scarlattina. Il monumento al generale Francisco Morazàn, eretto nella piazza centrale di Tegucigalpa, è in realtà una statua del maresciallo Ney comprata a Parigi in un deposito di sculture usate.

Undici anni fa uno dei più grandi poeti del nostro tempo, il cileno Pablo Neruda, illuminò questo ambito con la sua parola. Nelle buone coscienze d’Europa, e a volte anche in quelle cattive, da allora hanno fatto irruzione con più impeto che mai le notizie fantastiche dell’America Latina, questa patria immensa di uomini allucinati e donne storiche, la cui cocciutaggine senza fine si confonde con la leggenda.

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Non abbiamo avuto un istante di calma. Un presidente prometeico trincerato nel suo palazzo in fiamme morì combattendo solo contro un intero esercito, e due disastri aerei sospetti e mai chiariti si sono presi la vita di un altro di cuore generoso, e quella di un militare democratico che aveva restaurato la dignità del suo popolo. In questo periodo ci sono state 5 guerre e 17 colpi di stato, ed è sorto un dittatore luciferino che in nome di Dio porta a termine il primo etnocidio dell’America Latina nel nostro tempo.

Intanto morivano prima di compiere i due anni 20 milioni di bambini latinoamericani, che sono più di quanti ne siano nati in Europa occidentale dal 1970. I desaparecidos a causa della repressione sono quasi 120 mila, il che sarebbe come se oggi ignorassimo dove sono tutti gli abitanti della città di Uppsala. Numerose donne arrestate incinte hanno partorito nelle carceri argentine, ma ancora si ignora dove sono e l’identità dei loro figli, che furono dati in adozione clandestina o internati in orfanatrofi dalle autorità militari.

Per non volere che le cose continuassero così sono morti circa 200 mila donne e uomini in tutto il continente, e più di 100 mila sono periti in tre piccoli e volenterosi paesi dell’America Centrale: Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Se questo fosse successo negli Stati Uniti, la cifra in proporzione sarebbe di un milione e 600 mila morti violente in quattro anni.

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Dal Cile, paese di tradizioni ospitali, sono fuggite un milione di persone: il 10 per cento della sua popolazione. L’Uruguay, una minuscola nazione di due milioni e mezzo di abitanti che veniva considerato il paese più civilizzato del continente, ha perso nell’esilio uno ogni cinque cittadini. La guerra civile in Salvador ha causato dal 1979 quasi un rifugiato ogni 20 minuti. Il paese che potesse avere tutti gli esiliati ed emigrati forzati dell’America Latina avrebbe una popolazione più numerosa della Norvegia.

Oso pensare che è questa realtà smisurata, e non solo la sua espressione letteraria, quella che quest’anno ha meritato l’attenzione dell’Accademia Svedese delle Lettere. Una realtà che non è quella della carta, ma che vive con noi e determina ogni istante delle nostre innumerevoli morti quotidiane, e che produce una fonte di creazione insaziabile, piena di disgrazia e di bellezza, della quale questo colombiano errante e nostalgico non è altro che una cifra in più segnalata dalla sorte. Noi – poeti e mendicanti, musicisti e profeti, guerrieri e malandrini, tutte le creature di quella realtà smisurata – abbiamo dovuto chiedere molto poco all’immaginazione, perché la sfida più grande per noi è stata l’insufficienza delle risorse convenzionali per fare credibile la nostra vita. Questo è, amici, il nodo della nostra solitudine.

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E se queste difficoltà creano problemi a noi, che siamo della loro essenza, non è difficile capire che i talenti razionali di questo lato del mondo, estasiati nella contemplazione delle proprie culture, siano privi di un metodo per interpretarci. E’ comprensibile che insistano nel misurarci con lo stesso metro con cui misurano se stessi, senza ricordare che le rovine della vita non sono uguali per tutti, e che la ricerca della propria identità è tanto ardua e sanguinosa per noi come lo fu per loro. L’interpretazione della nostra realtà con schemi diversi contribuisce solo a renderci sempre più sconosciuti, ogni volta meno liberi, ogni volta più solitari.

Forse la venerabile Europa sarebbe più comprensiva se cercasse di vederci nel suo stesso passato. Se ricordasse che Londra ebbe bisogno di 300 anni per costruire il suo primo muro e di altri 300 per avere un vescovo, che Roma si dibattè nelle tenebre dell’incertezza per 20 secoli prima che un re etrusco la introducesse nella storia, e che ancora nel secolo XVI i pacifici svizzeri di oggi, che ci rallegrano con i loro formaggi teneri e i loro impavidi orologi, insanguinarono l’Europa con i soldati di ventura. Ancora nell’apogeo del Rinascimento, 12 mila lanzichenecchi al soldo degli eserciti imperiali saccheggiarono e devastarono Roma, e passarono a fil di spada ottomila dei suoi abitanti.

Non pretendo di incarnare le illusioni di Tonio Kruger, i cui sogni di unione tra un nord casto ed un sud appassionato esaltava Thomas Mann 53 anni fa in questo luogo. Ma credo che gli europei di spirito chiarificatore, quelli che anche qui lottano per una patria grande più umana e più giusta, potrebbero aiutarci meglio se rivedessero a fondo il loro modo di vederci. La solidarietà con i nostri sogni non ci farebbe sentire meno soli se non si concretasse con atti di appoggio legittimo ai popoli che si assumono l’illusione di avere una vita propria nella spartizione del mondo.

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L’America Latina non vuole né deve essere un alfiere senza arbitro, né c’è nulla di chimerici se i suoi disegni di indipendenza e originalità diventano un’aspirazione occidentale.

Ciò nonostante, i progressi della navigazione che hanno ridotto tante distanze tra le nostre Americhe e l’Europa sembrano aver aumentato invece la nostra distanza culturale.

Perché l’originalità che ci si concede senza riserve nella letteratura la si nega con ogni tipo di sospetto ai nostri tentativi così difficili di cambiamento sociale? Perché pensare che la giustizia sociale che gli europei avanzati cercano di imporre nei loro paesi non possa essere anche un obiettivo latinoamericano con metodi diversi in condizioni differenti? No: la violenza e il dolore smisurati della nostra storia sono il risultato di ingiustizie secolari e amarezze innumerevoli, e non un complotto ordito a 3 mila leghe dalla nostra casa. Ma molti dirigenti e pensatori europei lo hanno creduto, con l’infantilismo dei nonni che hanno dimenticato le pazzie fruttifere della loro gioventù, come se non fosse possibile altro destino che vivere alla mercè dei due grandi padroni del mondo. Questa è, amici, la dimensione della nostra solitudine.

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Tuttavia, di fronte all’oppressione, al saccheggio e all’abbandono, la nostra risposta è la vita.

Né i diluvi né le pesti, né le carestie né i cataclismi, neppure le guerre eterne attraverso i secoli e i secoli sono riusciti a ridurre il vantaggio della vita sulla morte. Un vantaggio che aumenta e accelera: ogni anno ci sono 74 altri milioni di nascite in più rispetto alle morti, una quantità di nuovi vivi come se la popolazione di New York aumentasse sette volte ogni anno. La maggior parte di loro nascono nei paesi con meno risorse, e tra questi, naturalmente, quelli dell’America Latina.

Invece i paesi più prosperi sono riusciti ad accumulare sufficiente potere di distruzione da annichilire cento volte non solo tutti gli esseri umani che sono esistiti sino ad oggi, ma la totalità degli esseri viventi che sono passati per questo pianeta di infortuni.

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In un giorno come questo il mio maestro, William Faulkner, disse in questo luogo: “Mi nego ad ammettere la fine dell’uomo”.Non mi sentirei degno di occupare questo luogo che è stato suo se non avessi la coscienza piena che, per la prima volta dalle origine dell’umanità, il disastro colossale che egli negava di ammettere 32 anni fa è ora niente più di una semplice possibilità scientifica.

Davanti a questa spaventosa realtà che attraverso tutto il tempo umano dovette sembrare un’utopia noi, inventori di favole che crediamo tutto, sentiamo il diritto di credere che non è ancora troppo tardi per intraprendere la creazione dell’utopia contraria, Una nuova e devastatrice utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri persino il modo di morire, dove sia davvero vero l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cento anni di solitudine abbiano alla fine e per sempre una seconda opportunità sulla terra.

Ringrazio l’Accademia delle Lettere di Svezia di avermi concesso un premio che mi mette insieme a molti di coloro che orientarono e arricchirono i miei anni di lettore e di quotidiano celebrante di quel delirio senza appello che è il lavoro di scrivere. I loro nomi e le loro opere mi si presentano oggi come ombre tutelari ma anche come l’impegno, spesso sfiancante, che si acquisisce con questo onore. Un duro onore che in essi mi è sembrato di semplice giustizia, ma che in me percepiscono come una in più di quelle lezioni con cui il destino di solito ci sorprende, e che rendono più evidente la nostra condizione di giocattoli di un caso indecifrabile, la cui unica e desolante ricompensa è di solito, la maggioranza delle volte, l’incomprensione e la dimenticanza.

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Per questo è del tutto naturale che mi sia chiesto, là in quel posto segreto dove di solito rovistiamo nelle verità più essenziali che formano la nostra identità, qual è stato il sostegno costante della mia opera, che cosa può aver richiamato l’attenzione di questo tribunale di arbitri tanto severi in modo così importante .

Confesso, senza falsa modestia, che non mi è stato facile trovare la ragione, ma voglio credere che sia stata la stessa che io avrei desiderato.

Voglio credere, amici, che questo sia, una volta ancora, un omaggio che si tributa alla poesia. Alla poesia per la cui virtù l’inventario incredibile delle navi che il vecchio Omero contò nella sua Iliade sia visitato da un vento che la spinge a navigare con la sua velocità senza tempo e allucinata.

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La poesia che sostiene, nel sottile traliccio delle terzine di Dante, tutta la fabbrica densa e colossale del Medio Evo. La poesia che con tale miracolosa totalità riscatta la nostra America sulle Alture di Machu Pichu di Pablo Neruda il grande, il più grande, e dove stillano la loro tristezza millenaria i nostri migliori sogni senza uscita.

La poesia, infine, quell’energia segreta della vita quotidiana, che cuoce i ceci nella cucina e contagia l’amore e ripete le immagini negli specchi.

In ogni riga che scrivo cerco sempre, con maggiore o minore fortuna, di invocare gli spiriti schivi della poesia, e cerco di lasciare in ogni parola la testimonianza della mia devozione alle sue virtù di divinazione, e alla sua permanente vittoria contro i sordi poteri della morte.

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Il premio che ho appena ricevuto lo ritengo, con tutta umiltà, la consolante rivelazione che il mio impegno non è stato vano.

Per questo invito tutti voi a brindare per quello che un grande poeta delle nostre Americhe, Luis Cardoza y Aragòn, ha definito l’unica prova concreta dell’esistenza dell’uomo: la poesia.

Molte grazie.

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