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Miseria e nobiltà

In giro per la città se ne vedono di tutti i colori. Una nuova Perfidia del Cavalier Serpente

Palazzo della Civiltà del Lavoro
Palazzo della Civiltà del Lavoro

Stefano Torossi

13 Febbraio 2017 - 10.48


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E’ inevitabile: vicino al nobile e assoluto rigore del Palazzo della Civiltà del Lavoro qualunque altra idea non può che risultare scrausa. Hai voglia a inventarti un albero sradicato, ripiantato davanti a quella facciata e ramificante in tubi di ferro. Sempre un trucchetto risulta. Senza peso. O troppo pesante.

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Però salviamo Giuseppe Penone, perché non merita il biasimo. Lui è il coraggioso autore dell’albero che ha osato il confronto (malriuscito), forse su suggerimento del padrone di casa, la fondazione Fendi, che da un po’ di tempo, dopo aver restaurato il magnifico palazzo di Guerrini, Lapadula e Morbiducci (a proposito, si dice che gli archi siano 6 in verticale, come le lettere di Benito, e 9 in orizzontale, come quelle di Mussolini – sarà vero?) lo apre gratis per belle mostre curiose.

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Invece, grandiosa è la sua canoa scavata in un enorme tronco di abete che riempie il salone alla fine della mostra. Sempre seguendo la sua icona fissa, anzi forse si potrebbe dire la sua fissazione iconica, Penone lavora sugli alberi, con gli alberi; li scava seguendo le linee di accrescimento, li fonde in bronzo, li carica di marmi antichi.

Insomma, questa fissazione a noi sembra una limitazione, ma certo non si può negare allo scultore una ferrea coerenza. E anche un gusto che possiamo non condividere, ma certo non ignorare.

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Insomma, abbiamo davanti un artista serio che fa il suo lavoro, e lo fa comunque a un certo livello. 

E adesso, invece, passiamo a…

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8 febbraio, Accademia di Romania, magnifico edificio neoclassico, che quel paese si era costruito come vetrina della propria cultura vicino ad altre sedi simili, davanti alla Galleria Nazionale a Villa Borghese, all’epoca in cui era una nazione normale, non ancora triturata nel frantoio sovietico.

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Oggi è sempre un nobilissimo palazzo, che ci ha ospitati l’8 febbraio per l’inaugurazione di una discutibile mostra di Verdirosi, sedicente pittore, che riempie il salone d’onore di una quantità di opere, a nostro parere più giuste per una televendita che per un Istituto d’Arte.

Ma, ci è venuto da pensare, anche un’Accademia può essere in difficoltà e aver bisogno di soldi, e allora magari si mette a fare l’affittacamere.

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Il Verdirosi, uomo di sicuro più pittoresco che pittore, ci ha intrattenuti vociferando tra frizzi e lazzi sul proprio impegno trascendentale e  sulla propria arte, e in più sbertucciando quella dei colleghi.

E per meglio farci pervenire la sua salda opinione, ha richiamato la nostra attenzione su una sua tela che rappresenta due somari che ragliano di fronte a tre tagli di Fontana.

Padrone ognuno di non amare l’arte di Fontana, ma nel momento in cui rappresenti chi guarda il quadro come un somaro che sghignazza, poi ti devi rendere conto che alla fine il somaro lo diventi tu.

Ecco, tanto per renderci meglio conto di cosa stiamo parlando, un’altra opera del maestro.

Non ci sembra che servano commenti.

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