Giorno della memoria, la musica nel campo di Ferramonti per sopportare il dolore

Il 26 gennaio all'auditorium Parco della Musica di Roma un concerto dedicato ai musicisti internati nel più grande campo italiano in Calabria

Campo di concentramento di Ferramonti
Campo di concentramento di Ferramonti
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25 Gennaio 2017 - 12.47


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L’insopprimibile desiderio dell’uomo di aspirare ad un’idea di arte, l’amore per la musica come unica speranza rimasta. È questa l’essenza profonda della musica di Ferramonti, protagonista della ‘Serata Colorata’, il concerto del 26 gennaio che aprira’ le manifestazioni previste per il Giorno della Memoria all’auditorium Parco della Musica di Roma. A sostenerlo e’ il musicista e musicologo del conservatorio ‘G. Verdi’ di Milano Raffaele Deluca, impegnato da tempo in un imponente lavoro di recupero e ricerca musicale sugli spartiti provenienti dal piu’ grande campo di internamento fascista italiano a Ferramonti in Calabria.

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“Il valore musicale di Ferramonti va ben oltre il livello locale, abbracciando una prospettiva nazionale e internazionale- spiega a diregiovani.it Deluca-. Gli spartiti sono sparsi in tutto il mondo. Per questo ci sara’ bisogno di attivare collaborazioni internazionali per fare una ricerca musicologica che impieghera’ anni a ricostruire tutto, ma anche per portare avanti la produzione musicale”. La ricerca del musicologo parte dall’incontro fortuito con Armida Locatelli, erede di uno dei compositori internati nel campo, Kurt Sonnenfeld: “Quando Armida ha portato gli spartiti di Ferramonti al conservatorio mi si e’ aperto un universo e ho iniziato a studiarli a fondo. Sono spartiti scritti in una forma essenziale, la cui caratteristica e’ l’eclettismo, uno degli aspetti piu’ interessanti della musica di Ferramonti- prosegue-. C’e’ una grandissima varieta’ di stili e generi musicali: si va dalla musica liturgica ebraica alla canzonetta da kabarett alla moda anni Trenta, fino al pezzo classico. La carriera di tanti compositori non si e’ arrestata con l’esperienza del campo, anzi. Negli anni successivi nelle opere di molti di loro rimane il richiamo a Ferramonti. Ad esempio Sonnenfeld negli anni Settanta scrivera’ musica sinfonica ma anche chansonnes in cui si sente l’eco di quell’esperienza”.

Un’esperienza dura, fatta di privazioni e dolore, ma anche di momenti di tregua tra polizia e internati. Ai ‘bunter abend’, le ‘serate colorate’, spesso assistevano anche le autorita’ che gestivano i campi, tolleranti anche in Germania nei confronti delle espressioni artistiche: “Esistono dei documenti in cui si dice che la milizia fascista appoggiava l’orecchio alla baracca per ascoltare una musica tanto bella”. Una musica che veniva suonata con vari strumenti, tra cui un pianoforte a coda, che gli internati erano riusciti a sottrarre probabilmente corrompendo qualcuno a Cosenza, ed un harmonium, portato per intonare la musica sacra da un padre spirituale alsaziano, inviato a Ferramonti dal Vaticano.

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Ma anche violini, prodotti da una famiglia di liutai della zona, i De Bonis: “Nicola De Bonis decise di andare a Ferramonti per un consulto medico, perche’ sapeva che li’ erano internati bravissimi dottori- racconta Deluca-. Quando nel campo si venne a sapere che era un liutaio venne preso d’assalto. I musicisti cominciarono a chiedergli dei violini, anche se i De Bonis producevano chitarre classiche. Nicola decise di rubare del legno di noce e di costruire un violino per loro”. Nel campo era anche attivo un coro che animava le celebrazioni sacre che si tenevano nelle tre baracche concesse ai culti presenti: ebraico, cristiano di rito cattolico e di rito greco-ortodosso: “Tutti gli aspetti musicali di Ferramonti sono caratterizzati dall’esistenza del paradosso. Un unico coro misto cantava per i diversi culti. Si cantava in polacco, tedesco, italiano, latino ed ebraico, anche se la lingua del campo era il tedesco perche’ la maggior parte degli internati erano ebrei stranieri provenienti da Germania ed Austria”.

Il canto e la musica rappresentavano per i confinati un modo per esprimere speranza, aspetto forte che emerge da tutta la musica concentrazionaria, il cui recupero in Germania e’ gia’ iniziato da tempo. Una delle forme piu’ usate era il Lagerlied, una sorta di canto comunitario di tutti gli internati, presente anche nel campo fascista: “Il ‘Ferramonti Valzer’ di Sonnenfeld e’ una melodia alla moda anni Trenta paradossale nel testo, un aspetto comune a tutti i lagerlieder- spiega il professore-. In questi testi infatti c’e’ il sole che splende, c’e’ l’idea di una liberta’ vicina. Temi che rispetto alla tragicita’ di quello che veniva vissuto nei campi diventano simbolo di resistenza e di un aiuto a quella speranza che gli internati non potevano prevedere si sarebbe avverata. La memoria italiana rispetto a Ferramonti si e’ azzerata- continua Deluca-. Io non troverei scuse: Ferramonti e’ il luogo di un crimine e certamente per tutti gli internati quella esperienza e’ stata devastante”.

Gia’ proposte lo scorso giugno al conservatorio di Milano dal musicista e musicologo, le note di Ferramonti verranno ascoltate il 26 gennaio all’auditorium Parco della Musica di Roma grazie all’incontro tra Deluca e la giornalista e organizzatrice di eventi Viviana Kasam. Arrangiate e suonate per l’occasione da artisti come Daniel Hoffman, Giuseppe Bassi e Fabrizio Bosso, verranno riproposte in Italia anche oltre le celebrazioni del Giorno della Memoria, per ribadirne il valore storico e musicale. Prevista per il 2018 la collaborazione con il conservatorio di Weimar, in collegamento con il campo di concentramento di Buchenwald. “Il concerto e’ solo l’inizio di un grande lavoro di collaborazione internazionale – aggiunge Deluca -. Il non-luogo dell’internamento diventa tutto il mondo, i musicisti di Ferramonti è come se appartenessero al mondo intero. Sta finendo per un limite cronologico naturale il tempo delle testimonianze dirette dei deportati – conclude Deluca -. Credo che il contenuto emozionale piu’ profondo del dolore e della speranza possa essere affidato proprio alla musica”. 

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