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Ivan Graziani, 20 anni senza il suo rock

La notte di capodanno del 97, moriva il grande cantautore rock. Narratore della provincia italiana, è stato un poeta ironico e geniale e un chitarrista eccezionale

Ivan Graziani

Francesco Troncarelli

2 Gennaio 2017


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“Tu sai citare i classici a memoria, ma non distingui il ramo da una foglia”  (Pigro 1978)

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Venti anni fa se ne andava Ivan Graziani, uno degli artisti più completi del panorama musicale italiano, cantautore pungente e raffinato ma anche rocker d’avanguardia, libero da etichette e lontano dai giri che contano e per questo ancora oggi molto amato e apprezzato dal pubblico.

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Ironico, estroso, geniale, spesso tagliente e ma ancora di più malinconico, è stato un personaggio unico, capace di coniugare il rock alla poesia, la chitarra (di cui era un grande virtuoso) al sentimento, la narrazione delle storie minime alla qualità della grande scrittura.

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Graziani e la chitarra erano un tutt’uno, con lei sprizzava energia a mille, travolgendo chi lo ascoltava e seguiva nei suoi live. Era infatti il “cantautore con la chitarra elettrica” per antonomasia, la fedele Gibson compagna di tante serate a raccontare di “Maledette malelingue”, “finanzieri e contrabbando”, “dolci Agnesi” “Monnalise” e Paoline Paoline” e con la quale volle essere sepolto.  

Aveva appena 51 anni quando se ne andò il primo gennaio del 1997 per una malattia incurabile, ma aveva dato già tanto alla musica con la sua passione e i suoi sentimenti, ed è inevitabile chiedersi cosa avrebbe potuto dare ancora e soprattutto dire adesso, del nostro paese, così diverso da quello in cui era cresciuto e che aveva tanto amato e attentamente analizzato.

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Ivan infatti era il cantore principe di quell’Italia meno evidente ma vitale, rappresentata dalla provincia, abile come pochi altri grazie alla sua sensibilità ed ironia, nel riuscire a rendere esaltanti e intriganti microstorie animate da personaggi locali e particolari, da figure sbiadite esistite realmente o disegnate nella fantasia.    

Un artista fuori dagli schemi, oltre le righe, poliedrico (disegnava fumetti, dipingeva quadri, scriveva romanzi), che non è stato mai “allineato e coperto” alle mode del momento. La sua produzione infatti non si è mai omologata alle tendenze della musica italiana anni Sessanta e Settanta, non ha fatto parte cioè né dei cantautori “politici” ispirati al folk di Bob Dylan, né in quella degli importatori del rock’n’roll alla Elvis Presley o degli imitatori dei Beatles.

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Lui aveva qualcosa di suo da raccontare, frutto dell’attenta osservazione del suo mondo e dell’umanità che lo popolava (quell’Abruzzo di cui andava fiero e che sentiva dentro) e la grande padronanza della chitarra gli consentì di farlo in un modo originale. Graziani si è inventato insomma un linguaggio nuovo, a metà tra il rock e la canzone d’autore, che non era stato praticato in precedenza. E quella è stata la sua cifra stilistica.

Una scelta peraltro coraggiosa la sua, sicuramente agli antipodi della discografia di tendenza e commerciale che l’ha reso unico nel suo genere e inimitabile, ma che per rovescio della medaglia lo ha allontanato dal successo facile, quello fatto dalla visibilità, il can can mediatico, le classifiche.

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“Lugano Addio”, “Firenze (Canzone triste)”, “Monnalisa”, “Maledette malelingue”, “Signora bionda dei ciliegi”, “Limiti”, “Agnese dolce Agnese”, “Pigro” (tra i 100 album più belli della musica italiana secondo la rivista specializzata Rolling Stone), sono gemme di un ricca discografia mai banale ma qualitativamente alta che Graziani ci ha lasciato.

Brani entrati nella memoria collettiva dove la malinconia crepuscolare di amori perduti e sognati sottolineati da assoli di chitarra, si fonde con il ricordo per un grande artista che ha regalato emozioni senza risparmiarsi fino all’ultimo e di cui si sente veramente la mancanza.

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