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Ilva Football Club, rondini e palloni sotto un cielo di morte

Fulvio Colucci nel suo libro racconta il quartiere Tamburi di Taranto, di un campo di calcio, di undici campioni che corrono e vincono e di finale tragico.

Quartiere Tamburi di Taranto
Quartiere Tamburi di Taranto

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29 Dicembre 2016 - 16.29


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di Maddalena Papacchioli

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È una storia di “rondini e palloni” quella raccontata da Fulvio Colucci nel suo ultimo libro (“Ilva Football Club”, edizioni Kurumuny, 2016). E narra del quartiere Tamburi di Taranto, di un campo di calcio su terra battuta, di undici campioni che corrono e vincono, eroi di un’epopea di quartiere che, comunque, avrà per tutti un finale tragico.

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Siamo negli anni ’70. L’autore è un adolescente, figlio di un salumiere che vende panini agli operai in tuta blu, prima che attacchino il turno di lavoro. Quel ragazzino ascolta parlare del siderurgico come di un mostro che sputa fuoco, che dà il pane e dà la morte. Ascolta il canto di un poeta operaio, Pasquale Pinto, e di un altro poeta, anche lui calciatore di borgata, Pier Paolo Pasolini. Intanto, tira calci ad una palla e osserva il volo delle rondini , “ali tornanti” su quel cielo sopra Tamburi, colorato dei fumi che escono dalle ciminiere.

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Intorno c’è polvere ovunque, soffiata dal vento, che entra nelle case e si posa dappertutto, perfino sulle lapidi del cimitero lì vicino, e colora il marmo di rosso.

Oggi, quel ragazzino che è ormai un uomo e un giornalista, ascolta i ricordi che, come le rondini nei versi di Giorgio Caproni, “danzano, rincorrendosi”. Quei ricordi li infila tra le pagine di questo libro, lasciandoli declinare nelle parole di due sopravvissuti.

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Il primo testimone è un negoziante, ex calciatore, che colleziona nella sua bottega i cimeli degli anni di gloria dell’Ilva Football Club, in cui sono incastonate, come diamanti che brillano nella memoria, le storie di vita e di morte di quegli indimenticabili campioni.

Dice: “Potessero parlare ancora quei ragazzi e noi ascoltarli mentre ricordano gioie e dolori dell’area di rigore. Invece ascolti me, che non ho più voce. Se l’è mangiata a polvere dell’Italsider, dell’Ilva o di come diavolo vuoi chiamare quella fabbrica. Lì, al Tamburi vecchio, il nostro Maracanà.

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Racconto come i sopravvissuti. Posso, anzi devo. Un sopravvissuto non può stare zitto, altrimenti cancella tutto.”

 

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Il secondo testimone è un ex allenatore della squadra, maestro di vita, portatore sano di un impegno politico che vedeva nello sport un riscatto sociale.

Dice: “Al Tamburi vecchio, lo sappiamo, si respirava di tutto e il prezzo pagato è stato altissimo. I giovani correvano, ma qualcosa di invisibile spezzava loro le gambe, metteva i sogni in fuorigioco ed era proprio ciò di cui avevano più bisogno: l’aria.”

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E’ una storia di rondini e palloni, si diceva all’inizio. Ma c’è un altro binomio rintracciabile in questo libro, meno poetico, come si è visto: tumore e inquinamento. E’ un binomio che seppellisce i morti e li manda a dormire “sotto” le colline che circondano e sovrastano gli stabilimenti dell’Ilva (ex Italsider), come in una Spoon River rovesciata.

Il racconto di Colucci rompe il silenzio colpevole, o almeno complice, intorno a una questione sempre aperta: Può il lavoro garantire benessere economico in cambio della rinuncia alla salute e alla vita?

E’ ancora una volta la memoria collettiva a guidarci nella risposta, attraverso una narrazione, così poeticamente intima eppure civile, che appare come l’unica valida modalità espressiva per un giornalismo che ha ragione di esistere solo se riesce ad aprire gli occhi e le coscienze su temi sociali che sono spesso maltrattati o ignorati dai media mainstream.

“Ilva Football Club” va letto per sapere. E per non morire anche noi di un terzo binomio, ancora più terribile: l’oblio e l’indifferenza.

 

 

 

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