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Scuola Gian Maria Volontè, Vicari: la sfida della gratuità per scovare talenti

Intervista al regista di "Diaz" e direttore della scuola d'arte cinematografica Gian Maria Volontè.

Daniele Vicari
Daniele Vicari

Claudia Sarritzu

7 Settembre 2016 - 10.11


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di Claudia Sarritzu

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Leggendo il curriculum del regista Daniele Vicari ho serie difficoltà a scegliere le domande giuste da porre. Ha vinto due David di Donatello, uno per Velocità massima, il secondo per Il mio paese e si è portato a casa il Premio del pubblico al Festival di Berlino per Diaz. Ha fatto tante altre cose di gran lunga raccontate ma ciò che mi incuriosisce di più è il suo ruolo di direttore artistico della Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volontè. Forse perché non è la solita scuola di cinema a pagamento, ma è pubblica quindi gratuita, si gioca ad armi pari lì dentro, non conta la retta mensile. Ed è proprio durante questa chiacchierata che ho capito che la forza di questo luogo di istruzione e formazione sul campo, sta proprio nella sua ricerca di “talento”: scovare geni anche nelle classi sociali meno agiate.

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Mi parla della scuola, dell’importanza della gratuità, delle sfide che si pone per il futuro?
Buona domanda. Il motivo per cui grandi personalità come Ettore Scola e Giuliano Montaldo e altri hanno aderito entusiasticamente al progetto è proprio la gratuità che è associata a una organizzazione molto particolare dell’insegnamento. Fino allo scorso anno la scuola era biennale, e nel primo anno i nostri ragazzi vivevano un’esperienza intensa e multi disciplinare, cioè tutti gli allievi di tutte le categorie studiano tutte le materie. Esempio: anche gli attori studiano le materie tecniche come la fotografia o il suono, nel secondo anno si passa a un livello di specializzazione, tutto questo condito con un’enorme dose di attività pratica. E’ una scuola di taglio e cucito per il cinema, una scuola che è per tutti e che rompe la barriera di accesso al mondo del cinema che le classi sociali vedevano precluso. E non solo, abbiamo una parità assoluto tra generi, sono la metà le ragazze della scuola e cosa impensabile sino a pochi anni fa era una classe di regia con più donne che uomini. Basta pensare che le donne registe in Italia sono solo il 2%. Ci interessa anche l’accesso alla scuola di figli di stranieri di prima seconda generazione, in parole povere vogliamo che frequenti la Gian Maria Volontè chiunque abbia un talento da coltivare senza distinzione di classe, genere o paese d’origine. E infine il range di età basso ci permette di avvicinare i giovanissimi a un mondo che è stato per troppo tempo delle generazioni più adulte.

E’ una scuola che inserisce direttamente nel mondo del lavoro? O crea dei “colti e talentuosi” disoccupati?
La nostra scuola è finanziata dal fondo sociale europeo, rivolto proprio alla formazione di giovani disoccupati, e noi abbiamo interpretato in modo radicale questi presupposti e i nostri allievi cominciano a lavorare già durante l’attività didattica. Facciamo degli stage su tutti i film italiani. Per noi è fondante il rapporto con il mondo del lavoro. La selezione dei docenti avviene con criteri di pubblicità, e una delle caratteristiche che chiediamo è che siano attivi, cioè che negli ultimi 5 anni abbiano lavorato in un certo numero di film. Devono dimostrare di essere dentro l’industria proprio perché vogliamo portare dentro l’industria del cinema i nostri studenti .

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La scuola oggi è triennale?
Sì la Regione Lazio ci ha trasformati in una scuola regionale, questo significa che offriamo un diploma europeo di alta formazione. Difficilmente ringrazio la politica, ma questa volta devo farlo. Il merito è del presidente Nicola Zingaretti e del suo vice Massimiliano Smeriglio se siamo entrati in un contesto di avviamento al lavoro, infatti durante questo terzo anno possiamo pagare gli allievi. Gli studenti nell’ultimo anno di scuola realizzeranno un film e quindi i ragazzi faranno un lavoro completo, potranno seguire e realizzare un film dall’inizio alla fine. L’obiettivo è far comprendere che il lavoro nel cinema è un lavoro di squadra dove tutti i reparti collaborano in modo molto fattivo.

Il suo prossimo film?
Sole, cuore e amore è finito stiamo cominciando a immaginare un destino distributivo, lo stanno valutando vari festival e siamo in attesa di risposte.

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Cosa ne pensa del cinema italiano di oggi, sono molti i film di successo?
Non bisogna entusiasmarsi troppo per i casi eclatanti ma allo stesso tempo questi casi vanno valutati con attenzione. Va detto che negli ultimi 15 anni una generazione di registi è riuscita a immaginare e costruire dei film che sono in grado di mettersi in connessione sentimentale con il pubblico con cui per troppo tempo si era perso il contatto. Altro fenomeno importante che non dobbiamo scordare è il ruolo della cinematografia documentaria che in Italia è molto produttiva, sforniamo circa 600 documentari l’anno, che stanno rivoluzionando dall’interno il linguaggio del cinema. Per dare una svolta però bisogna lavorare molto sull’ingranaggio ancora troppo farraginoso che collega la produzione alla distribuzione che blocca i talenti e le energie positive.

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