Il Romanista orgoglioso e il Romanista addolorato

Le ultime uova avvelenate del Cavalier Serpente

L'interno di Santa Maria in Campitelli
L'interno di Santa Maria in Campitelli
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Stefano Torossi Modifica articolo

5 Giugno 2016 - 17.11


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Il Romanista orgoglioso

(Romanista non in quanto tifoso della Magica, ma in quanto appassionato di cose di Roma).

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Ore 17.30 di martedì 31; in cammino verso la Centrale Montemartini, non resistiamo alla tentazione e passiamo da S. Maria in Campitelli. E’ l’ora perfetta per sbirciare una cosetta che molti, ne siamo sicuri, neanche sospettano che esista.

Dunque, dev’essere un pomeriggio senza nuvole altrimenti il prodigio non avviene; si entra in chiesa, si fa qualche passo nella penombra che sta calando, poi si alza lo sguardo il più possibile e in un finestrone ovale, in alto sopra l’altar maggiore, appare questa croce che sembra un neon fiammeggiante e invece non lo è (anche perché nel seicento il neon, fiammeggiante o no, era ancora un po’ lontano).

Niente di artificiale. E’ una delle tante invenzioni coreografiche della magica, eccessiva epoca barocca.

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Ecco il trucco: il ponente è in linea con l’abside. Nel finestrone, proprio sopra l’abside stessa, è stata ricavata un’apertura a forma di T, nella quale sono incastrati due frammenti di una colonnina tortile romana in alabastro.

Il sole al tramonto, penetrandola, illumina la pietra traslucida; poi, mentre scivola lungo le scanalature della colonna, aggiunge fiamme e oro alla propria luce e provoca questo che davvero si manifesta come un miracolo.

Perfino per noi che conosciamo l’elettricità.

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Figurarsi l’impressione su un ingenuo fedele di quattrocento anni fa abituato al massimo a un mozzicone di candela.

Orgoglio di romanista, come detto sopra.

 

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Il Romanista addolorato

Stesso pomeriggio, una mezz’oretta dopo, eccoci alla Centrale Montemartini, che non è una centrale, perché è un museo. Anzi, una centrale lo è, ma non più in uso. Insomma, è dove si produceva l’elettricità di Roma all’inizio del ‘900. Abbandonata, poi recuperata; adesso c’è una magnifica raccolta di scultura romana. In mezzo ai marmi sono rimasti i vecchi macchinari, le caldaie, le dinamo, e perfino, dopo più di mezzo secolo, l’odore caratteristico dell’olio lubrificante.

L’occasione: l’inaugurazione di “Capolavori da scoprire”, una di quelle mostricine con cui un museo cerca (e forse ne ha davvero bisogno) di ravvivare il proprio sex appeal per richiamare nuovi corteggiatori paganti.

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Tirar fuori dai magazzini, spolverare e riesporre con una nuova illuminazione qualche gioiello di famiglia, oppure uno o due pezzi prestati da qualcuno del vicinato artistico. Niente di male, intendiamoci; anzi, se serve a smuovere il pubblico…

Così, dopo aver fatto un saluto ai due stuzzicanti lampioni di Cambellotti in giardino, entriamo e troviamo un paio di bei mosaici e una magnifica testa in basanite di Agrippina Minore mai visti prima, e l’invece vistissimo sarcofago di Crepereia Tryphaena con gli anellini, le collanine, la bambolina e lo sdolcinato patetismo della piccola morta alla vigilia delle nozze.

Al contrario, tragedia, pena, smarrimento fulminano noi, come sempre succede quando rileggiamo i cartellini che documentano la provenienza delle mirabilissime opere.

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Quasi tutte ritrovate dove non avrebbero dovuto stare.

Un Apollo fatto a pezzi a colpi di mazza, e i pezzi usati per costruire un muretto a secco nel giardino di villa Rivaldi. Un busto imperiale recuperato insieme ai frammenti di altre magnifiche statue, tutte ugualmente violentate da crolli naturali o dall’intervento di selvaggi umani, ignari della bellezza. E dobbiamo rallegrarci che invece di finire in una fornace per diventare calce siano stati sepolti nelle fondamenta di una catapecchia medievale o nel muro di un convento. Almeno così qualcosa ci è arrivato.

E mica finisce qui. Dopo Porta Pia, nella frenesia immobiliare di Roma Capitale d’Italia, quasi tutto quello che trovavano scavando per costruire un ministero o un palazzone di appartamenti (tranne pezzi rivendibili sottobanco o davvero troppo importanti) lo ricoprivano senza un’ombra di documentazione perché si doveva fare presto. Che dolore!

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Però noi che siamo ancora in circolazione, ci si può risarcire andando in giro per le sale e, mentre i custodi non guardano, battere con le nocche sui lati lunghi dei sarcofagi di marmo.

Fanno tutti un bellissimo suono di campana.

 

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Il Romanista (stavolta solo Romano) speranzoso

A pag. 17 di La Repubblica del 2 giugno, ci rattristiamo ma anche consoliamo (oltre a congratularci per la nostra costituzione che oggi compie settant’anni) leggendo i necrologi. Ci hanno lasciati: il Signor Tomasi, di anni 104; la Signora Mondini, di anni 100; la Signora Monaco, di anni 92. Se la genetica va avanti così c’è qualche speranza anche per noi.

 

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: www.ilcavalierserpente.it

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