Politica, media, città: vivere in un format

Una parola importante è gentrificazione: quello che viene fatto per sottrarre all’abitare dei cittadini riferimenti sociali e culturali. Resistenza. [Antonio Cipriani]<br>

Antonio Cipriani 28 febbraio 2014

di Antonio Cipriani


Alzo gli occhi e osservo gli scintillanti palazzoni che racchiudono la nuova e cupa piazza Gae Aulenti a Milano. Segno accettato ed esaltato della città moderna che mostra dinamismo nel pensiero che renderà sempre più indistinguibili le metropoli. Poco più in basso, verso l’Isola, s’impennano verso il cielo i palazzoni del Bosco Verticale: la risposta ecologica e mediatica della multinazionale Hines e dell’architetto Stefano Boeri alla battaglia civile di resistenza del quartiere, ferito per la devastazione dei due giardini per far posto al mattone d’élite. Come dire: cemento sì, ma con gli alberi sui terrazzini delle abitazioni dei ricchi che ci abiteranno. E con un nome che ricorda ciò che non c’è più.


[b]Edna Gee[/b], giovane artista sudafricana che vive a Milano parla di gentrificazione e li ha definiti: palazzi internazionali, tutti uguali, a Milano come a Johannesburg. Già, in quest’epoca del tutto uguale, del format americano importato pari pari: guardando la tv, sfogliando giornali, sul web, nel teatrino della politica mediatica, anche le nostre città perdono identità, diventano scenografie di una narrazione costante e ossessiva del tempo.



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[b]Ma poi a un visitatore[/b] che viene a Milano e passa in quella piazza e scende verso il Bosco Verticale, resta affascinato dallo specchiarsi del sole sulle pareti dei palazzoni. Si sente al centro di una modernizzazione. Sale da Corso Como e pensa di attraversare un mondo di modelle, personaggi dello jet set, attori. Crede di camminare dentro lo schermo televisivo, tra negozi con nomi noti e frammenti patinati di esistenza. E fatica ad ascoltare le storie di distruzione culturale, di sopraffazione dei ricchi e forti economicamente sulle ragioni dei cittadini; non ha alcuna conoscenza dell’esistenza dei giardini di via Confalonieri dove bambini giocavano a pallone sull’erba vera, dove gli anziani sedevano all’ombra sulle panchine.


Mi guardo intorno. Una specie di Disneyland per far sognare la gente affranta, per distrarre le persone dal significato di quello che attraversano. Penso che sia in atto un’assuefazione al conformismo, elegante e prepotente che divide il mondo tra chi possiede e ha potere e chi invece ignora; cancellando nell’oblio le differenze tra sfruttati e sfruttatori e, con queste differenze, l’idea di giustizia sociale e di riscatto.


[b]Un pinnacolo[/b] si alza come un dito puntato verso il cielo: luogo simbolico, figura retorica, mezzo per la celebrazione di miti, di riti e di potere, la piazza s’inchina al monito di cristallo e acciaio che porta con sé una scritta gigantesca che richiama una banca. Chi comanda, da sempre nel tempo, domina anche fisicamente. Più alta della Madonnina è la Torre Pelli, il potere finanziario ha scalzato tutto il resto.



Ma in questo labirinto di segni e tormenti, resta la bellezza dell’incontro con amici che hanno altra visione della vita, che non s’inchinano al conformismo del sistema, ma ostinatamente si battono perché non venga meno la bellezza, la creatività, la differenza. E con queste scintille di libertà del pensiero, si battono contro la disuguaglianza crescente e contro la gentrificazione. Che poi significa la trasformazione dei quartieri non solo a livello sociale, ma identitario e culturale.


Un tema sul quale in tutto il mondo si discute da tempo. Per esempio un’altra giovane artivista (artista-attivista) milanese, Camilla Topuntoli ha recentemente fatto un video (come tesi di laurea) proprio sulla gentrificazione all’Isola e a Oslo. E’ il tema del futuro. E qualche giorno fa Spike Lee si è scagliato contro la [url"gentrificazione a Brooklyn"]http://people.globalist.it/Detail_News_Display/2014/2/27/LIFE/Spike-Lee-s-Amazing-Rant-Against-Gentrification[/url]. Le osservazioni di Spike Lee riguardano l'incuranza con la quale i nuovi abitanti, più ricchi e bianchi, trattano le tradizioni di chi già viveva lì. Il regista, con i toni che gli sono propri, ha parlato di “fenomeno Cristoforo Colombo”: come ha fatto il navigatore, che una volta scoperta una nuova terra ha fatto piazza pulita dei suoi popoli, così, ora, sta succedendo a Brooklyn. Ma la stessa cosa potremmo dirla dell’Isola a Milano. O di chissà quanti altri posti nel nostro paese che con la scusa del decoro e della modernizzazione vengono devastati socialmente e culturalmente, privati di luoghi di incontro e socialità. A favore di orrori urbanistici o scintillanti e asettici spazi dedicati alla movida, allo shopping e alla religione finanziaria del tempo. Che fa piazza pulita del popolo che partecipa alla vita sociale e politica, a vantaggio dello spettatore di arena televisiva o del consumatore abbacinato dallo sfarzo o che al limite pratica solo democrazia della rete.


Utopia. Ecco, per tornare in possesso della nostra vita, nelle città, nella democrazia della partecipazione, occorre cambiare sguardo. Condividere esperienze civiche in difesa dell'ecosistema o dei territori. Coltivare cultura. Che vuol dire un'attitudine verso la vita, facendo azioni di mobilitazione attraverso pratiche non passive. E per pratiche passive penso al voto, al retweet, al commento su facebook e basta; in genere a tutte quelle forme di attenzione che in un modo o nell’altro si integrano perfettamente nel sistema mediatico, politico e finanziario di distrazione dalle questioni che maggiormente dovrebbero starci a cuore: il futuro, l'abitare, i figli, la bellezza lontano dalla retorica, il territorio, la socialità, la giustizia sociale. Utopia? Ben venga l’utopia, vista la realtà.




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